[VENEZIA 76/SIC 34] Ferine – La recensione

È possibile mantenere un equilibrio tra dolcezza e brutalità? Tra razionalità e follia? Fin dove ci si può spingere esplorando il nostro lato oscuro?

Queste e altre domande ruotano attorno a Ferine, cortometraggio scritto e diretto da Andrea Corsini in concorso per la trentaquattresima Settimana Internazionale della Critica.

Protagonista una donna (Anna Della Rosa) emersa da un bosco, scatenata in molti sensi. Muta, senza nome e piuttosto selvaggia nei comportamenti, è mossa da forze contrastanti che cercano di convivere: il fatto che sia in grado di guidare l’automobile rientra in questo dualismo apparentemente inconciliabile.

È un corto sui contrasti Ferine e sulle apparenze, dalla casa ai margini del bosco che dall’esterno pare fatiscente ma che è invece moderna all’interno, passando per il grigio centro commerciale dove arriva la scalza protagonista col suo vestito colorato, fino allo spensierato gioco finale che fa da contraltare (e da giustificazione) alla violenza vista prima. Forze opposte umane ancestrali che cercano di convivere e si alternano, in cerca di un bilanciamento anche se precario e crudele. Meglio: interdipendenti e fluide come lo yin e lo yang o una dissolvenza incrociata.

La signora in giallo (che per forza di cose fa venire in mente The Woman di Lucky McKee) ha accettato il suo lato oscuro, il gioco di forze, il mostro dentro di lei e se ne assume in qualche modo le responsabilità. C’è quasi un senso di pentimento a un certo punto, un briciolo di umanità che riemerge (così come la intenderebbe l’uomo occidentale civilizzato), ma la strada è oramai imboccata e non si può più tornare indietro.

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