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[RECENSIONE] Frankenweenie

C'è gente oramai convinta, e anche io un po' lo sono, che il cinema di Tim Burton sia oramai trito e ritrito come dimostra anche l'ultimo Frankenweenie, remake di un suo cortometraggio degli esordi. Ci sta tutta ma cazzo se riesce ancora ad emozionare. Burton per qualche strana ragione conserva in sé meglio di molti altri il ragazzino che era, meglio, ricorda ancora nitidamente le sensazioni di quando era ragazzo e le trasmette agli altri fottutamente bene.
E sono due i momenti nei quali il passato riemerge dolcemente: Quando Vincent corre dopo la scuola verso casa per fare le sue cose strane in solitudine. Lui -trovandoci in un film- ha fretta perché vuole provare a rianimare il suo amato cane Sparky, noi ci precipitavamo per leggere i nostri romanzieri e fumettari preferiti o perché su qualche tv privata facevano un film che aspettavamo da tempo. Quest'ultima cosa ai giovani di oggi risulta incomprensibile ma chi scrive comincia ad avere una certa e ai suoi tempi nelle tv private si trasmettevano di pomeriggio film come Operazione Paura o Fantasmi.
Ma la cosa che più ci fa tuffare nel passato la troviamo nell'affanno del respiro di Vincent. Banalmente poteva farci sentire il cuore che batte veloce invece Burton fa una cosa tremila volte più efficace: ci fa sentire il suo respiro affannato non tanto per lo sforzo fisico quanto soprattutto per l'eccitazione per la cosa che si appresta a fare in gran segreto.
Grazie a questi due piccoli momenti Frankenweenie diventa per quanto mi riguarda inattaccabile. Anche se avesse avuto un'animazione stop-motion pessima, o rimandi al cinema horror del passato banali e non sentiti, o un ritmo meno brioso o un ironia meno nera. Cose che per fortuna non ci sono.
Dopo il pessimo Alice (uno dei maggiori incassi della storia del cinema) e il così così Dark Shadows Burton dà segni di rinsavimento. I miracoli forse esistono.

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