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Non si sevizia un paperino - RECENSIONE

Il giallo italiano in territorio magico

Siamo nel 1972, Dario Argento ha appena terminato la trilogia animalesca ed il giallo all’italiana ha cambiato per sempre stile, portando all'estremo le soluzioni tecniche che Mario Bava aveva mostrato in Sei donne per l’assassino (1964).
Lucio Fulci, però, non si accontenta di inserirsi nello stuolo di imitatori di Argento e firma (sceneggiatura più regia) un capolavoro di originalità all'interno del genere.
Prima di tutto per l’ambientazione: un anonimo, tipico paese del Sud d’Italia (dal fittizio nome di Accendura), in cui l’arrivo della modernità è simboleggiato solo dal nuovissimo e deserto viadotto dell’autostrada che lo lambisce e da Patrizia (Barbara Bouchet) una giovane-bene rispedita al paese d’origine dal padre arricchitosi a Milano, per allontanarla dalle tentazioni della droga.
Il paese è sconvolto dal susseguirsi di delitti di bambini di dieci anni, colpiti alla testa e poi soffocati. Le indagini dei Carabinieri si scontrano da subito con i pregiudizi della gente, che pretende un colpevole per ritornare prima possibile alla propria quiete millenaria. Sarà forse lo scemo? Sarà forse la "maciara" (Florinda Bolkan), la compagna dello stregone zio Francesco, già chiacchierata da anni per aver portato in grembo un “figlio del diavolo”? sarà invece proprio Patrizia, simbolo di tutte le deviazioni della modernità?
Il bandolo della matassa lo troverà un giornalista de La Notte, impersonato da un Tomas Milian in grande forma, precedendo i Carabinieri.
A tenerci col fiato sospeso in questo giallo atipico sono sì le indagini, ma soprattutto le atmosfere silenziosamente morbose, malsane, magiche che sprigiona il paese di Accendura, con i suoi boschi millenari, i suoi colli sassosi, le sue tradizioni misteriose.
Fulci dosa i personaggi e le situazioni in modo da non far prevalere gli uni sulle altre e crea una quadro credibile, vero, che suggestiona.
La regia alterna i grandi spazi (il viadotto che rompe lo sfondo di infinite colline tra le quali sembra disperso Accendura) a quelli più angusti e sofferti delle facce degli accusati.
La cura dei dialoghi e i loro particolari rappresentano poi il tocco finale di condimento sul film: per citarne uno, l’intercalare: “Viva l’Italia!” che lo stregone zio Francesco ripete ai Carabinieri quando visitano il suo tugurio.
Lucio Fulci, osannato da alcuni anche per film horror successivi, è però in questo film al suo massimo splendore di autore.

Curiosità: Florinda Bolkan (ripeterò mai abbastanza quanto fosse bella e ispirata?) dichiarò che i primi piani di lei (e tutte le altre riprese che la ritraggono di fronte) mentre interagisce con altri personaggi (la scena in chiesa, quella dell'interrogatorio e quella del linciaggio nel cimitero) furono girate utilizzando le controfigure degli attori.
Stefano Nicoletti

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