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Un angelo per satana - RECENSIONE

Camillo Mastrocinque è passato alla storia per aver diretto Totò e Peppino nei due classici Totò Peppino... e la malafemmina e La banda degli onesti. A un certo punto della sua carriera però ebbe le palle per cambiare completamente genere e l'occasione gli fu data dai successi del nascente horror italiano. Girerà solamente due film La cripta e l'incubo nel 1964 e due anni dopo Un angelo per Satana.
Anche in quest'ultimo titolo, come avevamo detto per Il boia scarlatto, sono presenti e rivisti tutti gli elementi del gotico a partire dal tema della reincarnazione o del doppio.

A uno scultore (Anthony Steffen) un ricco signore (Claudio Gora) commissiona il restauro di una statua che i paesani credono maledetta. Pochi giorni dopo torna in paese Harriet (Barbara Steele) identica alla donna raffigurata nella scultura.
Molto presto Harriet inizia a dare sempre più segali di schizofrenia, perché convinta di essere la reincarnazione della sua antenata, e di zoccolaggine, seducendo lo scemo del villaggio Vittorio, un forzuto omone (Mario Brega, l'attore di tanti film di Sergio Leone e di Carlo Verdone), un timido maestro elementare (Vassili Karis) e la sua fidanzata (Ursula Davis) nonché lo stesso artista che però non ci vede chiaro e indagando scopre che di paranormale in questa vicenda non c'è assolutamente niente.

Avvolto da un'atmosfera rarefatta, nebbiosa, e se non si è appassionati del genere (ma anche se lo si è) pure piuttosto sonnacchiosa, Un angelo per Satana se non altro ha il pregio di riportare l'orrore ad un livello razionale che esclude fantasmi, possessioni e reincarnazioni. Tutto avrà una spiegazione logica: Harriet cambia atteggiamenti sessuali in fretta ma non è pazza né ninfomane, chi si crede posseduto dal fantasma di un antenato o è plagiato o matto da legare, chi asseconda questi atteggiamenti o è succube o è innamorato, come al solito insomma i mostri siamo noi.

Nella prima finestra video potete vedere le due scene saffiche tra Barbara Steele e Ursula Davis, nella seconda la scena più gotica della pellicola.









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