16 agosto 2018

[RECENSIONE] Most Beautiful Island

Ana Asensio è un'attrice spagnola che vive da qualche anno a New York.
Nel suo film d'esordio e in parte autobiografico Most Beautiful Island  (da lei anche scritto ed interpretato) racconta la metropoli dal punto di vista di una donna disperata finita nella Grande Mela per fuggire ai sensi di colpa per la morte accidentale del figlio piccolo. La descrizione della tentacolare città nella prima parte, e degli stati d'animo che agitano la protagonista, è più che buona. New York è il paradiso per i competitivi ma un inferno per i disperati che fanno i salti mortali per campare a malapena. Senza neanche fartene accorgere New York ti fa sparire nella folla di stranieri provenienti da tutto il mondo, o peggio dietro una botola dove chissà che cosa accade.

In una di queste botole, per la disperazione di un affitto che non riesce a pagare (per un posto di merda con le blatte che escono dai buchi dei muri in bagno) nonostante lavoretti saltuari che non le si addicono come la baby sitter, finisce la protagonista Luciana. Finisce in un gioco molto ben pagato in cui dei ricchi si divertono a scommettere soldi sulla pelle di disperate ragazze straniere come lei che non hanno nulla da perdere (se non la vita).

Siamo dalle parti, più che di Eli Roth e i suoi Hostel, di 31 di Rob Zombie ma senza la vendetta. In quello scantinato buio, da cui non è possibile andare via se prima non si è "giocato", è rappresentata tutta la disperata consapevolezza della favola del sogno americano che diventa incubo, di una città infernale che ti trasforma, ti mangia e ti risputa senza troppi complimenti.

Qui il film subisce una sterzata.
Funzionano bene i momenti di suspense che precedono l'ingresso nella stanza delle scommesse, con le voci e i rumori fuori campo e tutte le ragazze in silenzio quando Luciana chiede loro in che cosa consista lo svago dei ricchi. Meno riuscita purtroppo la parte con il "gioco" in cui la tensione un pochino latita nonostante il passatempo dei ricchi sia bello tosto.

Most Beautiful Island resta comunque un buon film soprattutto per quanto riguarda la descrizione dei logori e falsi rapporti tra persone in difficoltà in una metropoli che di umano ha davvero poco. È vincente anche l'idea di aver girato tutto con una cinepresa in super16mm capace, con i suoi frequenti movimenti a spalla, di rappresentare bene lo stato d'animo in fermento della protagonista.

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