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[RECENSIONE] Womb

Womb, unica produzione internazionale del quarantenne regista ungherese Benedek Fliegauf, è un film che non dimenticherò facilmente per un bel po' di ragioni, alcune delle quali non così semplici da mettere nero su bianco.
Prima di tutto è un film dalle atmosfere originali, rese da una fotografia magistrale di Peter Szatmari, che riescono a rendere alla perfezione tutti i momenti di solitudine, di angoscia, di claustrofobia e di rapporti al limite dell'alienazione che grondano dal film.
La storia è ambientata in una isolata casa di legno costruita lungo la spiaggia di un paese freddo, in cui la primavera sembra un'incidente di percorso dentro un unico, infinito inverno. 
E' qui che Tommy e Rebecca, due bambini intorno ai dieci anni, si conoscono e diventano amici, finché lei non è costretta a partire per seguire i genitori in Giappone.
Ritornata in quei luoghi molti anni dopo, Rebecca scoprirà che il suo affetto per Tommy non è cambiato ed è ricambiato. Quando un incidente però toglierà la vita a Tommy, capiremo ti trovarci in un mondo futuribile in cui la clonazione umana non solo è realtà, ma è anche la strada che Rebecca sceglierà per riportare in vita Tommy. 
Il passaggio obbligato per riuscirci sarà nientemeno quello di portalo in grembo ("womb" in inglese) per nove mesi e farlo nascere di nuovo. 
Morboso niente male, anche se su questo aspetto il film non cade mai in un'indecenza volgare, il passaggio da amante a madre dello stesso uomo è la nota che domina tutto il resto del film, in un crescendo di silenzi imbarazzati e momenti di sconforto di Rebecca, il cui dolore originario non sembrerà mai esser stato alleviato da una scelta al limite della follia.
Molti silenzi, immagini bellissime, domande scomode e senza ritorno fino ad un finale in cui la verità verrà a galla e con essa anche quei frammenti di ricordi del Tommy originario che lo aiuteranno a prendere l'unica strada logica per un figlio: staccarsi da ogni madre.

Stefano Nicoletti
www.storieinmovimento.blogspot.it

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