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Maps to the Stars - RECENSIONE

In un umido agosto di parecchi anni fa mi trovai a fare il turista a Hollywood.
Girando in auto sulle colline aride di quella zona di Los Angeles, era facile imbattersi in messicani di ogni età che agli incroci vendevano la mappa delle case delle stelle del cinema. La guida della città le sconsigliava (avrebbe portato, sosteneva, solo davanti a muri invalicabili e cancellate chiuse) così non la comprai.
L'ultimo film di Cronenberg (premiato nei Festival soprattutto per la prestazione di Julianne Moore, ricca di eccessi) ci suggerisce invece un modo ben più drastico per rintracciare questi personaggi dalla fama universale: quello di seguire i fantasmi che le loro vite generano in continuazione, in modo insostenibile.
Il successo tramuta in spettri gli affetti più stretti, i conoscenti, i collaboratori e anche i fan e gli sconosciuti incontrati per strada. Spettri, il cui dolore scaturisce dall'impossibilità di una relazione con persone fatte (di) immagine. Il successo rende impossibile ogni più semplice quotidianità, finché non rimane che solo una cosa cui pensare: come alimentare il successo stesso.
Inevitabile che questo loop di ossessioni porti a un finale poco consolatorio.
Qui stanno le uniche pecche del film di Cronenberg: le pochissime scene di azione e di sangue, un po' impacciate, macchinose, come se la vecchia abitudine nel girarle fosse andata persa.
Ma è un peccato veniale, perché il film è un capolavoro di dialoghi e situazioni a incastro.

Stefano Nicoletti

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