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  • [RECENSIONE] Carnage (Roman Polanski)

    Pare che se uno non osanna con metri di lingua l’ultimo film di un vecchio e/o affermato regista, che se a uno capita di rivalutare completamente il suo giudizio su una pellicola inizia il finimondo. Una introduzione necessaria, forse, visto che si parla di Carnage l’ultimo lavoro di Roman Polanski, che a guardare le medie dei voti degli utenti sui vari siti di cinema è senza dubbio un filmone con i controattributi che manco che ne so Hitchcock.
    Due coppie (Penelope e Michael, Nancy e Alan) si incontrano perché i loro figli hanno fatto a botte l’uno rompendo due denti all’altro, l’incontro si trasforma in un’ottima occasione per dar sfoggio del peggio di ognuno di loro. Pochissimo dureranno i convenevoli, le coppie ben presto si troveranno l’una contro l’altra, ognuna con le proprie (spesso assurde) ragioni, arriveranno a farsi una guerra anche interna alle coppie stesse finendo in pratica tutti contro tutti e con il far uscire fuori (anche letteralmente) di tutto. Le varie tregue che le coppie si concedono sembrano avere lo scopo di ricaricare le pile o di studiare l’altro aspettando magari che faccia la prossima mossa sbagliata.

    Partendo dalla commedia teatrale di Yasmina Reza, Polanski e la stessa autrice tirano fuori una sceneggiatura che il regista polacco esegue abbastanza divertito perché in Carnage ci si diverte anche se a conti fatti c’è poco da ridere. Sarei curioso di vedere lo spettacolo teatrale e chissà perché me lo immagino molto più frizzante della trasposizione filmica.

    La sensazione è che qualcosa (dello spirito originale?) si sia perso per strada negando a questo gradevole film di essere un gran film. Alcune trovate di Polanski sono azzeccatissime, e mi viene in mente la mano di Nancy che tamburella nervosa in primo piano con sullo sfondo il marito Alan che parla a telefono. Eppure, eppure. Ci sarà tempo per ripensarci.

    Guarda in streamingCarnagediRoman Polanski.

  • [RECENSIONE] Contagion (Steven Soderbergh)

    Con tutte le star coinvolte in Contagion diSteven Soderberghper forza di cose qualcuna doveva morire ed è questo l’aspetto vincente di un film che per il resto non dice niente di nuovo. La scena dell’autopsia sul cranio di una di queste superstar, con lo scalpo che va a coprire il suo volto, è un piccolo tiro mancino. Ma qualcuno deve pur crepare quando si parla di un’epidemia che in breve tempo uccide milioni di persone in tutto il mondo.

    Una pellicola corale dunque che mette in scena la solita parata di personaggi (semplici cittadini ma anche persone in qualche modo influenti) disposti a tutto pur di salvare i propri cari, con le solite strade di città deserte o invase da una folla impazzita che depreda o distrugge oppure bloccate dai militari per via della quarantena preventiva. L’umanità ancora una volta viene messa alla prova, il destino di tutti si ritrova nelle mani di pochi che forse nascondono qualcosa per trarne profitto.

    Malgrado la situazione drammatica è chiaro fin da subito che in questo blockbuster (diretto da Steven Soderbergh, scritto da Scott Z. Burns e coprodotto con i ricchi Emirati Arabi) proprio in quanto tale alla fine l’uomo trionfa sul nemico invisibile perché gli americani almeno a cinema sono ancora padroni del loro destino.

    Guarda in streamingContagiondiSteven Sodergergh.

  • [EXTRA] I Quarant’anni di Reazione a Catena a.k.a. Ecologia del Delitto

    Se c’è stato un autore che ha gettato le basi per il giallo italiano questi è senza dubbio Mario Bava. Con La ragazza che sapeva troppo e 6 donne per l’assassino si stabiliscono dei criteri che poi saranno sviluppati da Argento in primis, quello che viene considerato (forse a sproposito) in suo inventore. Gli elementi che Bava introduce sono un protagonista testimone di un fatto di sangue al quale sfugge però il particolare rivelatore, un assassino in abito scuro che uccide per follia e non per beccarsi qualche eredità, un’ambientazione cittadina e moderna non più legata dunque ai decadenti castelli del gotico.

    Negli anni sessanta Bava per primo capisce che la paura va rinnovata e che a spaventare non sono più i fantasmi che si reincarnano o cose simili ma un pazzo che circola liberamente in città uccidendo persone comuni. Dario Argento sarà colui che più di altri ritornerà su questi elementi innovativi già col suo primo film L’uccello dalle piume di cristallo, da quel film il giallo italiano esplode e non sarà più lo stesso. L’incasso del film crea una immediata gara tra produttori per realizzare qualcosa di simile, magari semplicemente inserendo un nome di animale nel titolo, in tutti questi cloni di Argento si trovano facilmente però gli elementi inventati da Bava.

