Risultati della ricerca per: “noir”

  • I vincitori del festival Oltre Lo Specchio

    La giuria composta daLuisa Ceretto,Paolo NizzaedEmanuele Sacchiha assegnato i Premi Ciciarampa della prima edizione del Festival milaneseOltre Lo Specchio.

    Migliori effetti visivi.
    PerfectdiEddie Alcazar.

    Questa la motivazione: «Grazie a un uso chirurgico del trucco prostetico e della CGI, la pellicola seziona i contorni del fanta-horror».

    Film più originale.
    The PooldiPing Lumpraploengex equo con The Final LanddiMarcel Barion.

    «Adottando la struttura del film nel film, riesce, attraverso la scelta di uno specifico décor, a creare un racconto che poggia sapientemente sulle dinamiche affabulatorie della suspense» (The Pool).

    «Per il coraggio di realizzare una sci-fi artigianale e vintage, sporca e piena di fuliggine, in cui la metafisica tarkovskiana coesiste con gli schermi di computer a fosfori verdi» (The Final Land).

    Migliore regia.
    Color Me TruediHideki Takeuchi.

    «Tra citazioni e giochi metacinematografici, una briosa e travolgente dichiarazione d’amore per la Settima arte»

    Miglior Film.
    Cities of Last ThingsdiWi Ding Ho.

    «Per la sua capacità di gestire emozioni e regia, sapendo coniugare visione distopica e riflessione sociale con l’intensità delle tradizioni noir e melò delle new wave di Taiwan e Hong Kong».

    Premio del pubblico.
    Color Me TruediHideki Takeuchi.

  • [RECENSIONE] The End? – L’Inferno Fuori (Daniele Misischia)

    Claudio Verona (Alessandro Roja) è un arrogante uomo d’affari convinto di essere il padrone del mondo che non rispetta nessuno, soprattutto le donne, e in particolare sua moglie che tradisce e tratta male.

    In quello che credeva essere il giorno più importante della sua carriera scoppia a Roma una misteriosa epidemia che trasforma le persone in zombi. Parola che però non viene mai utilizzata nel film insieme all’altra abusata morti viventi, come se nel mondo immaginato daDaniele Misischiae dall’altro sceneggiatoreCristiano Ciccottinon esistesse una filmografia sull’argomento. Qui vengono chiamati infetti e vanno veloci come quelli di28 Giorni DopodiDanny Boyle, o del remake diDawn of the DeaddiZack Snyder.

    Comunque sia Claudio dovrà affrontare gli infetti (che se ti mordono ti fanno diventare sciroccati come loro e li fermi definitivamente solamente se gli rompi il cranio, ma non sono zombi) mezzo bloccato all’interno dell’ascensore del palazzo in cui lavora. Passerà da uno stato d’animo all’altro, combattendo, avvilendosi, fino a capire che gran pezzo di merda è.

    Atteso da tanto tempo, rimandato più volte, rinominato dalla distribuzione 01, finalmente esce nelle saleThe End? – L’Inferno Fuori, ultimo film diretto daDaniele Misischia.

    L’idea e la sfida di ambientare quasi tutto all’interno di un solo stretto ambiente non è male anche se non proprio originalissima, basti pensare aBurieddi Cortés e In Linea con L’Assassino. A tal proposito si sente anche l’influenza dei produttoriManetti Bros.che sullo stesso ambiente chiuso avevano girato nel 2005 il noirPiano 17.

    Misischia si concentra sulla claustrofobia, sui tentativi di Claudio Verona di comunicare con il mondo esterno, sugli avvenimenti che accadono fuori dall’ascensore. Se non si parla di zombi tra le ipotesi del caos che sta scoppiando non viene invece negata la parola terrorismo anche se il protagonista la boccia all’istante. InsommaThe End?resta coi piedi per terra senza uscire troppo dai confini della logica.

    È un racconto di redenzione, la storia di un uomo che ha la sua ultima possibilità di cambiare testa, anzi che cambia atteggiamento nei confronti del mondo, degli altri, quando ormai è forse troppo tardi per farlo. A tal proposito alcune cose nel film sono buone come ad esempio l’utilizzo dell’accendino quasi scarico di Claudio a voler simboleggiare la sua vita appesa a un filo, probabilmente destinata a finire presto.

