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    Il terzo trailer di X-Men: giorni di un futuro passato


    È arrivato fresco fresco il terzo trailer di X-Men: giorni di un futuro passato, il nuovo capitolo sui mutanti della Marvel che vede il gradito ritorno in regia di Bryan Singer. Eccolo qui sotto, in lingua originale.



    Scritto da Simon Kinmberg, già autore dello script di X-Men: conflitto finale, il nuovo film, in uscita in Italia il 22 maggio, alternando epoche storiche diverse racconterà di come gli X-Men siano finiti reclusi in un campo di concentramento. A modificare questa realtà alternativa ci penserà Shadowcat (Ellen Page: Juno, Inception, Super: attento crimine) impedendo un assassinio voluto dalla Fratellanza.


    Nel ricco cast del film troveremo Hugh Jackman, Jennifer Lawrence (Hunger Games, American Hustle), James McAvoy (In Trance), Nicholas Hoult (Warm Bodies), Evan Peters (Kick-Ass), Michael Fassbender (Shame), Halle Berry, Patrick Stewart e Ian McKellen (Lo Hobbit 1 e 2).

    Cambio di regista per il reboot di Venerdì 13

    A quanto pare c'è qualcuno che si sta divertendo un casino.
    Di che parliamo? Su che farnetichiamo? Dalle ultime notizie diffuse pare che Samuel Bayer il regista del remake di Nightmare, di quella ciofeca di remake/reboot che è stato Nightmare, non sarà più il regista del remake del remake di Venerdì 13.
    Al suo posto, pare, ci sarà David Bruckner il regista e sceneggiatore del segmento di V/H/S Amateur Night.
    La Paramount pare che si stia divertendo a depistare in tutti i modi infatti pare che anche il found footage, prima vociferato poi smentito, sia stato ripreso di nuovo in considerazione visto che proprio Amateur Night, come tutti gli altri corti componenti il collettivo V/H/S, era un found footage. Pare.
    A questo punto non dovrebbe stupire una notizia bomba tipo che sarà alla fine Steven Spielberg a dirigere questa pellicola. Anzi no, Orson Welles.
    Poi può essere anche che siamo noi, noi del klub, che non ci capiamo una mazza.
    L'unica cosa ancora mai smentita è la data di uscita del film: venerdì 13 marzo 2015. Almeno questo!


    La locandina del primo inimitabile Venerdì 13 di Sean Cunningham e quella del remake del 2009 firmato Marcus Nispel

    13 sins - RECENSIONE

    È da un po' di tempo che il cinema racconta l'attuale crisi economica, e di questo argomento se ne occupa non solo il cinema impegnato ma anche quello popolare e più apparentemente scanzonato. Drag me to Hell di Sam Raimi, The Box di Richard Kelly (usciti a breve distanza l'uno dall'altro nel 2009), passando per la variante comedy Botte di fortuna fino ad arrivare a questo 13 sins che Daniel Stamm rifà da un film tailandese del 2006. Del 2006, otto anni fa: tanto per ribadire che non ci si è svegliati questa mattina con la voglia di parlare di crisi economica. Se si andasse ad analizzare un po' più nel profondo si scoprirebbe l'acqua calda che il cinema di genere non ha mai smesso di parlare di crisi, non solo economiche.

