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[RECENSIONE] Man in the Dark

Dopo la difficile prova d'esordio con il remake di La Casa, difficile ma riuscita, lo continuerò a ripetere a vita, Fede Alvarez era atteso al varco per il secondo film. Niente remake questa volta, niente horror. Solo farina del suo sacco. Restano della partita il fedele sceneggiatore Rodo Sayagues più Sam Raimi e Rob Tapert nelle vesti di produttori. Che poi: se Raimi, il regista de La Casa originale ci continua a lavorare vuol dire che è rimasto soddisfatto della sua versione. Perché La Casa di Alvarez non è un remake così scontato: prende la sua strada, da un certo punto in poi è evidente che si stacca dall'originale, ma non sbaglia affatto percorso perché resta comunque da quelle parti, nello spirito del film di Raimi. E poi c'ha quel finale da togliersi il cappello, cazzo.

Ma sono qui per scrivere di Man in the Dark, che in originale è Dont'n Breathe, non respirare.
Tolte alcune cose stereotipate e inutili, come le dinamiche tra i tre giovani ladri, con Rocky (Jane Levy) che sta con quello stronzo di Money (Daniel Zovatto) ed è amata palesemente dal coscienzioso Alex (Dylan Minnette), o peggio il rapporto stucchevole tra Rocky e la sorellina piccola alla quale promette di portarla presto con sé in California, a parte queste furbate diciamo subito che il film funziona davvero bene e Fede Alvarez si conferma un regista talentuoso e anche simpaticamente presuntuoso quando a un certo punto cita il suo La Casa. Stessa attrice, Jane Levy, nella stessa situazione: lei inquadrata dall'alto sdraiata affianco all'automobile nella stessa posizione (un braccio in particolare...) con un nemico che le impedisce di recuperare un certo oggetto.



Il film è tutto un susseguirsi di colpi di scena dal momento in cui i tre delinquenti ragazzini entrano nella casa del cieco veterano di guerra Stephen Lang per rubargli i soldi di un doloroso risarcimento danni. Solo che il vecchio ci sente benissimo con le orecchie e con il naso e nella sua casa nasconde oltre al gruzzolone anche altre cose meno piacevoli. Non vado oltre nel racconto.

I colpi di scena, dicevo, sono tanti. La casa teatro dell'azione viene sfruttata in tutto il suo cielo-terra fino a quasi destrutturarsi, a mutare la sua architettura per aiutare il padrone di casa senza nome. Apri una porta per sfuggirgli ma lui è già li dietro pronto ad ucciderti per riavere i soldi rubati, o per quello che hai scoperto sul suo conto.

La regia di Fede Alvarez è vivace e partecipe ma resta comunque essenziale e riesce sempre a fare le cose giuste al momento giusto. E penso a quei (classici) dettagli inseriti all'inizio che poi ritorneranno. Il martello, il condotto d'aria tra un piano e l'altro, dettagli sempre mostrati all'interno di piani sequenza. Piani sequenza che ritornano spesso nel film anche perché tutta la vicenda si svolge pressoché nell'arco di una notte, solo alla fine la sopravvissuta esce dalla casa e scopre che fuori è ormai giorno, un po' come accadeva a Marilyn Burns nel primo Non Aprite quella Porta di Tobe Hooper.

In conclusione, Man in the Dark funziona, arriva dritto al punto con un bel misto di tensione continua (in cui il nostro respiro è affannoso o in apnea) interrotta da improvvise esplosioni di violenza, alcune delle quali davvero estreme, come il pestaggio del cieco alla moribonda Rocky. In queste occasioni Alvarez dimostra di saperci davvero fare. Sicuri che non ce lo toglieremo facilmente dai piedi, già da ora aspettiamo news sul suo prossimo progetto.



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