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  • [SPECIALE] I 10 horror esteticamente più belli. (1/2)

    La storia del cinema horror è pieno di film magnifici, e sono consapevole che di certo non basterebbe nemmeno una lista di 100 film per elencarli tutti… figuriamoci 10! È solo il mio punto di vista, quindi cari lettori… vi invito a collaborare alla crescita di questo elenco con i vostri suggerimenti!

    Ciò che mi ha portato a fare queste selezioni, è soprattutto la componente quasi “pittorica” riscontrabile nella cura delle scenografie e dei costumi in rapporto con la fotografia. Come mio “solito” ho evitato titoli “facili” e scontati come possono essereSuspiria,Dracula(di Coppola) eShiningper portare certi titoli, magari meno noti ai più, in superficie… e magari stimolare qualcuno nella riscoperta!

    Se il “male” e “l’orrore” son in genere associati al brutto, ci sono innumerevoli esempi dalla poesia alla pittura che svelano la bellezza celata nell’abisso del male. E laddove il cinema della paura è il cinema pensato per spaventare, bisogna anche considerare che è (ma, soprattutto, è stato) quel territorio di nessuno in cui era possibile sperimentare!

    Andiamo a vedere allora cosa vi ho preparato… in ordine sparso.

    The Witch.

    Co-produzione fra Stati Uniti e Canada presentata per la prima volta al Sundance Film Festival 2015, divenendo una wide release nel 2016, per conto della A24. Nella parte finale si legge che il film è derivato direttamente da «giornali, diari e resoconti giudiziari del tempo (XVI secolo)».

    TRAMA: Siano nel New England, 1630. Il rigido e bigotto William, che si difende fieramente sostenendo di aver solo praticato il verbo di Cristo, viene giudicato da una corte e allontanato dalla comunità assieme a sua moglie Katherine e ai loro cinque figli. I reietti si sistemano in una piccola fattoria solitaria ai confini di un fitto bosco. La figlia maggiore Thomasin ha dei dubbi, si sente peccatrice. Porta Sam, il fratellino neonato, a giocare vicino al bosco, ma il bambino le viene misteriosamente sottratto da una strega.

    La fotografia è di Jarin Blaschke, e ci fa rivivere le atmosfere dei dipinti di Goya, specialmente nel magnifico finale.

    I disertori – A field in England.

    Film del 2013 diretto daBen Wheatley, ambientato durante la guerra civile inglese. Il regista è anche in ABC OF DEATH col segmento U is for Unearthed , mentre il suo ultimo film è FREE FIRE: un film d’azione ambientato a Boston alla fine degli anni ’70.

    TRAMA: Nel 1648, nelle campagne inglesi tormentate dalla guerra, un gruppo di disertori fugge dal campo in cui infuria la battaglia. Dopo essere stati catturati, vengono costretti ad aiutare uno dei loro carcerieri nella ricerca del tesoro che questi crede sepolto nel campo. Da quel momento, il gruppo gradualmente scivola in un caos fatto di aspre lotte e di paranoia. Quando poi diventa chiaro che il tesoro potrebbe essere qualcosa di molto diverso dall’oro che credevano, si scoprono vittime di energie malvagie intrappolate nel campo.

    Come scrivono su Quinlan.it “Il pubblico di A Field in England è condotto per mano da Wheatley sull’orlo di un burrone, e poi oltre. Al di là del godimento di fronte all’estasi visionaria del film e alle battute che si rimpallano i protagonisti, A Field in England richiede un atto di fiducia, l’accettazione di una realtà altra che non segue regole prestabilite e in cui tutto non è solo possibile, ma necessario e ineluttabile”. Siete pronti per questo tuffo psichedelico?

    L’opera ha ricevuto diverse nomination in vari festival importanti, vincendone solo uno (Karlovy Vary International Film Festival, Special Prize of the Jury), mentrela fotografia è di Laurie Rose(Stan and Ollie, High-Rise: La rivolta).

    Il volto.

