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[RECENSIONE] Grand Budapest Hotel

Al Grand Budapest Hotel un giovane scrittore curioso (Jude Law) nota, tra i tanti volti grigi dei clienti, un signore piuttosto vistoso. Quel signore è infatti Mr. Moustafa il proprietario dell'albergo e sarà proprio lui (F. Murray Abraham) a raccontargli la storia di come, quand'era un ragazzino, ne è diventato il padrone.
Grand Budapest Hotel è questo: un film, un gran bel film, su un racconto, sull'arte di raccontare. Ed è raccontato in modo magistrale nonostante ogni tanto le parole del narratore diano l'impressione di essere di troppo. È narrato come dio comanda perché nonostante l'intreccio piuttosto articolato si riesce a seguire tutta la vicenda con molta facilità.
Ed è il racconto della formazione di Zero (Tony Revolori), il ragazzo della hall, il suo ingresso definitivo nel mondo degli adulti.
Ma è anche il suo giusto riscatto per una vita già difficile alla sua giovane età. E resta comunque anche la storia di un bambino/ragazzo colto nel momento del passaggio dall'infanzia all'adolescenza. Possiamo dire in definitiva che Grand Budapest Hotel è la storia del passaggio che porta Zero a diventare Mr. Moustafa.
Una storia di formazione, un viaggio che non sarebbe esistito senza il mentore Gustave (Ralph Fiennes): il concierge colto e gerontofilo che accusato di omicidio decide di agire per conto suo per dimostrarsi innocente. Con Zero sempre fedele al suo fianco pronto alla fine a raccogliere il suo testimone.

Ma forse la cosa più sorprendente è anche quella che meno si nota: Grand Budapest Hotel è una commedia però nera perché racconta una storia violenta, fatta di morti e sangue. La famiglia disfunzionale, tanto ricorrente nel cinema di Wes Anderson, torna anche qui ma a fare da antagonista a Gustave e Zero: i due poveri cristi che non possono contare su nessuno se non su loro stessi per togliersi dagli impicci.

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