Tag:1981

  • [SPECIALE] Le bambole nel cinema fantastico/horror

    Periodo d’oro per bambole e affini nel cinema fantastico, e allora perché non dedicare una rapida carrellata ai film che le han promosse a muse ispiratrici?

    Tralascerò alcuneterrificanti ed efficaci bamboleche han solo una breve incursione all’interno dei film (ma voglio comunque citare: il bambolotto meccanico diProfondo Rosso, l’ormai famosaAnnabellediThe Conjuring, la scena delle bambole inChi Sei?, l’inizio deIn Compagnia dei Lupied il terrificante clown diPoltergeist) per dedicarmi a quei titoli (noti e meno noti) che le vedono protagoniste assolute.

    La paura delle bambole ha un nome scientifico: si chiama pediofobia, a sua volta una sottospecie del terrore che alcuni nutrono per automi, robot, statue di cera – tutto ciò che ha le fattezze di un essere vivente senza esserlo – la cosiddetta automatonofobia. Anche chi non è affetto da vera fobia, non può negare di esser stato turbato almeno una volta nella vita, dalla visione di una qualche bambola particolarmente inquietante.

    Perché le bambole ci fanno così paura?

    Freud ha ben descritto come i bambini nell’età dei primi giochi, non distinguano nettamente ciò che è vivo da ciò che non lo è, trattando bambole e feticci come esseri viventi; accettando il presupposto che il feticcio sia stato una fonte di terrore o un doppio idealizzato su cui proiettare qualità negative, allora bisogna considerare che i film possano provocare in alcuni spettatori il ritorno del rimosso che, a causa del confine tra realtà e finzione divenuto labile, si ripresenta come un demone da eliminare.
    Questo è un tema che approfondisco nel mio blog IL CINEMA PER ANTONOMASIA nell’articoloL’orrore come la rappresentazione scenica e adulta delle paure dell’infanzia(link).

    Come ha dettoJohn Leonetti, regista del poco riuscitoAnnabelle“le bambole sono figure umane ma mancano di emozioni. In pratica sono gusci vuoti.” Insomma sono uno spazio che può essere riempito e quindi perché non da malvagità o demoni?

    Vediamone alcune, fra le più riuscite.

    The PitdiLew Leham (1981).

    Un film che divide il pubblico fra lovers and haters, ma considerato unanimenmente un cult. La bambola è qui un orsacchiotto che spinge un adolescente in piena pubertà a sbarazzarsi delle persone che gli sono scomode dandole in pasto a dei mostri carnivori che vivono in fondo ad un pozzo.

    Il Mostro e le vergini(Devil Doll) diLindsay Shonteff (1964).

    Ha tutti gli elementi che influenzeranno film successivi comeLa Bambola Assassina,Dead Silence,Puppet MastereMagic. È la storia del ventriloquo Vorelli e del suo fantoccioHugo, che si scopre ben presto essere un’anima intrappolata dal Vorelli nel corpo della bambola. Film pionieristico, non perfettamente riuscito, ma fondamentale nel filone per la massiccia presenza di elementi archetipici.

    MagicdiRichard Attenborough (1978).

    Un giovaneAnthony Hopkinspresta qui le fattezze, il talento e la voce al personaggio principale del film (un ventriloquo) succube del suo pupazzo di nomeFats. Film autoriale, un po’ lento, estremamente drammatico… una discesa negli inferi di una triste, mente malata.

    Puppet MasterdiDavid Schmoeller.

    Film del 1989 che ha dato vita a una saga di ben 12 film di cui l’ultimoPuppet Master: The Littlest Reichuscito proprio questo anno. Ambientato durante la seconda guerra mondiale, anche qui abbiamo la trama di un burattinaio e delle sue preziose creature, nelle quali si nasconde il segreto della vita eterna.

    The BoydiWilliam Brent Bell.

    Una trama abbastanza originale per un film molto discusso (e discutibile) che si perde purtroppo nel finale. Davvero inquietante nella sua staticità il bambolotto Brahms, che prende vita grazie alla sapiente regia. Sebbene la bambola sia solo una sorta di “proiezione” passiva del vero malvagio del film, risulta comunque una figura efficace che merita il suo posto nella lista.

    Chi c’è in fondo a quella scala…(Pin) diSandor Stern (1988).

    In assoluto uno dei miei preferiti; questo semisconosciuto horror canadese è davvero una piccola perla introvabile, che vanta atmosfere dense ed idee davvero originali: Il dr. Linden ha un manichino nel suo ufficio che ha nominato Pin e lo usa per insegnare – attraverso il ventriloquismo – ai suoi 2 figli le funzioni anatomiche. Ciò che non sa è che Leon (il figlio maschio) è mentalmente instabile e crede che PIN sia davvero un essere vivente.