    La risposta di Bava, che è come dire che solo lui può riscrivere i cliché, arriva nelle sale l’8 settembre del 1971 con Reazione a catena vero e proprio ribaltamento per certi versi di quelle stesse basi che ha contribuito a creare.

    Innanzitutto gli omicidi non sono commessi da un solo assassino: nel film tutti i protagonisti sono carnefici e vittime allo stesso tempo proprio per effetto di una reazione a catena che fa accrescere sempre di più la violenza e li fa diventare ora ricattatori ora ricattati. Omicidi tutti eccessivamente complicati e violenti e per questo in fondo divertenti. Eccessi che gli americani hanno riproposto meno di dieci anni dopo con Venerdì 13, che con il film condivide pure l’ambientazione con la baita vicino al lago.

    Parte del merito si deve senza dubbio al soggetto di Dardano Sacchetti intitolatoCosì imparano a fare i cattivie ai raccapriccianti effetti speciali curati da Carlo Rambaldi. Quello che resta del vecchio Bava è il solito Bava, è il tipico inganno nello sguardo che fa sembrare le cose altre cose, che non ci fa fidare più delle apparenze, sono le sue carrellate i suoi zoom impazziti. Esattamente quaranta anni fa con Reazione a catena (conosciuto anche come Ecologia del delitto) Mario Bava ribadisce ancora una volta di far parte dei grandi del nostro cinema e non solo.

  • [RECENSIONE] Dellamorte Dellamore (Michele Soavi)

    Il titolo è uno di quelli che farebbe esclamare a Castellari un bel -Me’ cojoni!-. A differenza però di quei film che di indovinato hanno solamente il titolo DellaMorte DellAmore è interessante per davvero. Merito dell’intuizione della produttrice Tilde Corsi (qui al suo primo film) di adattare il libro omonimo di Tiziano Sclavi affidando il lavoro a Gianni Romoli.

    Merito anche della regia di Michele Soavi (l’ultima – per ora – nei territori horror), della scelta azzeccata di scegliere Rupert Everett (è arcinoto che i lineamenti di Dylan Dog – il personaggio più celebre inventato da Sclavi- si ispirano a quelli dell’attore) come interprete del protagonista Francesco Dellamorte becchino del cimitero di un paese che si chiama Buffalora.

    Il suo lavoro sarebbe tranquillo se non fosse che da un po’ di tempo a questa parte i morti sepolti nel cimitero non abbiano iniziato a risorgere con intenzioni aggressive. Per fronteggiare l’epidemia (come la chiama lui) Francesco Dellamorte fa più affidamento sulla sua pistola piuttosto che sul suo assistente muto e ritardato (ma ne siamo poi così sicuri?) Gnaghi, interpretato da uno straordinario François Hadji-Lazaro.

    I ritornanti (sempre parole sue) vengono affrontati con successo dal becchino fino al giorno in cui nel camposanto arriva una giovane e bella neo vedova per la quale Dellamorte perde la testa. Da quel momento in poi la situazione per lui precipita sfuggendogli di mano.

    Dellamorte Dellamore è una storia di formazione in cui, come suggerisce il titolo, morte e amore vanno a braccetto come accade nelle migliori tradizioni romantiche e horror. Per atmosfere, luoghi e situazioniDellamorte Dellamoreomaggia un cinema che già all’epoca era estinto: quello di Antonio Margheriti, Riccardo Freda, Mario Bava, Lucio Fulci.

    Gli effetti speciali di trucco curati da Sergio Stivaletti sono fantasiosi, originali, ma anche verosimili come quando “fonde” i morti viventi con le radici del sottosuolo o gli riduce i liquidi interni, come dimostrano le varie teste che si spaccano nel corso del film.

    A detta di Gianni Romoli (nell’intervista contenuta nel doppio DVD uscito per la cinekult e curato da Manlio GomarascadiNocturno) la storia è anche una metafora delle turbe adolescenziali. Francesco Dellamorte è un eroe solitario: tutti in paese lo scanzano o lo sfottono, cosa che a lui va anche bene tant’è che mette in giro voci sul suo conto assolutamente false con lo scopo di allontanare ancora di più gli altri, ma anche di stare al centro dell’attenzione, proprio come farebbe un adolescente. La stessa donna senza nome per la quale perde la testa è il prototipo di donna ideale dell’adolescente tipo. Ad interpretarla una giovane Anna Falchi.

