[RECENSIONE] Suspiria (2018)

Dico la mia su Suspiria di Luca Guadagnino, ora che tutto il rumore attorno al film si è finalmente placato.

Rumore che è nato principalmente in italia, e generato da comportamenti scorrettissimi da parte del clan Argento ed il suo pericoloso fanclub.

Argento ha preso soldi da questo film, ed è accreditato anche nei titoli di coda… nonostante tutto ha finto fino all’ultimo di non sapere nulla di questo remake, come se fosse stato uno sfregio fatto alle sue spalle.

Meno elegante come sempre la scappata di casa, Asia, che con i suoi tweet diffamatori si è beccata anche una querela da Guadagnino, non presentandosi poi in aula.

Questi atteggiamenti hanno scatenato il fanbase argentiano fra boicottaggi ed insulti, arrivando a coinvolgere con mia somma sorpresa, perfino addetti del settore o aspiranti tali, rivelando la pochezza ed una miserabilità umana senza pari, specie laddove non si poteva attaccare il film (che nessuno aveva visto) o la bravura dell’autore (che è indiscussa), puntando allora sul fatto che sia gay.

Chiariti questi punti, diciamo che il film di Guadagnino VA VISTO, perchè è un signor film senza se e senza ma.

La lezione, Guadagnino l’ha appresa da Fassbinder e Polanski. Non da Argento… il suo Suspiria non è un film horror; è innanzitutto UN FILM.

Argento ha infettato di ridicolo la sua stessa trilogia, concludendo due capolavori come Suspiria ed Inferno con quella porcata di Terza Madre per cui dovrebbero togliergli le cineprese dalle mani per il resto dei suoi giorni, non vedo come abbia potuto esprimersi tanto negativamente sul film (ma del resto, è riuscito a parlar male sempre di ogni suo collega, da Fulci a De Palma) e l’unico signore in questa vicenda si è mostrato Tovoli che ha (in sintesi) affermato: “dovremmo essere tutti felici quando un grande autore si accosta ad un opera del passato per darne la sua versione”.

Un film che ruota attorno al concetto della madre, delle donne. Un film con una scrittura filmica e letteraria COLTISSIMA, politico, metaforico, sostenuto da un cast strepitoso, ognuno perfetto e valorizzato nella sua parte anche quando piccolissima.

Ai vividi colori di Tovoli, qui si sostituisce un clima grigio, plumbeo. Ai barocchismi argentiani, qui c’è geometria, simmetria, matematica.

Se Argento si era ispirato (con l’entusiasmo incendiario quasi adolescenziale con cui le letture maledette contagiano le menti più fertili) alle pagine eleganti del Suspiria De Profundis di Thomas De Quincey (su ispirazione dell’allora moglie e co-sceneggiatrice Daria Nicolodi)  per poi rovesciare violentemente l’archetipo nell’anticlimax estetico delle due successive parti della trilogia sulla Madre (Inferno e La terza Madre), Guadagnino decide di approfondire i legami occulti che legano in maniera quasi invisibile l’opera originale e tocca temi esoterici non come meri giocattoli estetici. Suspiria, è pieno di psicoanalisi: vengono citati esplicitamente Lacan e Jung, e si capisce bene, per come è stato girato più che per come è stato scritto, che al regista interessa molto seguire la direzione dell’inconscio, del simbolo, del perturbante.

Non voglio stare a lodare la scelta di musiche di Tom Yorke, costumi e attori, inclusa la trasformista Swinton (icona di Guadagnino) qui in uno dei suoi ruoli più belli dopo ORLANDO; Dakota Johnson supera la prova… era difficile gestire la sfida con la prova magistrale della Swinton, soprattutto con una precedente esperienza non propriamente d’autore. Ma se ne è parlato davvero tanto, troppo.

Poco si è parlato invece di come con geniale e semplice intuizione Guadagnino sposta il film nella Berlino divisa in 2 degli anni ’70, dove un fervente clima sociopolitico ci permetterà di sospettare e dire “tremate, le streghe son tornate”. Fare un film di streghe oggi, senza considerare il simbolismo sociale da cui certi film erano generati, sarebbe stato un crimine.

Per citare lo psichiatra Marco Lazzarotto Muratori: “La scuola di danza, come suggerito da Miss Tanner all’inizio, si configura dunque come un avamposto di libertà, un luogo chiuso e ginocentrico. Donne che usano la propria femminilità come un potere, che rivendicano un’autonomia assoluta, che si erigono a rappresentanti, capi di una congrega, donne che influenzano gli eventi e si servono degli uomini come marionette o, più propriamente, come testimoni. Ma c’è di più: l’ambizione più alta delle donne di Suspiria è quella di essere Madre; non una madre qualunque, bensì Madre delle madri, Das Ding, la Cosa freudiana. E la Cosa, al di là del suo potere generativo, è anche morte. La Madre è una madre di morte, una madre mostro, un ragno (come la gigantesca ragnatela nel covo delle streghe suggerisce, invischiando i corpi semidigeriti delle studentesse/figlie) e un vampiro. Soprattutto, sembra confermare Guadagnino, una donna tutta madre è una donna invasa, posseduta, divorata dal materno, e può solo donare morte, proprio come fa Madre al termine del Sabba che chiude il film.”.

Questo è Suspiria. Certo, il debutto di Guadagnino all’horror ha comunque convinto poco su alcuni passaggi, e sono proprio quelli più horror: il finale rosso sangue sembra girato in modo confuso e frettoloso, inoltre i temi affrontati in questo capitolo (il film è diviso in 6 capitoli ed un epilogo) si fanno ridondanti e lo sdoppiamento di personaggi diventa un po’ forzato con colpi di scena da “soap opera”. Nonostante tutto, il film resta potentemente impresso, e a fine visione si resta turbati e soddisfatti… con uno strano sorriso stampato in viso.


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