22 maggio 2018

[RECENSIONE] Dogman (2018)


Matteo Garrone ci ragiona da sempre sulle sudditanze, sui rapporti difficili tra i personaggi, che pendono da una parte sola, corde destinate prima o poi a rompersi, sui conflitti come motore dei rapporti tra gli esseri umani.
E poi ci sono le periferie dove i protagonisti delle sue storie lavorano e vivono, luoghi che contribuiscono molto alla formazione delle loro personalità.


Matteo Garrone è soprattutto un regista che asciuga fino a far rimanere l'essenziale. L'anti Sorrentino dei piani sequenza allucinanti e del manierismo-barocchismo fatto di suore nane che fumano, per dirla alla Crozza.

Dogman, il suo ultimo film in concorso a Cannes per la Palma d'oro, racconta di Marcello (Marcello Fonte, premiato al festival come miglior attore): un gentile tolettatore di cani, ben voluto nel quartiere dove lavora, innamorato del suo lavoro e di sua figlia (Alida Baldari Calabria). Lì però bazzica anche Simoncino (Edoardo Pesce): una testa calda che si crede il capo del quartiere e rompe le palle a tutti con prepotenze varie. Marcello però non ha il coraggio di non averci a che fare, di non intrallazzare più con lui tra cocaina e rapine, di rompere con lui i rapporti, di coalizzarsi seriamente con gli altri del quartiere per toglierlo di mezzo, se non una volta per tutte almeno per un po'. Marcello fa le sue scelte sbagliate, forse mal consigliato dalla paura, da un'attrazione inspiegabile verso chi è prepotente nei suoi confronti, dalla speranza che un giorno tutto questo gli tornerà utile. O forse è semplicemente il fascino del male.
Sopporta tutto fino al punto di rottura quando Simoncino, per umiliarlo davanti a tutti, lo pesta trattandolo come un cane, lui che, detto tra parentesi, insieme a un altro balordo qualche tempo prima ne aveva infilato uno in un freezer durante lo svaligiamento di una villa. Quella è la goccia che fa traboccare il vaso, lì scatta il suo piano vendicativo che non avrà complici, perché nel frattempo tutte le amicizie del quartiere se le è bruciate per non aver mai chiuso con lui, preferendo addirittura la galera al posto suo.
I rapporti tra Marcello, Simone e gli altri personaggi sono raccontati da Matteo Garrone in maniera apparentemente semplicissima. Saranno anche le riprese a spalla, i pochi tagli del montaggio, i bravissimi attori (Edoardo Pesce e Marcello Fonte ovviamente su tutti), fatto sta che il film con i suoi semplici quadri restituisce anche la complessità sotterranea del tutto. Garrone toglie il superfluo, le furbate, tutti i facili espedienti per attirare pubblico desideroso di sangue e violenze esplicite, asciuga tutto fino ad un punto in cui l'essenza delle cose salta fuori (anche nelle sue contraddizioni) per poi nascondersi subito tra le catene degli eventi.
In Dogman il rancore di Marcello è sottopelle e quando esplode non viene raccontato con dovizia di particolari ultra violenti. Il Canaro della Magliana non è il punto di arrivo del film ma quello di partenza (sono parole del regista) e quando in qualche modo si ricongiunge con la sua fonte d'ispirazione lo fa soffermandosi sulla solitudine che ha ormai avvolto il protagonista e non sulla Rabbia Furiosa, come forse farà la versione di Sergio Stivaletti in uscita il mese prossimo.

Marcello ci fa alzare dalla sala con un senso di vuoto che cresce dentro insieme a tanta altra roba negativa, ci si alza frastornati dalla poltrona del cinema anche perché lui resta sempre umano, anche dopo il fattaccio. Resta solo, come accade in un certo noir americano alla Crocevia della Morte dei fratelli Coen, a tirar le somme delle conseguenze delle sue scelte. Resta solo nel suo inferno personale che lo ha trasformato in un fantasma, nell'uomo che non c'è, invisibile agli occhi e alle orecchie dei suoi ex amici, del suo mondo.

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