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La donna del lago - RECENSIONE

Alle origini del giallo all'italiana: un lago e mille inquietudini
[di Stefano Nicoletti]

Lo scrittore Bernard sta fuggendo malinconicamente da tutto.
Il luogo dove cerca di far riposare i pensieri è l’albergo di montagna del signor Enrico, dove ha già soggiornato in precedenza e dove ha conosciuto Tilde, la cameriera, che lo ha colpito nel profondo.
Come spesso succede nei film (e nella vita?) quando si è convinti di trovar pace in luoghi solitari, immersi nella natura, si scopre d’un tratto che la pace non abita più nemmeno lì.
Tilde è scomparsa. La novella moglie del figlio del signor Enrico ha lo sguardo assente e passa le giornate chiusa nella sua camera. Il fotografo del paese è convinto di poter scoprire segreti tenuti al caldo del camino dell’albergo di famiglia. Ovunque volga lo sguardo, Bernard ha l’impressione di intravedere le figure sfuggenti della bugia e dell’ipocrisia.
Il film procede per gradi, accumulando suspence un passo dopo l’altro. Ogni personaggio viene caricato del proprio fardello di mistero, e con lui lo spettatore. La regia accompagna con pazienza l’intirizzito scrittore in giro per il paese, nel tentativo di rompere l’omertà familiare degli albergatori, attraverso indizi che ora sembrano inequivocabili, ma che tra poco saranno diventati pallidi ed inconsistenti.
Sarà proprio la calma ostinazione di Bernard a far affiorare tutte le pulsioni da anni represse all’interno della famiglia di albergatori, e allora ci saranno solo violenza e morte.

Diretto con ritmi calibratissimi da Bazzoni e Rossellini, con una fotografia in b/n molto accurata, La donna del lago rappresenta uno dei primi esperimenti di giallo italiano (siamo nel 1965). Esperimento riuscito per molte ragioni: in primis per un’ottima prova degli attori tra cui spiccano tutte le figure femminili e un Salvo Randone statuario nei panni del capofamiglia.
Attenzione però: siamo a mille anni luce dalla ricerca di suspence di MarioBava vista  in gialli precedenti come La ragazza che sapeva troppo (1962) o Sei donne per l’assassino (1964). Qui non troverete nessuna estrosa scelta di regia, ma solamente una perfetta scelta dei tempi visivi.

Curiosità: tratto da un romanzo di Giovanni Comisso, sembra ispirarsi anche al romanzo di Giorgio Saviane sui “Misteri di Alleghe”.

Stefano Nicoletti

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