07 marzo 2019

[RECENSIONE] La Casa di Jack

Lo scriviamo subito perché è l'unico modo.
La Casa di Jack di Lars von Trier ha qualcosa che non va. Prima cosa la delusione dopo i tanti avvertimenti. È violentissimo, insostenibile. Anche il bigliettaio si raccomandava: sapete che è vietato ai minori di 18 anni? Stavo quasi per lasciargli la carta d'identità per tranquillizzarlo.

Lo diciamo dunque per chi volesse guardarlo ma ha dubbi e paure. Il film nella sua versione doppiata, dunque tagliata, non è un bagno di sangue, ma non è violento neanche dal punto di vista psicologico, come Non Aprite Quella Porta o Tesis, diversissimi tra loro ma entrambi capaci di iniettare terrore e ansia senza ricorrere allo splatter, di lasciare immaginare l'orrore senza mostrarlo: come nel famoso gancio appeso, o nella luminosità completamente abbassata sul televisore per ascoltare solamente le urla del film snuff.

Jack (Matt Dillon) uccide. È un killer seriale. Lo fa eliminando principalmente donne sciocche, terribilmente stupide, o odiose come una mosca che ti vola in faccia quando ci sono quarantacinque gradi e sei sudato da strizzare. Maschilista, gli chiede anche l'interlocutore Virgilio (Bruno Ganz)? Lui dice di no. Sarà... ma l'accusa, insieme a tante altre anche peggiori, non accompagnano da un bel po' il regista danese? Ne La Casa di Jack (The House That Jack Built) mette dentro tutti i temi da lui evocati fuori e dentro i suoi film per una ennesima provocazione. E proprio perché ennesima questa volta si ha la sensazione che la sincerità abbia perso la battaglia contro l'opportunismo di un regista che ha costruito il suo personaggio sulle provocazioni.

La formula è quella di Nymph()maniac: un tema spinoso affrontato mettendo dentro di tutto e di più.
Jack ammazza cercando di placare il suo malato cervello ossessivo compulsivo fissato per le pulizie, pensando principalmente all'arte come riferimento: quadri, palazzi, musicisti genio e sregolatezza come Glenn Gould o anche cantautori come Bob Dylan, ma anche filosofi, poeti, ingegneri bellici. Tutto nel pentolone più furbacchione che sincero.

La Casa di Jack è il film in cui Lars von Trier parla pericolosamente di sé accostando le gesta folli del suo alter ego assassino con quelle dei peggiori criminali di questa terra, vale a dire Hitler (già al centro di una frase infelice che è costata a Trier l'allontanamento da Cannes ai tempi di Melancholia), Mussolini, Stalin, Mao e compagnia bella. Che qui, più che altrove, parli in realtà di sé e non di umanità alla deriva lo dimostra il momento in cui inserisce nel montaggio buona parte della sua filmografia, da L'Elemento del Crimine a Nymphomaniac passando Europa, Medea, Le Onde Del Destino, The Kingdom, DogvilleAntichrist, Melancholia.


Non vorremmo far credere però che La Casa di Jack sia tutto da buttare, bisogna essere sempre chiari. Ci sono intuizioni geniali come nel secondo incidente (così chiama Jack le sue uccisioni) in cui visualizziamo i suoi pensieri paranoici che lo costringono a rientrare di continuo nella casa del delitto per assicurarsi che il sangue della povera vittima (Siobhan Fallon Hogan) non si sia nascosto sotto un tappeto, i piedi di una sedia o sotto una cornice sul muro. Credibili, ma anche cinicamente divertenti. Così come sono spassose le assurde scuse contraddittorie per convincere la stessa vittima a farlo entrare in casa.

Ci stiamo dilungando troppo in chiacchiere, proprio come Jack.

In conclusione possiamo dire che Lars von Trier ne La Casa di Jack si mostra pericolosamente prigioniero del personaggio che si è creato negli anni. Costretto ad alzare sempre più l'asticella della sfida col pubblico a tutti i costi, finisce in realtà qui col ripetersi non riuscendo più a sorprendere e scandalizzare come per altri titoli.
Non è da buttare ma non è neanche questo ennesimo capolavoro come si legge in giro.

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