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The Raid: Redenzione - RECENSIONE

Oddio quante botte si dànno in The Raid: redemption! Questo film manda decisamente all'altro mondo tutte certe americanate viste da almeno dieci anni a questa parte. Perché mentre il cinema più commerciale del pianeta per accattivarsi una certa fetta di pubblico, quando realizza una pellicola dove ci si picchia, non disdegni la violenza e ricorra spesso, troppo spesso, a degli artifici per rendere i combattimenti più incredibili, l'indonesiano The Raid ci ricorda che in oriente il genere cinematografico delle arti marziali è ancora basato su coreografie incredibili ma realizzate live da attori dalle capacità atletiche innate.
Un discorso simile lo facemmo a proposito degli effetti del film La Cosa realizzati da Rob Bottin. Anche nel film di Carpenter il fatto che i trucchi venissero fatti interagire con gli attori aumentava parecchie cose che andavano tutte a vantaggio del risultato del film. Ne traeva beneficio la credibilità degli effetti mostrati e anche la recitazione degli attori perché in quei momenti si trovavano davvero davanti a fatti concreti, interagendo con essi.
The Raid: redemption va oltre perché qui non ci sono mostri venuti dallo spazio ma solo un gruppo di poliziotti che si riduce sempre di più durante una pericolosa operazione all'interno di un palazzo gestito da delinquenti. Farabutti pronti a tutto pur di difendere il loro capo Tama (Ray Sahetapy) e che spuntano numerosi dappertutto pronti a gettarsi senza esitare contro gli sbirri, a lottare fino alla fine (di uno dei due) battendosi con armi di ogni tipo ma preferendo di gran lunga lo scontro fisico. E giù botte da orbi come se non ci fosse un domani tra due fazioni che non hanno niente da perdere perché hanno già perso tutto. Non è un caso che a coreografare le lotte in Silat (l'arte marziale indonesiana) ci siano, oltre al regista/sceneggiatore/montatore del film Gareth Evans, gli attori Iko Uwais e Yayan Ruhian: il primo interpreta il poliziotto buono Rama, l'altro è l'abilissimo lottatore con la coda di cavallo che dà filo (e colli) da torcere ai tutori dell'ordine. E si vede che il livello di realtà delle botte è piuttosto alto, si percepisce il divertimento nella costruzione. Una fantasia e un gusto (anche per il sadico) che più di una volta possono lasciare di stucco senza ricorrere ogni cinque minuti ai cavi che poi la post produzione cancella.
Uscendo da questo discorso sulla verosimiglianza della violenza, The Raid è una gustosa variante del viaggio dell'eroe dentro un posto inospitale dove scoprirà se stesso. Che poi, per via dell'ambientazione in un palazzo abitato da delinquenti quasi sovrannaturali per forza e determinazione, il tutto assomigli ad un comune videogame sparatutto in prima persona è un altro discorso ancora che (volendo) si potrebbe anche sintetizzare con paraculata.

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