06 giugno 2019

[RECENSIONE] La Casa del Buon Ritorno

La Casa Del Buon Ritorno è un film che oscilla fra il dramma ed il thriller.

Presentato a Venezia nella "Sezione De Sica" (opere prime) nel 1986 dove viene accolto da critiche contrastanti. Nel 1987 il suo regista Beppe Cino riceve però dalle mani di Cristopher Lee il premio come migliore opera prima al Fantafestival.

Il film, cult all'estero e dimenticato in Italia, ancora divide proprio per questa sua peculiare miscelanza di generi che spaziano stilisticamente fra Avati e Raimi, citando anche Onibaba, film del '64 di Shindō che è uno degli autori amati da Cino.

Beppe Cino inizia la propria attività come aiuto regista e collaboratore di Roberto Rossellini col film L'età di Cosimo de' Medici (1972), proseguendo in Cartesius (1973), Rice University (1973), Anno uno (1974), The World Population (1974), Il Messia (1975).

Tra la fine degli anni settanta e gli inizi degli anni ottanta è autore di diversi programmi d'inchiesta per la Rai, la Tokyo Broadcastinc System (TBS), la NHK (Japan) e la SudWestFunk della Germania Federale.


Quando Luca torna nella casa in cui abitava durante la sua infanzia, trova ad attenderlo oggetti e situazioni che gli riportano alla mente la piccola Lola, compagna di giochi di cui era invaghito e che aveva ucciso. Ci rendiamo subito conto che la figura di Lola è tutt'altro che assimilabile a uno sbiadito ricordo o a una nostalgica rappresentazione: la piccola è una presenza ossessiva e totalizzante, destinata a rammentare a Luca il terribile vincolo contratto sotto gli auspici di eros e thanatos. Se la maschera è un elemento centrale della narrazione, spendibile in funzione sia statica che dinamica, il regista si avvale anche della misteriosa fissità di un manichino, inteso come il doppio negativo della maschera, al fine di rappresentare l’essenza di Lola. È lo stesso Luca a curare e adornare la figura artificiale, il simulacro che sottrae energia alla sua relazione con la sua futura sposa Margit. Un film dove sembra non succedere nulla e dove invece si tesse una tela costante che porta ad una esplosione finale di morte e vendetta.


Robert Firsching di Allmovie definisce il film uno giallo che affronta il tema di genere in maniera estremamente intelligente, e questa scrittura raffinata è ben supportata dalle 3 donne protagoniste Margit (Amanda Sandrelli), Ayesha (una ipnotica Fiammetta Carena) e Lola (Lola Ledda) mentre un po' debole risulta il personaggio di Luca affidato all'aiuto regia di Cino, Stefano Gabrini, che in seguito avrà molto da lamentarsi sul coinvolgimento e la sua resa attoriale. Le donne in questo film son figure potenti, forse streghe come suggerisce il loro ambiguo modo di fare e vestire. C'è una nota curiosa: mentre Luca - oramai cresciuto e adulto - torna nella casa dove pian piano regredisce psicologicamente (e fisicamente, simbolicamente, attraverso l'abbandono di barba e baffi), Ayesha non sembra esser cambiata di un giorno. Il fantasma di Lola invece è cresciuto assieme a Luca, diventando donna. Bellissima la colonna sonora di Carlo Siliotto, che crea un contrasto horror synth con scene che spesso non lo sono, dando al film una atmosfera ancor più unica. In seguito Siliotto si trasferirà in USA dove tutt'ora vive e lavora con successo... firmando anche colonne sonore di produzioni hollywoodiane come Punisher. Buona anche la fotografia, che grazie all'insolita e insistita tinta azzurra delle scene interne ha donato al film il titolo internazionale di House of the Blue Shadows.


TetroVideo la label inglese di recente nascita, sforna l'annuncio di questa perla, attorno alla quale si sta generando davvero molta curiosità. Io non posso che consigliare il recupero di questo gioiello che si svolge lento, che richiede attenzione... un po' come una uscita con un amico che non vedete da tempo e che ha tanto da raccontare.

Antonietta Masina



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