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Punto zero - RECENSIONE

Dopo il post dedicato ad Arancia meccanica continuiamo a parlare di libertà prendendo in esame questa volta un film cult appartenente al genere americano che più di ogni altro probabilmente ha affrontato l'argomento. Punto zero (Vanishing point) parla di un uomo che deve consegnare un bolide (una Dodge Challenger 70) dal Colorado fino in California. Sarà inseguito dalle polizie di mezza America ma troverà anche la solidarietà da parte di hippie, redneck del deserto e dj locali che vedono in lui un paladino della libertà. Perché scappa dagli sbirri non ci viene mai spiegato, forse è semplice intolleranza verso le forze dell'ordine, forse è per il suo stile di vita non propriamente legale per via dell'utilizzo di droghe stimolanti come la benzedrina. Kowalski (Barry Newman) resta comunque un personaggio complesso, disilluso, ed i molti flashback che lo riguardano ci aiutano a capirlo, ma con una sua etica: asso del volante ex campione di corse automobilistiche, quando con la sua guida spericolata fa cappottare le auto della polizia si ferma per accertarsi, forse?, che i guidatori non siano rimasti feriti. Il nostro driver fugge, corre a più non posso, non si ferma perché non può e non vuole, perché la velocità allieva i suoi mali interiori dandogli la sensazione di libertà. L'automobile è la sua casa, un po' come accadrà anche per i camionisti protagonisti de Il bestione, il solo posto in cui tutto funziona secondo le sue regole, il suo microcosmo perfetto che lo fa vivere nel presente e non nel passato dei drammatici flashback.

Punto zero è diventato in America da subito un film di culto tant'è che Tarantino lo cita, per bocca delle sue protagoniste, nel suo A prova di morte. Qui da noi più che altro è noto il remake tv con protagonista Viggo Mortensen.


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