01 maggio 2018

[RECENSIONE] L'Isola dei Cani

Parlare dei film di Wes Anderson non è affatto semplice. C'è da una parte una componente fredda, matematica, calcolatrice, ad esempio per quanto riguarda la ricerca estetica basata sulla simmetria degli elementi che compongono le inquadrature; dall'altra parte ci sono storie e personaggi incasinati, famiglie disfunzionali, situazioni strambe se non insopportabili dentro e fuori che spingono uno o più membri del nucleo o della storia ad un viaggio se non ad una vera e propria fuga. Una tendenza potremmo dire a far diventare il quadrato un rettangolo.

La particolarità che rende Wes Anderson unico sta nella convivenza di questi due aspetti apparentemente litigiosi.

Nel suo ultimo film -premiato a Berlino per la miglior regia- L'Isola dei Cani (il secondo da lui realizzato interamente in stop motion dopo Fantastic Mr. Fox) c'è un ragazzino giapponese in fuga su un'isola-discarica abitata esclusivamente da cani in un futuro non troppo roseo e non troppo lontano da noi e dalla nostra realtà. I cani sono tutti lì perché accusati da un sindaco e da un governo dittatoriali (amanti dei gatti) di essere la causa di malattie e cose simili. In realtà non è così, in realtà la cura esiste, ma accusare i cani fa comodo, distoglie l'attenzione. Ne sappiamo qualcosa noi occidentali di notizie messe lì per non farci notare i veri problemi.
Attenzione però. Diciamolo a scanso di equivoci: L'Isola dei Cani non è un film politico, ad Anderson da sempre interessano principalmente altri argomenti a cominciare dai sentimenti. Contrastanti, forti, primitivi, muti e mai espressi.

Il ragazzino Atari, orfano e adottato dallo zio sindaco di Megasaki, va sull'isola alla ricerca del suo amato Spots e sarà aiutato nell'impresa -nel suo viaggio- da altri cani lì abbandonati entrando sempre più in sintonia con loro nonostante evidenti e divertenti problemi di comunicazione, sopratutto con uno di loro, quello più cocciuto, selvaggio, orgoglioso del suo stile di vita, difficilmente domabile (-I bite-, io mordo ripeterà durante il film). Li accomunano la solitudine, o meglio lo stato di abbandono, lo spirito di sopravvivenza, di ribellione e di avventura, il bisogno di riscatto e di capire molte cose di sé e degli altri.

L'Isola dei Cani è un film in pieno stile Wes Anderson. Ci sono i temi, i personaggi e le ricerche estetiche del regista: la dolcezza e la crudeltà che camminano insieme lungo la doppia strada parallela in cui ragione e sentimento si superano e si intersecano provando a coesistere senza troppo bisticciare. Una sfida ancora una volta riuscita questa volta grazie ad una ambientazione diversa da quelle sue abituali e ad una tecnica di animazione passo a uno che si avvicina davvero molto alla perfezione.

NOTA: questa recensione è stata scritta il 21 febbraio dopo l'anteprima stampa romana.

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