    Altre però non funzionano al meglio e ci riferiamo ai soliti problemi di sceneggiatura che in un racconto ambientato tutto nello stesso posto escono fuori con maggiore evidenza: uno script che per arrivare al minutaggio minimo per essere definito lungometraggio, visto che tutto si svolge nello stesso ambiente, allunga un po’ troppo il brodo con ripetizioni di frasi e situazioni soprattutto nella parte finale che alla lunga annoiano.

    Sia chiaro (per l’amor del quieto vivere): il film non è da buttare eDaniele Misischiadimostra ancora una volta di avere stoffa soprattutto dal punto di vista visivo. Probabilmente i difetti e le ingenuità legati allo svolgimento della storia passerebbero più inosservati seThe End? – L’Inferno Fuorisi concludesse in un altro modo e non in maniera rassicurante. Quello che manca sono un po’ di pennellate di nero pessimismo, maggiori quantità di sangue e di elementi vietati ai minori. Invece ha la sostanza in fin dei conti di un horror per tutti fatto bene ma abbastanza inoffensivo.The End?risulta dunque un esercizio di stile, un lavoro senza lode e senza infamia che sa tanto di occasione sprecata.

  • [RECENSIONE] Rabbia Furiosa – Er Canaro (Sergio Stivaletti)

    Sergio Stivalettiinseguiva questo progetto da tempo. Per realizzarlo, dopo tanti “sì, poi vediamo”, se l’è finanziato da solo, proprio mentreMatteo Garronepreparava un altro film anch’esso ispirato alla figura di Pietro De Negri, il Canaro della Magliana. Coincidenza che, per forza di cose, porta a comparare i due lavori, anche inconsciamente. Considerazione ancora più banale: essendo la fonte sempre quella, va da sé che al centro della vicenda ci siano sempre e comunque loro due: il Canaro e il suo prepotente grosso amico, con i ruoli che alla fine si invertiranno.

    Intorno al duo viene creato qui un mondo fatto di combattimenti di cani e di personaggi che dànno alla storia un tono da noir. Anna, la moglie del tolettatore (Romina Mondello); l’amico carrozziere ‘sceriffo’ (Romuald Klos) che sprona Fabio Il Canaro a non farsi prendere in giro e mettere i piedi in testa dal falso amico Claudio. E poi ci sono tutti i delinquenti che ruotano intorno ai due, da quelli del loro giro a gli altri con i quali nascono accordi e scazzi, tra combattimenti clandestini e droghe schizzanti di vario tipo (una poi è verde fosforescente come quella del Re-Animator di Gordon) da vendere e assumere.

    Personaggi, luoghi, situazioni che fanno pensare un po’ a Pasolini ma anche a Claudio Caligari. E Claudio, personaggio che con le droghe ci sta sotto parecchio, passa (con Fabio e gli altri) dalla fratellanza alla violenza paranoica in un batter di ciglio. Fabio pure sclera facile, solo però da un certo punto in poi, quando cominciano ad entrare in ballo l’esasperazione di una certa frustrazione e l’incolumità dei suoi affetti: la figlioletta (Eleonora Gentileschi, Stella Amore) e la moglie, nonché i suoi amati cani.

    Se Fabio alla fine sclera è anche per quello che Claudio combina con i cani. La suaRabbia Furiosa è metaforizzata durante il film dalla mano ferita e pulsante mostrata ogni tanto,il palpitare di quei tagli diventa il segnale premonitore della violenza in arrivo. Ma anche della volontà diSergio Stivalettidi voler raccontare la sua (e degli sceneggiatori Tentori e Lusci) versione della storia del Canaro senza per forza di cose attenersi alla verità dei fatti e alla razionalità.

    E così contamina il thriller/noir con spruzzate di horror e di splatter, ma anche di western e leggerezza ottenendo un risultato a volte buono altre volte meno, comunque tutto sommato accettabile anche grazie alla duttilità dei due attori protagonisti (Riccardo De FilippiseVirgilio Olivari) capaci di passare da uno stato d’animo al suo opposto in modo convincente.

    Che quella diRabbia Furiosasia una rilettura a suo modo anarchica lo dimostra soprattutto il finale onirico e ambiguo, fracassone, esagerato e per questo in qualche modo “hollywoodiano”.

