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La vita di Adele - RECENSIONE

A volte scrivere di un film anche solo due righe senza cadere in frasi scontate e retoriche è difficile, e non sarò certo io a superare questa barriera.
Con La vita di Adele (capitoli 1 e 2) il compito è quasi impossibile anche per i professionisti della recensione figuriamoci per un povero blogger scarparo come me. Risulta difficile soprattutto quando il film è molto bello, in quei casi non si sa mai da dove cominciare figuriamoci come e dove si andrà a finire. Mi viene da sbrigarmela buttando giù una serie di motivazioni non necessariamente legate da un filo logico.

Innanzitutto La Vita di Adele è un film che trasuda verità e per farlo si prende i suoi tempi.
Una ricerca della verità riscontrabile non solo nelle esplicite scene di sesso saffico tra le due ragazze ma in tutte le scene del film, mi viene in mente quella bellissima, toccante e vera (lo ripeterò fino alla nausea) di Adele che tra i singhiozzi, nella solitudine della sua cameretta, mangia una barretta di cioccolato.
Il film è un discorso universale, generico, sull'amore e sulle catene che questo comporta, sulle paure e i pregiudizi che ci impediscono di viverlo in libertà. Su come gli opposti si attraggano causando vortici emotivi totali. Mi vengono in mente le due differenti cene a casa dei loro genitori con Emma che presenta tranquillamente Adele come la sua ragazza mentre nell'altra Adele presenta Emma come l'amica che le dà lezioni di filosofia. Adele che si lamentava di fingere ha appena dimostrato che continua a farlo e lo farà ancora dopo quell'episodio. Non è ancora arrivato per lei il momento di maturare. Saranno le sue bugie e la non (totale) accettazione della sua sessualità a far crollare la relazione tra le due? Di sicuro l'incontro tra le due è motivo di crescita e di consapevolezza per la protagonista, la catapulta nell'età adulta, le fa prendere coscienza che la vita non è rose e fiori, un romanzo, o un film, e che un amore vissuto con quell'intensità fa male quando finisce.
Tutti concetti molto scontati, se scritti da me, ma raccontati dal regista Abdellatif Kechiche si allontanano da furberie, retoriche e quant'altro uccide il Cinema.


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