    DollsdiStuart Gordon (1987).

    Altra perla, fra i miei film sull’argomento favoriti anche per gli effetti speciali che, diciamocelo fieramente, vantano per una buona parte elementi di crew italiana! Prodotto daBrian Yuznain uno dei periodi migliori per l’horror mondiale, fu girato a Roma, ed ebbe uno straordinario successo che però fu ben presto offuscato dall’uscita diLa Bambola Assassina. La trama vede un gruppo di sventurati con l’auto in panne, chiedere ospitalità in una vecchia e desolata casa abitata da due strani personaggi e tante bambole. Scopriranno ben presto che le bambole sono vive e han potere di trasformare in bambole coloro che vengono uccisi. C’è una morale però: queste bambole uccidono solamente le persone che hanno una visione del mondo materialista e che privano gli altri della loro fantasia.

    La bambola assassina(Child’s play) diTom Holland (1988).

    Il suo successo ha generato ben 6 sequel non tutti eccelsi. Ha come personaggio principale una bambola di nome Chucky, all’interno della quale un serial-killer ha trasferito la sua anima in punto di morte grazie a un sortilegio vodoo; il suo unico scopo è ora quello di rientrare in un corpo umano in breve tempo, altrimenti rimarrà intrappolato per sempre nel pupazzo. Se il primo film vantava elementi anche psicologici, i film horror successivi abbondano di elementi “slasher” e grotteschi che spesso cadono nel ridicolo involontario.

    La bambola che uccide(Dolly dearest) diMaria Lease (1991).

    Si può considerare la versione “femminile” di Chucky, e racconta la storia di una fabbrica di bambole in Messico costruita su un terreno che nasconde la tomba Maya del demone Sanzia. Ben presto i demoni occuperanno le bambole per tormentare la figlia del protagonista, sconfinando nel filone delle possessioni. Trash, baraccone e a tratti inquietante!

    Trilogia del terrore(Trilogy of terror) diDan Curtis.

    È un film horror in 3 episodi, dedicati ognuno a 3 diverse donne (di cui i segmenti portano il nome) interpretate tutte magistralmente da Karen Black… a noi interessa solo l’ultima parte, quella intitolataAMELIA… e che ha tolto il sonno a intere generazioni grazie alla presenza dell’ineguagliabile bambola feticcioZuni. Essendo un prodotto nato per la TV, il film presenta tutti i limiti del caso: niente eccessi, niente sangue e svolgimento politicamente corretto. I primi due segmenti diTrilogia del terroreson abbastanza dimenticabili, mentre ciò che rende l’opera un cult è il riuscitissimo segmento finale in cui Curtis si sfoga e dà vita (in tutti i sensi) ad un fantoccio grottesco tanto quanto cattivo ed inquietante. Solo pensare al finale, ho i brividi addosso.

    E a voi, quali bambole han fatto paura?

  • [RECENSIONE] The Black Cat (Lucio Fulci)

    Trama: “Robert Miles è uno psicologo capace di comunicare con i morti e di controllare la mente del suo gatto nero, particolarmente aggressivo nei suoi confronti. Ciononostante utilizza l’animale per compiere le sue vendette e uccidere chiunque gli sia contro. Una fotografa, Jill, che lavora in coppia con due poliziotti di Scotland Yard, scopre che vicino ai cadaveri al momento della morte c’è sempre traccia di un gatto. Lei quindi va a casa dello psichiatra e conferma i suoi sospetti sul fatto che lui sia coinvolto nei misteriosi omicidi”.

    Scritto daLucio Fulci, assieme ad uno sceneggiatore di vasta (e varia, rispetto al thriller) esperienza come Proietti,Gatto Nero/The Black Catè un film insolito, dove perfino la mano del maestro trasteverino sfuma in stilemi sofisticati e diversi di ampio respiro internazionale. Sicuramente l’avere avuto una squadra diversa da quella solita, ha portato il regista alla ricerca di diverse forme espressive, agevolato anche forse da un budget sicuramente adeguato rispetto alle sue solite produzioni.

    Resta invariata la formazione di attori che include i fedeli Al Cliver, David Warbeck, Dagmar Lassander e Daniela Doria che fan da “contorno” alle ottime interpretazioni di Mismy Farmer e del “kubrickiano” Patrick Magee (visto oltre che in Arancia Meccanica e Barry Lindon anche in cult horror come Terrore alla 13a ora di Coppola), mentre il sapore horrorifico della pellicola è stemperato dalla musica orchestrale diPino Donaggio, che vela di malinconia le cupe e oniriche atmosfere disegnate in complicità di una delle migliori fotografie del fedelissimoSergio Salvati. Da segnalare assolutamente le scenografie ed i costumi, che ci tengono costantemente in un epoca sospesa fra passato e presente.