    Ma se su molte cose poco convincenti si può sorvolare su altre non possono essere fatti sconti. Parliamo soprattutto della sequenza della violenza carnale che tutto è tranne che disturbante. Lì si doveva osare di più, anche per omaggiare come si deve il nostro estremo cinema del passato. Quello spirito non c’è, un bel po’ diRabbia Furiosaper questo sgarro invece sì.

  • [RECENSIONE] Dogman (Matteo Garrone)

    Matteo Garroneci ragiona da sempresulle sudditanze, sui rapporti difficili tra i personaggi, che pendono da una parte sola, corde destinate prima o poi a rompersi,sui conflitticome motore dei rapporti tra gli esseri umani.
    E poi ci sono le periferie dove i protagonisti delle sue storie lavorano e vivono, luoghi che contribuiscono molto alla formazione delle loro personalità.

    Matteo Garroneè soprattutto un regista che asciuga fino a far rimanere l’essenziale. L’anti Sorrentino dei piani sequenza allucinanti e del manierismo-barocchismo fatto di suore nane che fumano, per dirla alla Crozza.

    Dogman, il suo ultimo film in concorso a Cannes per la Palma d’oro, racconta di Marcello (Marcello Fonte, premiato al festival come miglior attore): un gentile tolettatore di cani, ben voluto nel quartiere dove lavora, innamorato del suo lavoro e di sua figlia (Alida Baldari Calabria).

    Lì però bazzica anche Simoncino (Edoardo Pesce): una testa calda che si crede il capo del quartiere e rompe le palle a tutti con prepotenze varie. Marcello però non ha il coraggio di non averci a che fare, di non intrallazzare con lui tra cocaina e rapine, di rompere con lui i rapporti, di coalizzarsi seriamente con gli altri del quartiere per toglierlo di mezzo, se non una volta per tutte almeno per un po’.

    Marcello fa le sue scelte sbagliate, forse mal consigliato dalla paura, da un’attrazione inspiegabile verso chi è prepotente nei suoi confronti, dalla speranza che un giorno tutto questo gli tornerà utile. O forse è semplicemente il fascino del male.

    Sopporta tutto fino al punto di rottura quando Simoncino, per umiliarlo davanti a tutti, lo pesta di botte trattandolo come un cane, lui che, detto tra parentesi, insieme a un altro balordo qualche tempo prima ne aveva infilato uno in un freezer durante lo svaligiamento di una villa. Quella è la goccia che fa traboccare il vaso, lì scatta il suo piano vendicativo che non avrà complici, perché nel frattempo tutte le amicizie del quartiere se le è bruciate per non aver mai chiuso con lui, preferendo addirittura la galera al posto suo.

    I rapporti tra Marcello, Simone e gli altri personaggi sono raccontati daMatteo Garronein maniera apparentemente semplicissima. Saranno anche le riprese a spalla, i pochi tagli del montaggio, i bravissimi attori (Edoardo PesceeMarcello Fonteovviamente su tutti), fatto sta che il film con i suoi semplici quadri restituisce anche la complessità sotterranea del tutto. Garrone toglie il superfluo, le furbate, tutti i facili espedienti per attirare pubblico desideroso di sangue e violenze esplicite, asciuga tutto fino ad un punto in cui l’essenza delle cose salta fuori (anche nelle sue contraddizioni) per poi nascondersi subito tra le catene degli eventi.

    InDogmanil rancore di Marcello è sottopelle e quando esplode non viene raccontato con dovizia di particolari ultra violenti. Il Canaro della Magliana non è il punto di arrivo del film ma quello di partenza (sono parole del regista) e quando in qualche modo si ricongiunge con la sua fonte d’ispirazione lo fa soffermandosi sulla solitudine che ha ormai avvolto il protagonista e non sulla Rabbia Furiosa,come forse farà la versione diSergio Stivalettiin uscita il mese prossimo.

    Marcello ci fa alzare dalla sala con un senso di vuoto che cresce dentro insieme a tanta negatività, ci si alza frastornati dalla poltrona del cinema anche perché lui resta sempre umano, anche dopo il fattaccio. Resta solo, come accade in un certo noir americano allaCrocevia della Mortedei fratelli Coen, a tirar le somme delle conseguenze delle sue scelte. Resta solo nel suo inferno personale che lo ha trasformato in un fantasma, nell’uomo che non c’è, invisibile agli occhi e alle orecchie dei suoi ex amici, del suo mondo.

