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Aspettando gli Stones. I concerti dell'estate 2017: CULT e EDITORS



Siamo costretti a chiedere indicazioni. Fermiamo un tizio vestito da operaio, sulla cinquantina e gli chiediamo la strada per Piazza del Duomo. “Andate a vedere i Cult?”, ci risponde al volo.
Certo. In verità stasera il concerto è doppio: i Cult alle 20.30 e gli Editors a seguire. Ma noi siamo qua per i Cult, che comparivano nella lista dei desideri già un anno fa, quando è uscito l’ultimo loro ottimo album dal titolo “Hidden city”. Rock sofisticato, di spessore, di grande energia.
Non siamo certo prevenuti, però. Siamo apertissimi come sempre a giudicare gli Editors dopo averli visti.
Pistoia non sembra risentire dell’afa. È quasi passata l’ora dell’aperitivo, ma in centro c’è movimento, si passeggia per lo struscio serale osservando bonariamente gli invasori, come al cinema. Sto parlando di me, di Tarp e del migliaio di spettatori che stasera si riuniscono qua per vedere il doppio spettacolo. Ci sediamo poco fuori dall’ingresso per un panino spettacolare, con tutti i sapori e i profumi dell’entroterra toscano, poi entriamo. La piazza non offre un colpo d’occhio altrettanto spettacolare.
Cioè, è bellissima, ma semivuota. Buon per noi che ci possiamo sistemare a 10 metri dal palco senza temere conseguenze serie per la nostra birra.
In questi casi ci facciamo sempre la stessa domanda: come andrà il concerto senza la carica di una folla consistente? Non resta che attendere pochi minuti per scoprirlo.

Ian Astbury dei Cult (Foto Mathias Marchioni)

Quando i Cult salgono sul palco è ancora giorno ed è chiaro che quello non è il loro palco, bensì quello degli Editors. La scenografia infatti è coperta da pesanti teloni neri e così resterà per tutta la loro esibizione.
Ripenso a un’intervista recente di Ian Astbury, il cantante dei Cult. Diceva qualcosa tipo: “Ci interessa solo fare la nostra musica davanti ai nostri fan e restare fuori dal mainstream”. Stupendo Ian: in un mondo che cerca il successo a tutti i costi, chi ha già pagato il prezzo cerca in tutti i modi di allontanarsene. Dalla prima all’ultima nota, i Cult ci regalano il Rock con la maiuscola: semplice, diretto, come le parole di un amico che ti dice quello che pensa o le parole di uno sconosciuto che incontri una sera e ti apre orizzonti che ti sembravano lontanissimi. Il pubblico si scalda e loro vanno avanti come un treno, professionisti sì, ma soprattutto amanti passionali della musica che ci propongono. Intorno a noi pochissimi ragazzi sotto i vent’anni, pochi addirittura sotto i trenta. Perché? Voglio dire: i Cult hanno almeno dieci pezzi famosissimi, com’è possibile che nessuno abbia la curiosità di saperne di più vedendoli dal vivo? Il finale scuote la piazza per l’energia e lascia un vuoto.

Il gran finale dei Cult.

Non sono prevenuto, dicevo, ma a questo punto dubito che gli Editors riusciranno a colmare quel vuoto. Ne ho la certezza quando parte il loro primo pezzo: hanno alzato il volume e triplicato le luci, trucchi che non ingannano neanche i bambini. Il loro concerto infatti è una continua fotocopia di se stesso, con poche eccezioni che si perdono nel piattume di suoni tutti uguali. Io e Tarp ci accomodiamo sulle tribune e assistiamo alla diaspora dei rockers. Molti se ne vanno, altri affogano i dispiaceri allo stand del Latte Maremma, dove regalano lo yogurt. Beh, più autodistruzione di così…

Stefano Nicoletti

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