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[RECENSIONE] Tre Manifesti a Ebbing, Missouri


Possono degli eventi drammatici, persino tragici, essere raccontati in modo divertente? La migliore commedia italiana ci ha insegnato di sì. Un certo cinema americano anche.

Ma in fondo è la vita ad essere così: dramma e risate, morte e nascite, allontanamenti e nuove conoscenze. Con tutto quello che c'è in mezzo, tutte le sue innumerevoli sfumature o i suoi bruschi passaggi da una condizione all'altra.

Tre Manifesti a Ebbing, Missouri è questo: una rappresentazione della vita con tutti i suoi contrasti, tutte le cose belle e brutte che vi capitano mischiate un po' per caso un po' come conseguenze delle azioni fatte o subìte. E se la vita ci sorprende per quello che ci fa capitare e per come ci fa inaspettatamente reagire a certi stimoli/avvenimenti, Tre Manifesti a Ebbing riesce a ricostruirlo piuttosto bene. Ad ogni azione corrisponde una reazione di una persona, di una comunità, del cosmo, del karma. Il film abbraccia la teoria della causa-effetto ma non vede solamente conseguenze nefaste o tragiche, perché i vari personaggi si rivelano chi prima chi dopo diversi dalle apparenze o evolvono sorprendendoci, il che lascia spiragli di speranza in una storia di base drammatica. In questo Tre Manifesti a Ebbing, Missouri si differenzia dai Coen, ai quali il film è stato accostato. Se i fratelli del Minnesota sono in genere più nichilisti e astratti il film di Martin Mc Donagh si apre di più alla speranza e ad un riequilibrio delle forze contrastanti in gioco.


I tre manifesti sono quelli che fa attaccare la sboccata Mildred (Frances McDormand) come protesta per la morte della sua giovane figlia, uccisa e stuprata senza che la polizia abbia trovato un colpevole. Fa scrivere tre manifesti provocatori da un negozio che (per ironia della sorte) si trova proprio di fronte la stazione di polizia della città, come a voler simboleggiare la netta distinzione tra la giustizia ufficiale, fancazzista e impotente e quella privata della povera donna. Mildred non può trovare pace, finché non scopre l'assassino (o gli assassini) di sua figlia il suo unico pensiero diventa sempre più un'ossessione (condita per di più da sensi di colpa) incancellabile e impossibile da non ricordare. A pensarci bene (o male) non la aiuta il fatto che lei lavori in un negozio di oggetti turistici, ricordi vacanzieri proprio di quei posti che hanno visto sua figlia morire in modo atroce.
Comunque sia da quei tre manifesti parte tutto. La cocciuta Mildred comincia la sua battaglia da sola, in una America ottusa e provinciale che caccia i pugni dalle mani per come fa della staticità la sua religione, pian piano però intorno a lei e alla sua folle protesta si manifesterà la solidarietà di una piccola comunità di esclusi: il nano, il nero. Le sue azioni ne scateneranno altre che porteranno anche ad una rivalutazione se non ad una vera e propria evoluzione dei personaggi che ruotano intorno alla polizia di Ebbing: lo sceriffo Willoughby (Woody Harrelson), il mammone Dixon (Sam Rockwell). Ma non solo.


Le cose all'inizio più distanti finiscono qui con l'avvicinarsi, dal conflittuale e muto rapporto tra Mildred e suo figlio Robbie (Lucas Hedges), perfettamente raccontato all'inizio del film nel tragitto in auto per andare a scuola culminato con la sbuffata della donna, al povero cartellonista Welby (Caleb Landry Jones) che assolve quel coglione di Dixon. Il perdono in Tre Manifesti a Ebbing sembrerebbe fondamentale: oltre a quello Welby-Dixon, c'è quello Mildred/Willoughby, Dixon/Mildred, Mildred e il suo ex marito Charlie (John Hawkes) che ora sta con una ragazza (Samara Weaving, nipote di Hugo) che potrebbe avere l'età della figlia morta.

Perdono ma anche più in generale presa di coscienza che nella vita si cambia giudizio e che in un modo o in un altro bisogna andare incontro all'altro, magari attraverso l'empatia.

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