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13 assassini (Takashi Miike)

Mi ha detto l'amico Odoardo che ho incontrato per caso alla proiezione che la storia di 13 assassini si ispira a fatti realmente accaduti, segno che, penso io, almeno nella realtà il viaggio dell'eroe non finisce sempre bene. Di 13 assassini pronti a tutto pur di far fuori un potente-prepotente-sadico più che mai ne rimarranno ben pochi alla fine, giusto quelli, messaggio dell'autore, che con la professione dell'assassino c'entrono poco o niente. Segno che solo i grandi autori come Takashi Miike sono in grado di osare storie dai finali cosi anti convenzionali e criptici. E se c'è un messaggio che si vuole trasmettere, l'inutilità del codice dei samurai?, non c'è retorica nella scena dei due guerrieri allievo e maestro che muoiono uccisi dai nemici l'uno di fronte all'altro: si passa subito ad altro senza dilatare neanche di un secondo quella morte straziante, cosa su cui parecchi invece avrebbero sguazzato. L'azione si sposta su quelli che restano combattendo ancora per la giusta causa forse perché non è piangendo ma combattendo che si rispetta la morte di un samurai morto in battaglia, forse perché questo episodio storico rappresenta un po' la fine della loro epoca. Una cosa molto crudele che però è il fascino di questo film sporco di fango e sangue a tal punto da lasciar sentire quegli odori.



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