    Alla sua uscita nelle sale Dellamorte Dellamore fu un flop (in sala eravamo pochissimi me lo ricordo bene), solo con il tempo si è ritagliato il suo posto tra i cult di nicchia (e dunque da riscoprire), meritato perché Dellamorte Dellamore è davvero l’ultimo grande horror del cinema italiano. Certo, non voglio dire che è un film perfetto, perché di difetti ce ne sono (non tanti ma ce ne sono), però dopo il canto del cigno di Dèmoni e Phenomena, entrambi guarda caso del 1985, Dellamorte Dellamore quasi dieci anni dopo è stato un vero e proprio inaspettato risveglio di un genere sempre più morto.

  • [RECENSIONE] Bitch Slap – Le Superdotate (Rick Jacobson)

    Alcune cose di questo Bitch slap – Le superdotate fanno riflettere. E non mi riferisco alle tre attrici, anche perché saranno pure da urlo, per tutti i gusti e vestite poco ma nude come mamma le ha fatte non le vediamo mai: le uniche tette si vedono per pochissimi secondi e appartengono ad una comparsa.

    Nudi a parte, questo sciocco film ha colpe ben più gravi e ci fa capire quanto male facciano -spesso e volentieri- le emulazioni delle emulazioni. Prima Meyer poi Tarantino e adesso Jacobson. Sembra di stare sulle montagne russe per come si sale e si scende in questo percorso, che poi è un sottogenere (quello delle donne cazzute che in qualche modo si ribellano al dominio del maschio) con una sua storia-filmografia-percorso, fatta di alti e bassi come tutti i generi e sottogeneri. Già Tarantino con il suo Death proof mi aveva spiazzato, con il senno di poi però mi sono ricreduto: A prova di morte è un buon film, si sente la tensione, il fiato sul collo di Stuntman Mike che insegue le sue prede prima da lontano, di nascosto, poi apertamente, sfacciatamente. 

    Bitch slap non crea la minima tensione, è tutto dannatamente telefonato, compresa la vera identità del feroce e misterioso Pinky. Tarantino è saccheggiato sfacciatamente: escludendo le tre protagoniste a metà strada tra Kill Bill e Death proof troviamo una katana, il deserto, l’asiatica sadica con la sua arma micidiale, potrei continuare ma può bastare anche così. Manca però lo spirito, l’inventiva, la cultura cinematografica, la scelta delle musiche, l’eleganza, la maniera, anche qui potrei andare avanti per un bel po’ ma taglio corto: manca Tarantino. Rick Jacobson, il regista, si è fatto le ossa con telefilm come Xena, Baywatch ed Hercules. Dal cast di questo serial prodotto da Sam Raimiritroviamo in Bitch slap Kevin Sorbo.

    Guarda in streamingBitch Slap – Le superdotate.

  • [RECENSIONE] Prigione di donne (Brunello Rondi)

    Parlando di collaborazioni artistiche, e più in generale di convivenze, un film comePrigione di donnepuò dirci qualcosa. Si parla di Martine (Martine Brochard) una ragazza francese che finisce in galera in seguito ad una retata. La ragazza è innocente, la droga gliela infila nell’impermeabile un hippie fattissimo, un’anima pura, una pecorella smarrita in mezzo a un branco di lupi, così almeno sembrerebbe.

    Martine in carcere scopre un mondo dalle mille difficoltà che non conosceva ma che imparerà presto a gestire. Scopre il mondo, cresce, matura, diventa donna se vogliamo. Scopre ad esempio che dietro l’aspetto da dura di Susanna (Marilù Tolo) si nasconde un’anima fragile e rassegnata, oppure assiste allo spogliarello improvvisato di Isabelle (Isabelle De Valvert) interrotto dal suo pianto improvviso. Martine uscirà dal carcere diversa, perché è a questo che servono i viaggi nelle caverne oscure, i percorsi formativi.

    Prigione di donne nasce dal gemellaggio artistico-intellettuale tra lo psichiatra Aldo Semerari e il regista Brunello Rondi. Un ponte tra destra e sinistra (se conoscete i personaggi sapete che è così) non vogliamo dire perfetto ma senza dubbio interessante. Ai due si aggiungono anche Leila Buongiorno e José Maria Sanchez Alvaro. A fare da collante a questo improbabile ma funzionale team il produttore Carlo Maietto con la sua Thousand Cinematografica e le sue donnine nude. Le diversità, insomma, possono provare a convivere insieme.