  • [RECENSIONE] Il Giorno dell’Odio (Daniele Misischia)

    Il film che vi presento stavolta, è del 2012… ma non fa mai male rispolverare ciò che di buono c’è nell’underground italico… anche perché è davvero poca roba e, spesso, finisce dimenticata… o peggio, inosservata.

    Il Giorno dell’Odioè scritto e diretto daDaniele Misischiae annovera nel cast artistico anchePaolo Calabresi(che conosciamo per le sue apparizioni cinema e TV da inviato delle Iene fino a serie tv comeBoris) nel ruolo del protagonista. Il film è ambientato a Roma, in una cornice di malavita e organizzazioni criminali dedite allo spaccio di droga e al traffico di armi.

    È un noir drammatico, che narra di un giorno infernale, attraverso le vite dei personaggi coinvolti in attività non proprio “lecite”. È un film “underground” relegato forzatamente ad un pubblico di nicchia, ma che non stonerebbe con una distribuzione più ampia. La fa da padrone l’atmosfera “suburbana” alienante ed alienata della periferia romana, ed è buona la regia, come la recitazione di quasi tutti gli attori, in modo particolare Alessandra Mosca (artista a tutto tondo, attrice e regista a sua volta) nel ruolo di Enrica e Claudio Camilli nella parte di Gianni.

    Camilli (qui anche co-produttore ed autore) lo abbiamo già notato per le sue varie apparizioni in vari film (alcuni ancora di Misischia, ma lo troviamo anche nel cultGanja FictiondiMirko Virgili). Il forte accento con cui si affrontano i dialoghi, diventa un valore aggiunto di un cinema poco leccato, neorealista quasi, che rappresenta anche un deciso distacco e disprezzo verso la borghesia. Le scene di violenza non mancano, son davvero forti, e supportate da ottimi effetti e ritmo di montaggio.

    Forse si abusa un po’ troppo nei “micro zoom” e movimenti di macchina (che essendo “a spalla” non sarebbero mancati comunque) e spesso diventano più che stile, una forzatura. La trama, è davvero breve da raccontare in sintesi e, come dicevaRuggero Deodato, il buon film è quello che si può raccontare in tre righe:

    A Roma, non la Roma da cartolina dellaGrande Bellezza, vive Gianni, un piccolo spacciatore che dopo una trattativa finita male, si troverà costretto a pagare un debito ad un boss locale entro 24 ore… ore in cui farà di tutto per adempiere al suo “dovere”.

    Sebbene superficialmente si possa pensare a un debito verso Tarantino, l’influenza diUmberto Lenziè totale, specie nel finale in stile noir, ed è proprio Lenzi che Misischia ringrazia – giustamente – nei titoli di coda.

    A costo di diventare ripetitiva, non posso che constatare per l’ennesima volta come le distribuzioni e le produzioni siano cieche di fronte ad autori che riescono con piccolissimi budget a fare CINEMA, quel cinema che i mestieranti blasonati e ben finanziati (spesso anche figli di papà d’arte, di cui d’arte non han nulla) sperano di poter fare e non sfiorano nemmeno per errore.

    Il film è visibile (legalmente, caricato dall’autore) su Youtube, quindi… per chi non lo avesse visto: buona visione!

  • [ESCLUSIVA] I nostri fantasmi, In Fondo Al Bosco – intervista a Stefano Lodovichi

    Il 13 marzo SkyCinema trasmetteIn fondo al bosco, secondo lungometraggio diStefano Lodovichi, scritto insieme aIsabella AguilareDavide Orsini. Gli ho chiesto qualcosa su di lui, su come gli piace lavorare e su come ritiene debba essere inquadrato, se proprio si deve, il suo ultimo lavoro.

    Il videoclip, il documentario, il cortometraggio, il film per il cinema e per la televisione: qual è, se c’è, il formato preferito da Stefano Lodovichi?