    Funzionali ed innovativi (vedi “l’animatrone della donna bruciata) i trucchi di Paolo Ricci (che prende il posto di De Rossi) soprattutto se visti con gli occhi dell’epoca, penalizzati però dal massacro censorio italiano, che mi spinge a consigliare la versione home video in inglese.

    La tensione, tipica dei film diLucio Fulci, nel caso diBlack Catlatita, lasciando il posto ad una grande, ipnotica atmosfera che assorbe fino alla fine della visione. Il classico racconto di Poe, di cui si mantiene inalterato quasi solo il titolo ed il finale – che omaggia quasi più Sette note in nero– viene riletto in una chiave totalmente inedita, dove le menti del gatto e del suo padrone si dominano a vicenda spingendosi al male.

    Se -registicamente parlando – i dettagli sugli occhi degli attori (e su quelli del gatto) sono da manuale, Fulci abbandona qui un po’ l’uso dello zoom (ma non quello del crane) a favore di lunghe ed ammalianti soggettive. Il film continua a dividere pubblico e critica, c’è chi lo osanna e chi lo sotterra, indubbiamente è il film più sottovalutato della carriera di Fulci… ma un’opera attorno alla quale ruotano così tante contraddizioni e visioni diverse, è sicuramente un’opera innovativa, vitale, mai banale o prevedibile che merita a mio avviso una visione.

    SCHEDA TECNICA:

    Titolo originale:Black Cat (Gatto nero)
    Paese di produzione:Italia
    Anno:1981
    Durata:92 min
    Colore:colore
    Audio:sonoro
    Genere:thriller, horror, fantastico
    Regia:Lucio Fulci
    Soggetto:Biagio Proietti, dal racconto “Il gatto nero” di Edgar Allan Poe
    Sceneggiatura:Biagio Proietti,Lucio Fulci
    Produttore:Giulio Sbarigia
    Casa di produzione:Selenia Cinematografica
    Fotografia:Sergio Salvati
    Montaggio:Vincenzo Tomassi
    Effetti speciali:Paolo Ricci
    Musiche:Pino Donaggio
    Scenografia:Francesco Calabrese
    Costumi:Massimo Lentini
    Trucco:Franco Di Girolamo,Rosario Prestopino(assistente)

  • [EXTRA] I 30 anni di Porky’s, il film cult di Bob Clark

    Per chi come me è nato negli anni ’70 Porky’s – Questi pazzi pazzi porcelloni è uno di quei film che scoprivi nelle videoteche. Ed era ambito perché parlava di scopare e magari tu non avevi ancora i quattordici anni necessari per poterlo affittare. A quei tempi così andavano le cose. Corrompevi il tizio del negozio, poteva anche capitare che te lo prestava qualcuno che ce l’aveva, ma stiamo parlando già degli anni ’90 quando alla fine in qualche modo ci si è ritrovati tra simili.

    Ma sto divagando. Porky’s lo affittavi sperando di vedere chissà che cosa e ci rimanevi piuttosto fregato, l’unica scena in questo senso spinta è quella nelle docce con le ragazze spiate dai protagonisti come in una commedia scollacciata italiana con la classica scena del buco della serratura. Scena comica che ben spiega lo spirito del film che è una descrizione delle giornate tipo di un gruppo di studenti americani alla costante ricerca di pelo, ma anche di un sano cazzeggio fancazzista, amiconi e quello che ti pare a te ma se li freghi allora si incazzano.

    Chi li frega? Li frega Porky il proprietario del locale a luci rosse omonimo: scopre che sono minorenni, li ripulisce e poi li caccia in malo modo dal locale. E loro la cosa se le segnano. E si coalizzano tutti anche quelli che prima non andavano d’accordo, anche l’ebreo e il filo nazi fanno in tempo a capire, prima del momento di andare in guerra contro Porkys, che bisogna superare certe barriere. E qui sta la cosa che da un film cazzone non ti aspetti: il messaggio politico, una certa dose di serietà, anche di moralismo del cazzo se vogliamo -ma questo è un mio pensiero personale- resta il fatto che questo elemento serio c’è.

    Basandosi parecchio su fatti vissuti in prima persona ai tempi del liceo, Bob Clark nel 1982 realizza con Porky’s il suo film di successo, un cult generazionale che è stato il maggior incasso in assoluto per 24 anni in Canada.

    Il 19 marzo del 1982 Porky’s esordiva nelle sale americane e canadesi. Nel ruolo di Lassie Kim Cattrall (La Samantha di Sex and the City,Scuola di poliziaGrosso guaio a Chinatown).