    Protagonista di 13 sins è un ragazzo, Elliot (Mark Webber), con qualche problemino economico e di famiglia. Sta per sposarsi e il suo lavoro non ingrana, anzi è a rischio licenziamento ed il motivo è simile a quello che trascinerà Christine del film di Raimi all'inferno: non è per niente stronzo e cinico per fare certi mestieri. Sua moglie poi (Rutina Wesley) ha problemi con il suocero razzista (Tom Bower), mentre suo fratello (Devon Graye) è un cerebroleso che abbisogna di costose cure.
    A tirarlo fuori da questi guai una telefonata.
    13 sins parte molto bene e dice già tutto prima dei titoli di testa con la premiazione-celebrazione dell'anziano signore in Australia che dice sconcezze e taglia il dito della povera presentatrice. Il signore finisce morto ammazzato da un poliziotto che fraintende il suo voler prendere dalla tasca interna delle giacca il telefonino. A chiudere questa sequenza d'apertura l'inquadratura della telecamera di sicurezza.
    Poi parte la storia di Elliot, uno che con la vita dell'anziano signore non ha niente a che spartire. Le 13 prove da superare in cambio di soldi, sempre più soldi, sono ovviamente sempre più difficili ed hanno uno scopo antropologico, scientifico: dimostrare che chiunque in determinate condizioni si trasforma in un animale. Non è un caso che la prima prova, a quanto pare uguale per tutti, sia quella di ammazzare una mosca, per sfatare il modo di dire "non farebbe male ad una mosca" perché chiunque, dietro compenso, soprattutto se squattrinato, farebbe del male ad una mosca e non solo. Ma queste sono le altre prove che non staremo certo qui ad elencare. Possiamo dire però, senza spoilerare troppo, che inizialmente, quando le prove sono difficili ma non troppo, si ride abbastanza. Anche quando la situazione diventa mano a mano sempre più drammatica permane comunque una certa ironia che da una parte smorza ma dall'altra accentua la gravità della situazione: dal telefono di Elliot che squilla in continuazione e nei momenti meno opportuni per proporre prove sempre più a rischio, alla suoneria stessa del telefono con la musica tipica del circo uguale, mistero, per tutti i concorrenti. Ironia presente almeno fino a un certo punto.
    La drammaticità maggiore sta nel fatto che a giocare a questo gioco non è soltanto Elliot e che le sfide finali prevedono un coinvolgimento emotivo/personale impensabile, un po' come accadeva nel citato The Box. Inoltre dovunque può nascondersi un complice dei misteriosi sadici burattinai giocherelloni, il che fa pensare alla lontana al film The Game di David Fincher.
    13 sins purtroppo cresce bene fino a un certo punto ma poi nel finale si smoscia, ritira gli artigli allineandosi ad un target popolare, troppo popolare. Mentre Kelly e Raimi ti lasciavano di stucco, Daniel Stamm, il regista del notevole L'ultimo esorcismo, non osa quel finale che ti annienta e ti lascia muto per diverse ore. Ed è un peccato anche perché nella frenata finale codarda si sono consumati mezzi copertoni.

    Il Chupacabra assassino nel trailer di Indigenous

    Il Chupacabra è un animale appartenente alle leggende metropolitane, come lo Yeti o il Bigfoot.
    Ed è una leggenda piuttosto recente che vuole la "residenza" dell'animale principalmente negli Stati Uniti e in Messico o comunque nei paesi latini o con un'alta percentuale di abitanti di etnia latina.
    Chupacabra è infatti una parola spagnola che sta per succhia capra, questo perché a questa creatura sembra piaccia succhiare il sangue e gli organi interni delle capre e di altri animali da fattoria. Come sia fatto un Chupacabra è difficile dirlo: le descrizioni sono piuttosto discordanti tra di loro, come giustamente deve essere per ogni leggenda metropolitana che si rispetti, quella più ricorrente la vuole vagamente antropomorfo con una fila di aculei che partono dalla testa per arrivare all'attaccatura della coda.

    Questa versione della creatura misteriosa, a occhio e croce da quel poco che si capisce dal trailer, sarà possibile vederla in Indigenous: il film horror di Alastair Orr che dà alla creatura misteriosa anche una tendenza a preferire gli umani agli animali, altrimenti non sarebbe un film del terrore.

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    Si tratta, sembrerebbe sempre dal trailer che potete vedere qui sotto, dell'ennesimo found footage con protagonisti i soliti americani in vacanza (questa volta a Panama) che finiscono male tra le grinfie di un Chupacabra che si crede un Chupahombre.
    Il regista, che viene da Johannesburg, aveva esordito nel 2011 con l'horror Expiration.

    Indigenous, produzione della giovane Kilburn Media, sarà proiettato il 20 aprile al Tribeca Film Festival.
    Ecco il trailer.


     
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