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[RECENSIONE] Ready Player One


Non se ne può davvero più di questa moda, che sembra non finire più, di riesumare gli anni '80, di farli conoscere al pubblico giovane di oggi. Con Ready Player One probabilmente si tocca un apice. Se fino ad ora abbiamo visto per lo più produzioni che ambientavano le loro storie di giovani e per giovani in quel decennio, con l'ultimo film diretto da Steven Spielberg (tratto da un romanzo di Ernest Cline) si arriva ad un eccesso talmente macroscopico da apparire invisibile.

La storia racconta di un futuro non proprio bellissimo. Nel 2045 il gioco in realtà virtuale OASIS distoglie la popolazione terrestre dai problemi dovuti da sovrappopolazione e inquinamento. Il suo creatore Halliday (Mark Rylance) ha riempito il game di riferimenti ai suoi amati anni '80 e i vari giocatori, di tutte le età e di tutte le estrazioni sociali, non fanno altro che venerare il decennio solamente perché la realtà che esiste al di là del casco fa schifo. Anche i giovanissimi, gente nata intorno al 2020, amano gli anni '80 e fanno a gara per stabilire chi ne sa di più. Che a pensarci bene è un concetto piuttosto interessante: in Ready Player One possiamo parlare di una dolce dittatura in cui la realtà virtuale immersa in quel decennio addomestica e addormenta i veleni della vita dei suoi fruitori eliminando in loro l'idea di ribellarsi? Spielberg ovviamente da stratega qual è non si pronuncia, non dice la sua su questo concetto suggerito.

Il visionario creatore Halliday, uno dei due, l'altro è Simon Pegg, muore e lancia un gioco all'interno di OASIS particolarmente difficile. Chi supera le tre prove che compongono la sfida diventerà padrone di quel mondo virtuale.

E qui entra in gioco il nostro giovane eroe Wade (Tye Sheridan), solitario prima, un po' sfigato e senza soldi, sempre più leader nel corso del film di un gruppo di coetanei (Lena Waithe, Philip Zhao e Win Morisaki) con i quali forma una banda capace di risolvere i tre enigmi prima degli attrezzatissimi cattivi di una multinazionale. Wade capirà che la vita vera è importante anche se fa schifo rispetto al mondo perfetto di OASIS, che cinque minuti di fregna (Olivia Cooke) sono meglio di un'ora di partita a OASIS. Capirà che l'unione fa la forza e che gli ultimi -se lottano e con un pizzico di fortuna- saranno i primi perché siamo comunque in America, terra di riscatto e di opportunità. Wade ribalta le regole, è il Davide che con una fionda ammazza Golia e batte i cattivi capitalisti guidati da Sorrento in entrambe le realtà.

Insomma il solito scheletruccio narrativo, i soliti passaggi narrativi "obbligatori", la solita minestrina retorica già mangiata mille volte che se un po' si salva è solamente grazie alla mano esperta e ancora ferma di Steven Spielberg e al budget di Ready Player One, spropositato.

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