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I 40 anni di La corta notte delle bambole di vetro di Aldo Lado

L'immagine di Ingrid Thulin che urla disperata alla fine de La corta notte delle bambole di vetro è una di quelle cose che ti segnano a vita. Non ho mai sofferto di depressione, tristezza o cose simili, neanche il fottuto terremoto ci è riuscito, figuriamoci, ma con questo film credo di essermi avvicinato a quello stato d'animo. Perchè il finale di questo film è davvero uno di quelli che non si dimenticano mai fondamentalmente perché si ha la precisa sensazione che siamo spacciati, burattini, oggetti che non contano un cazzo di niente, che chi conta è una elite vecchia, conservatrice che annienta la nuova generazione per sopravvivere.
Chinatown ma anche L'uomo nell'ombra (entrambi di Polanski) e Society hanno una cosa in comune con La corta notte delle bambole di vetro ed è l'annientamento, in un modo o in un altro, del protagonista voluto da un potere che deve mantenere tutto com'è per la sua incolumità. Eppure il film di Aldo Lado, qui al suo esordio dietro la macchina da presa, ha un qualcosa in più che ti butta giù.
Merito anche della sceneggiatura di Ernesto Gastaldi capace di creare mistero e paura con pochi elementi, dell'ottima musica di Ennio Morricone, della fotografia di Giuseppe Ruzzolini (a lavoro nello stesso anno anche in Giù la testa di Sergio Leone), degli azzeccati interpreti Jean Sorel, Barbara Bach, Mario Adorf oltre, naturalmente, la già citata Thulin.
Produce Enzo Doria, un nome fondamentale per gli amanti dei generi che più piacciono a noi del klub 99. E proprio la pellicola di Lado -che il 28 ottobre di quaranta anni fa usciva nelle sale d'Italia- ha ispirato il titolo a questo sito. Il che spiega la venerazione per un'opera che a molti risulta persino noiosa, poveri fessi.

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