    Quasi tutti i registi della mia generazione sono passati per la fase filmmaker, hanno girato video o spot e hanno imparato, nel tempo, a confrontarsi con media e linguaggi differenti. Personalmente allo stato attuale preferisco il cinema, ma soltanto per una questione di fascino (la sala, il proiettore, vedere i manifesti del tuo film dove un tempo hai visto quelli dei grandi film che ti hanno cresciuto…). Ma prima di rispondere in maniera definitiva vorrei confrontarmi con la serialità televisiva. Sono un consumatore di serie, uno spettatore dipendente… ne guardo molte e di vario genere. Mi piacerebbe seguire una serie perché mi innamoro facilmente dei miei personaggi, e avere la possibilità di seguirli, di crescerli nel dolore, nel divertimento, seguendoli nella lunga distanza sarebbe meraviglioso.

    E qual è, invece, la cifra stilistica di Stefano Lodovichi regista che potremo riconoscere anche nel nuovo lavoro, “In fondo al bosco”?

    Credo che il filo rosso che lega i miei progetti sia la profonda umanità di tutti i personaggi che racconto. Cerco sempre di approfondirli ed esplorarli in tutti i loro aspetti più “normali” raccontando i difetti, le imperfezioni, le difficoltà che li contraddistinguono. I personaggi di “In fondo al bosco” sono persone normali che vivono con i loro fantasmi, nell’ombra, nel dolore, con rabbia, emozione e vergogna… come tutti noi che, in fondo al bosco, nascondiamo sempre qualche cosa di tremendo.

    Come hai preparato le scene dal punto di vista visivo?

    Il lavoro sul visivo è quello che preferisco insieme a quello con gli attori. Parto sempre dalla storia, dal fuoco emotivo che caratterizza un progetto. Poi da lì cerco di capire il tipo di linguaggio che può rispettare e valorizzare al meglio la storia. E mentre ci penso cerco di trovare ispirazione nella storia dell’arte, in altri film, serie, video e, ultimamente, anche su Instagram. Una volta trovato il codice estetico del film ne parlo con i miei collaboratori. Condivido con loro le regole generali che avrà il film, i suoi colori principali, il tipo di luce, il tono delle situazioni e molto altro. Così inizia il confronto e, insieme, iniziamo a mettere altri mattoni alla casa…

    Come hai lavorato, invece, con gli attori?

    Ho cercato di conoscerli bene, imparando ad ascoltarli con attenzione. Attori come Filippo Nigro, Camilla Filippi o Giovanni Vettorazzo sono attori di grande esperienza e con una sensibilità che non può che essere un valore aggiunto. Anche per questo dico sempre che i personaggi nascono in scrittura ma poi crescono sul set, perché è nel confronto con chi dovrà interpretarli che si riesce a scoprirli un po’ di più. A volte capita di vedere registi che si impuntano sulla loro visione. Lo trovo uno spreco di tempo, un arroccarsi insensato. Se è vero che il film è del regista è anche vero che i film non si fanno da soli, non stiamo parlando di un quadro. E se un attore non funziona, il suo personaggio non funziona, e così a cascata, tutto il film rischia di fallire… E poi fare un film è una cosa troppo bella per farla da soli.

    “In fondo al bosco”sembra potersi inserire in quel filone, interessante, ma poco numeroso, del thriller nordico italiano, insieme a“La ragazza del lago”,“La foresta di ghiaccio”, “Oltre il guado”e altre piccole produzioni, insieme anche al romanzo“XY”di Sandro Veronesi. Sono riferimenti che può vedere solo un cinefilo/cultore del genere oppure erano presenti al momento di preparare la produzione?

    Ci tengo a precisare che “In fondo al bosco” non fa parte di un genere preciso, unico. Non è un semplice thriller, ma è un film drammatico venato di mistery, noir e anche un po’ di horror. Sicuramente nello scriverlo con Isabella Aguilar e Davide Orsini ci siamo ispirati a quel tipo di cinema di cui parli tu. “La ragazza del lago” o “Foresta di ghiaccio” sono film che possono essere considerati figli dello stesso macrogenere. Di sicuro la grande spinta del thriller nordeuropeo degli ultimi anni (“The Killing”, “The Bridge” e molto altro) ci ha ispirato nella scrittura della sceneggiatura ed è anche vero che le Alpi sono un luogo incredibile: meraviglioso e mostruoso allo stesso tempo.