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Reality (Matteo Garrone)

Esaltazione, paranoia e depressione. Sono questi i tre stati d'animo, le tre fasi che Luciano attraversa durante Reality, il nuovo film di Matteo Garrone. Tutto per un'ossessione tutta moderna che vuole i soldi e il successo facili, che ci fa desiderare l'apparire, cioè l'apparenza. Luciano vuole entrare nella casa del Grande Fratello, all'inizio neanche ammettendolo, la scusa in questo senso sarebbe che al provino ci tenevano i figli, presto però Luciano, una volta capito che al programma tv non parteciperà, tira giù la maschera e nella più cristallina trasparenza inizia ad impazzire rendendo impossibile la vita alla moglie e ai figli, disconoscendo la realtà e chiudendosi a riccio in un mondo tutto suo. Luciano è napoletano ma poteva benissimo essere di Roma o di Milano. Un personaggio ingabbiato nella sua ossessione di un mondo da favola (concetto reso bene dalle musiche di Alexandre Desplat spesso molto helfmaniane a partire da quelle del piano sequenza aereo iniziale), ed è significativo che ad interpretarlo sia un detenuto, il bravo Aniello Arena. Fa il pescivendolo ma poteva benissimo fare l'industriale perché chi per un motivo chi per un altro siamo tutti vittime del desiderio di successo e di competitività, vogliamo tutti avere il famoso quarto d'ora di celebrità profetizzato da Warhol, anzi le trasmissioni come Il Grande Fratello hanno dilatato quel quarto d'ora. A differenza di Gomorra però Garrone si concentra esclusivamente sulla storia di Luciano senza intervallarla con quella di altri personaggi con il rischio di far passare l'idea che al Grande Fratello ci voglia andare solo chi non ha una certa istruzione. Equivoco (imperdonabile? Ci devo ancora riflettere) a parte quella di Reality è dunque una storia universale che Garrone racconta pizzicando le corde del tragico e del comico e optando ancora una volta per una regia (apparentemente) quasi inesistente.

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