    Il volto (Ansiktet)è un film del regista svedeseIngmar Bergmanrealizzato nel 1958 che ottenne nel 1959 il premio speciale della giuria alla Mostra di Venezia e il Premio Pasinetti, come opera migliore della rassegna, dai giornalisti.
    Bergman figura come uno dei più influenti registi nella storia del cinema… ma la vita del cineasta svedese non si dispiega esclusivamente intorno alla pellicola, al contrario abbraccia anche un filone artistico di scrittura e teatro.
    Il film imbastisce lo scontro, in realtà l’osmosi, tra magia e razionalità, spettacolo e burocrazia, tra il corpo (pesante e limitato, si evince dalle prime battute) e lo spirito (alto, alato, ma sostanzialmente inesistente, mistificatorio). Opposti che si attraggono. Espressione di un’unità spezzata.

    TRAMA: Nella prima metà del secolo scorso, un illusionista, pseudo mago, viene arrestato, con la moglie, alle porte di una piccola città della Svezia, ed è costretto ad esibirsi dinnanzi alle autorità locali. Un medico incredulo ed un poliziotto prepotente assillano con le loro domande e i loro commenti insultanti i due, che alla fine sono stanchi ed irritati. Per potersi vendicare delle derisioni, di cui è stato oggetto, lo pseudo-mago si finge morto.

    La fotografia è del fedelissimo Gunnar Fischerche ha lavorato a quasi tutti i film di Bergman.

    Viy.

    Vij è un film sovietico del 1967, diretto da Georgij Kropačëv e Konstantin Eršov. È il primo film horror del cinema sovietico ed è basato sul racconto omonimo di Nikolaj Vasil’evič Gogol’.

    TRAMA: Uno studente del seminario viene incaricato di vegliare, nella chiesa di un piccolo villaggio e per tre notti consecutive, la salma di una strega, morta a causa di una malattia. Il ragazzo accetta l’incarico, che gli verrà lautamente pagato al termine, ma non sa del pericolo a cui va incontro: durante le tre notti, la strega torna in vita tentando di ucciderlo con tutti suoi poteri. L’unica arma a disposizione del filosofo è la preghiera.

    Pittoresco, immaginifico e non privo di una sua originale impronta figurativa, questa riduzione filologicamente fedele del racconto di Gogol ne riconduce la morale politica alle beffarde coincidenze della sorte ed alle soverchianti logiche del potere che costringono un giovane renitente e indifeso a soggiacere ai perversi meccanismi di una volontà di dominio e di prevaricazione.

    Il film ha avuto un mirabolante – ed inefficace – remake nel 2014, VIY… che punta tutto sul 3D ed il digitale, riuscendo a regalare una phantasmagoria per gli occhi, che però non colpisce il cuore per inventiva e artisticità.

    La fotografia è di Viktor Piščalnikov e Fëdor Provorov.

    La maschera della morte rossa.

    La maschera della morte rossa (The Masque of the Red Death)è un film horror del 1964, diretto da Roger Corman, tratto dai racconti La maschera della morte rossa e Hop-Frog di Edgar Allan Poe. Al film partecipano due importanti attori del genere horror, Vincent Price e Hazel Court.

    TRAMA: Siamo nel Medioevo: una vecchietta mentre raccoglie della legna viene fermata da una figura vestita di rosso, che le dona una rosa rossa e le dice che presto giungerà la liberazione. La vecchia ritorna al suo villaggio e racconta il fatto agli altri abitanti, che prendono la figura come un santo e la liberazione come la fine della tirannia del principe Prospero, un crudele signore che domina il luogo.

    Come tutti i “Poe” di Corman, anche questo è liberamente ispirato al racconto, a cui resta quasi fedele solo nella ricostruzione delle stanze del castello.

    Si dice che Corman avrebbe voluto girare il film subito dopo I vivi e i morti (1960), ma accantonò il progetto per alcuni anni perché pensava che alcuni elementi della trama lo facessero assomigliare troppo a Il settimo sigillo di Ingmar Bergman.

    Alla fotografia troviamo Nicolas Roeg, che ci delizierà in futuro con opere comeA Venezia un dicembre rosso shockingeChi ha paura delle streghe?.

  • [EXTRA] Tre Passi nella Stregoneria

    Gli spericolati anni ’70 ci han regalato film coraggiosi per tematiche e sperimentazioni stilistiche che spaziavano non solo nella tecnica filmica, ma anche in quella di scenografia e costumi, fino alla fotografia.

