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Argo - RECENSIONE

Nel cinema politica e thriller sono andati spesso a braccetto anche come in questo caso quando il fatto che si narra è ispirato a fatti realmente accaduti. Ben Affleck, qui alla sua terza regia, ci prova con Argo: una storia che narra l'avventura di Tony Mendez della CIA che nei primi giorni del 1980 decise di recuperare un gruppetto di americani, che si erano rifugiati nell'ambasciata canadese in Iran dopo una violenta occupazione di quella americana, inscenando i sopralluoghi per un film di fantascienza. L'operazione ha avuto successo ma finzione per finzione, beffa per beffa, chi si prenderà il merito dell'operazione segreta alla fine saranno solamente i canadesi...
E l'aver saputo cogliere i lati divertenti della tragedia è senz'altro l'aspetto più originale di Argo. Il dramma e la paranoia che ne consegue ci sono ma sono stemperati da una ironia che in fondo ci rassicura. Come dicevamo essenziale per la riuscita dell'operazione che si racconta, e che dà il titolo al film, è stato il mondo del cinema che in Argo viene omaggiato in modo piuttosto sentito e divertito grazie soprattutto al personaggio di Lester Siegel interpretato da Alan Arkin.
Il difetto del film però sta nel fatto che l'ironia alla fine ruba un po' troppo la scena agli altri aspetti emotivi, insomma stempera oltremodo il dramma e stabilizza i battiti cardiaci troppo presto. L'unico momento in cui gli elementi si incastrano bene -con l'ironia che subentra al momento giusto alla suspense e alla tensione- è in tutta la lunga scena finale con la perquisizione in aeroporto, l'imbarco all'ultimo secondo e tutto il resto che si conclude in stile Blues Brothers. Geniale. Peccato che quello però non sia il vero finale.

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