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[RECENSIONE] Razza bastarda

Il caso non esiste. Sarebbe mai potuto accadere, altrimenti, questa singolare coincidenza che mi ha visto contemporaneamente spettatore ritardatario del coraggioso film di Alessandro Gassman e lettore ultra-ritardatario di alcune pagine di Gomorra di Roberto Saviano? Decisamente, no e spiegherò con precisione il perché.
Razza bastarda, dicevo, è un film coraggioso perché ci porta in quei non-luoghi dove non vorremmo andare, con quelle non-persone di cui fingiamo di non conoscere l'esistenza, per affrontare quelle non-storie che altro non sono che i mattoni su cui sono costruite le storie con la "s" maiuscola. Inutile aggiungere che tutte queste considerazioni potrebbero essere accomunate senza paura al libro che ha reso famoso Roberto Saviano, anche se, se si trattasse solo di questo, l'affermazione all'inizio di questo articolo sarebbe senz'altro esagerata.
Razza bastarda è un film nero, dove la speranza è una luce lieve in fondo al tunnel, troppo tenue per non essere confusa per quella di una semplice, polverosa lampadina da 40 w. La stessa speranza negata alle tante vittime silenziose del libro di Saviano.
Di nuovo, però, devo specificare che le suggestioni incrociate non si fermano qui. C'è di più, molto di più.
Razza bastarda è infatti soprattutto un film sul rapporto obbligatoriamente sbagliato tra un padre e un figlio, sui tentativi di uno o dell'altro di uscire da situazioni a senso unico, sulla ricerca di una logica dove la logica non c'è, o è irraggiungibile, o è proprietà privata di qualcuno che non ha nessuna intenzione di metterla in vendita a buon prezzo.
E' qui che la casualità si interrompe del tutto.
Roman e il suo cucciolo nel film di Gassman, il padre di Saviano e lo stesso "Robertino" così come compaiono in un capitolo autobiografico di Gomorra: la finzione e la realtà si mescolano, esempi distanti si fanno vicini, intimi.
Parole e urla si mescolano, silenzi e distanze diventano ora irrisolvibili, ora banali conseguenze di scelte dolorose.
E in un bianco e nero asfissiante, l'eco del racconto di Saviano rimbomba dentro i cieli veloci di Gassman per dirci che laggiù, ma forse anche qui, sono la laurea e la pistola che, insieme, fanno un uomo.

Stefano Nicoletti

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