    Negli anni ’70 le donne attive nel movimento femminista gridavano «Tremate, tremate, le streghe son tornate» e usavano questa auto­identificazione con le streghe per dare forza alle proprie rivendicazioni.

    Salvo errore, questo slogan si deve, almeno in Italia, al successo del volume delle studiose e femministe americaneBarbara Ehrenreich e Deirdre EnglishintitolatoWitches, Midwives, and Nurses: A History of Women Healers, pubblicato a New York nel 1975, e apparso in traduzione italiana nello stesso anno con il titoloLe streghe siamo noi (Editore Celuc).

    Il ruolo della medicina nella repressione della donna. Se non esiste una cinematografia che affronta direttamente il fenomeno femminista, abbiamo in parallelo tutta una serie di film dove la donna emancipata “fa paura” e viene rappresentata quindi come il nemico di turno da temere.

    I tre film che segnalo in questo articolo, sono opere dimenticate (o, sconosciute ai più) in cui la sperimentazione visiva ed il coraggio di contenuti ne fanno dei veri gioielli da recuperare.

    Il delitto del diavolo (Le regine).

    Partiamo subito dallo spessore del registaTonino Cervi… Figlio degli attori Gino Cervi e Ninì Gordini, nipote del critico teatrale Antonio Cervi, era il padre di Antonio Levesi Cervi e Valentina Cervi. Alternò il lavoro di regista con quello di produttore cinematografico. Tra le sue storiche produzioni, spicca il film a episodiBoccaccio ’70diretto dai registi Federico Fellini, Vittorio De Sica, Mario Monicelli, Florestano Vancini e Luchino Visconti. Inoltre produsse il filmDeserto Rossodi Michelangelo Antonioni e altri capolavori di grandi maestri del cinema come Francesco Rosi, Bernardo Bertolucci, Mauro Bolognini.

    TRAMA: Durante un viaggio notturno David, un giovane idealista hippy incontra, sotto le mentite spoglie d’un distinto uomo d’affari, il Diavolo. Credendosi colpevole dell’incidente stradale subito da questi, David si rifugia in una legnaia pertinenza d’una moderna casa di campagna. Ad accoglierlo trova tre bellissime e misteriose ragazze (le Streghe) che con il sesso e il vizio corrompono il ragazzo spingendolo a rinnegare tutti i suoi ideali. Quando hanno ottenuto ciò che vogliono, le tre bellissime donne appariranno a David nel loro reale aspetto: tre vecchie e orribili streghe, che l’assassineranno sadicamente.

    Il film del 1970 è interpretato dal bellissimoRay Lovelocke daEvelyn Stewart(vista poi in numerosi gialli/horror italiani).

    Lovelock debutta nel 1968, quando viene scritturato per Banditi a Milano, diretto da Carlo Lizzani: in questo film, Lovelock interpreta Donato Lopez detto Tuccio, il minorenne della banda che terrorizza la città. Nello stesso periodo, con il vero nome, si dedica all’attività musicale, cantando nel complesso del suo collega Tomas Milian (il Tomas Milian Group, che incide per la CBS), incidendo da solista per la CGD e componendo anche alcune colonne sonore, fra cui proprioIl delitto del diavolo(Le regine) eUomini si nasce poliziotti si muore.

    Questo film, semplice e drammatico, racconta coi toni di una fiaba nera (che diviene anche specchio di una moda hippy perfettamente rappresentata) una vicenda che lascia – senza ricorrere ad effetti o sangue – un senso di profonda cupezza e malinconia.

    Da ri-scoprire.

    Lucifer Rising.

    Lucifer Risingè un documentario sperimentale del registaKenneth Anger.

    Il film venne completato nel 1972 ma fu distribuito soltanto nel 1980. Non ha una trama vera e propria, si svolge in diversi luoghi ritenuti “magici” in Egitto, Inghilterra e Germania. Secondo alcune fonti parte delle riprese sarebbero state effettuate sull’Etna. Nel film viene narrata, sostanzialmente, l’ascesa di Lucifero, figura divina considerata emblema del bene assoluto e del male assoluto in contemporanea.

