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ANDRA' TUTTO BENE: dagli Who agli Zen Circus a Livorno


Sono le domande a guidarti, sempre.
E' la notte del 19 settembre. Io e Tarp usciamo dal Forum di Milano e cerchiamo le parole. E' appena finito il concerto degli Who. Ho appena coronato il sogno di vedere dal vivo una delle più grandi band di sempre, in assoluto la mia preferita.
Siamo entusiasti, ma anche pensierosi. Gli Who hanno dato tutto: esaltato, commosso, scosso tutto il pubblico, ma io e Tarp ci guardiamo e ci chiediamo: tra dieci anni, quando Pete Townshend avrà 82 anni, chi andremo a vedere di così... grande? Chi sarà rimasto, quando questa generazione di grandi gruppi  (e quella appena successiva) dovrà lasciare il testimone?
Nei giorni successivi mi accade eccezionalmente di trovarmi solo in casa, con un po' di tempo libero.
Quella domanda mi risuona ancora nella testa. Apro Youtube alla ricerca di non so che cosa. Si riaffaccia lentamente la mia ossessione per un concetto di successo che non ha niente a che fare con MTV, le arene da 100 mila persone e il glam ingiallito di riviste musicali ormai inutili. Finisco a cercare tracce di gruppi delle mie parti, la Toscana dei Litfiba, dei Baustelle, dei Negrita... 
Recupero suggestioni, navigo da un pezzo a un altro, prendo appunti mentali, ricostruisco storie fatte di note.
E' così che qualche giorno dopo ho in tasca il biglietto per il concerto di Livorno degli Zen Circus.
Come sempre quando vengo colto dall'entusiasmo cerco di seminarlo in giro. Di contagiare. Di mantenere viva l'energia di fondo. Parlo in giro, invito gente, spedisco link.
Com'è possibile, allora, che mi ritrovo qui, la sera del concerto, a sbranare un hot dog da solo, sorseggiando in silenzio una birra rossa al bar del The Cage?
Tarp è rimasto impigliato. Tizio mi dice a testa bassa di non essere più tipo da concerti (e io mi devo trattenere, per non commentare). Caio e Sempronio hanno da fare questo e quello. C'è Fibro, che però doveva esser qui prima di me e invece chissà dov'è.
Poco male. Mi godo l'ottima rossa e la gente in giro. 
C'è un tizio davanti all'ingresso che sta incensando le doti del panino al lampredotto. Vorrei intervenire nel discorso e spiegare alla ragazza che ha di fronte che è un maledetto bugiardo, che se cerca di fare colpo grazie al lampredotto è anche un pazzo, ma qui, da solo, temo di fare la figura dello sfigato solitario che vuole attaccare discorso a tutti i costi. 
Ordino un'altra rossa. 
Dal The Cage, il porto di Livorno è luci lontane, una volta tanto immobili.
Si apre il portone e mi butto dentro.
Suona Erin K e il suo gruppo, un pop folk americano interessante.
Suona il mio telefono, è arrivato Fibro con un amico.
Ho fame di musica.

foto Sebastiano Bongi Tomàwww.sbtphotographer.eucontatto Facebook 


Di nuovo dentro, anche se non quanto vorrei. 
Quando entrano sul palco, gli Zen Circus lo occupano e non intendo solo fisicamente. 
Sono una presenza, forte.
Appino ha una maglietta che riprende la famosa frase di Keynes: "Nel lungo termine siamo tutti morti", incentivo al qui e ora. Almeno per me, per lui chissà che significato ha.
Si parte con "La terza guerra mondiale", pezzo omonimo dell'album appena uscito e prodotto da La Tempesta di Davide Toffolo dei TARM.
Da quel momento non c'è più respiro. E' vero, viscerale, passionale rock, senza pause, senza omissioni, senza manierismi o concessioni al pubblico.
Anche con l'inserimento della nuova chitarra del "Maestro" Pellegrini, gli Zen Circus di Appino, Ufo e Karim hanno un affiatamento da invidiare. Il pubblico non si ferma mai e nemmeno vorrebbe. Il The Cage raccoglie tutte le anime chiuse lì dentro e ne forgia una unica, nella quale sentirsi a casa almeno per un po'.
Solo l'amico di Fibro è sparito dopo due canzoni, Dio solo sa perché.
Lo ritroveremo alla fine di tutto, là fuori, tutto solo.
Non mi va di indagare, voglio tenere alta l'adrenalina.
Com'era quella frase a effetto sulle battaglie degli altri? Che ognuno ne combatte qualcuna di sconosciuta.
Io stasera sono felice che Appino abbia condiviso le sue con me e con il suo pubblico. 
Saturo di queste suggestioni, quelle degli altri stasera non riesco a sopportarle.

Stefano Nicoletti

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