[RECENSIONE] Nell’erba alta

Tratto da una storia breve di Stephen King e di suo figlio Joseph (conosciuto con lo pseudonimo di Joe Hill), Nell’erba alta è una produzione Netflix che ha dato nuove opportunità espressive a Vincenzo Natali, il regista che ha iniziato la serie culto dei film sui “cubi” misteriosi e mortali.

Natali fa del suo meglio per restituire le classiche atsmosfere dei libri di Stephen King e mostra un’eccelsa capacità di sintesi nel far arrivare allo spettatore sia l’adrenalina sia i messaggi di fondo della narrativa del vate del Maine.

Il tema di fondo rimane l’uomo, sperduto al di fuori delle costruzioni protettive della sua tecnologia, che affronta la natura con un misto di fascinazione, reverenza e timore. Il suo istinto non lo tradisce. Quando lascia la strada e si addentra in quel mondo che ormai quasi non gli appartiene, allora si lascia anche ogni punto di riferimento alle spalle. “Qui niente viaggia in linea retta” dice uno dei protagonisti e infatti né lo spazio, né il tempo rispondono più alle leggi umane, lì, nell’erba alta. Tutto è suggestione, uguale e diverso da se stesso, capace di contorcersi e rivelarsi solo a chi è disposto ad abbandonare la ragione. Il ritorno alla natura dei King e di Natali è insomma una evidente remissione della razionalità, i cui risultati sono la paura e l’abbandono a miti sanguinari.

Natali non esagera mai nel cercare la paura a tutti i costi e questo oggi è un grande pregio. La suspense non manca e i brividi seguono con la giusta cadenza, senza annoiare mai e senza mai diventare fini a se stessi. Una piccola boccata d’ossigeno, dunque, nel mare piatto dell’horror contemporaneo.

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