    E la sua evocazione da parte di 5 diverse entità: Iside e Osiride (divinità egiziane che rappresentano rispettivamente la natura e la fecondità, la morte e la resurrezione) ,un adepto, Lilith (qui rappresentata come dea della distruzione) e un Mago (interpretato dallo stesso Anger).Lucifer Risingè costituito da una serie di sequenze prive di dialoghi che raffigurano celebrazioni pagane, riti magici, evocazioni oscure, spesso utilizzando frenetiche tecniche di montaggio alternato.

    Anger iniziò le riprese del film nel 1966 circa, assumendo un giovane musicista di nome Bobby Beausoleil per recitare come attore nella pellicola e comporre la musica della colonna sonora. Poco tempo dopo, nel 1970, Beausoleil venne incarcerato con l’accusa di aver assassinato Gary Hinman dietro ordine di Charles Manson.

    Il chitarrista dei Led Zeppelin, Jimmy Page, che si era occupato di scrivere parte della colonna sonora per il film che non venne però utilizzata, fa una breve apparizione nel cortometraggio. Un barbuto Page tiene in mano una stele egizia mentre ammira un ritratto dell’occultista Aleister Crowley. La colonna sonora scartata da Anger, originariamente preparata da Jimmy Page, venne infine pubblicata nel 2012 con il titolo Lucifer Rising and Other Sound Tracks. Il regista allora commissionò a Beausoleil la colonna sonora, che fu scritta e registrata in carcere. Anger si era rivolto a Page nel ’73, e a Beausoleil nel ’76. Questi impiegò altri 4 anni per comporre le musiche adeguate al film. La cui versione definitiva venne presentata nel 1980.

    Belladonna of sadness.

    Questo è un cult “anime” firmato dal regista nipponicoEiichi Yamamoto(autore di Space battleship Yamato) nel 1973 (co-sceneggiato con Yoshiyuki Fukuda) e proiettato per la prima volta al Festival di Berlino dello stesso anno. Gli USA invece dovranno aspettare ben 40 anni per vederlo distribuito, grazie al recente restauro in 4K dellaCINELICIOUS PICS.

    TRAMA: Jean e Jeanne si sposano e vivono felici in semplicità e lavorando sodo. Ma a poco a poco il Diavolo riesce a circuire, allettare e a far innamorare di sé la ragazza. Divenutone l’amante, il Diavolo dà a Jeanne il fiore di belladonna (potente afrodisiaco) che ella distribuisce poi ai compaesani. La sposina verrà in seguito bruciata sul rogo come strega e indemoniata, ma la belladonna continuerà a diffondere nel villaggio i propri effetti inebrianti.

    Non ci sono abbastanza parole per descrivere la potenza visiva di questo viaggio allucinato ed allucinogeno nella stregoneria che attinge a piene mani nella storiografia di Jules Michelet. La tecnica del disegno animato permette all’autore di esprimersi senza freni, trasportando in un film le visioni tipiche degli stati psichedelici di trance.

    La parola “Belladonna” ci fa pensare a una bellissimo esemplare di femmina… ma è anche il nome di una pianta famosa nella storia per essere collegata ai delitti compiuti da “bellissime seduttrici”: i suoi frutti e foglie possono causare intossicazioni mortali, nonchè delirio ed allucinazioni. Il binomio bellezza ed intossicazione, in questo film raggiunge i suoi apici grazie anche a uno stile pop che si pone fra Beardsley e Crepax.

    Decisamente è varia la produzione anni ’70 dei film sulle streghe, dove si spazia da opere con contenuti “politicissimi” come in Season of witch (73) diGeorge Romero, fino ad opere dove il sottotesto si spoglia di significati per andare sfruttare il lato più surreale e sperimentale della tematica, come nell’ipnotico Baba Yaga (73) diCorrado Farina, con Carrol Baker. Ai giorni nostri, una bellissima metafora fra stregoneria e società ci viene data dal film Neon Demon di Refn che tratterò prossimamente.

  • [RECENSIONE] La donna del lago (Luigi Bazzoni, Franco Rossellini)

    Alle origini del giallo all’italiana: un lago e mille inquietudini.

    Lo scrittore Bernard sta fuggendo malinconicamente da tutto.

    Il luogo dove cerca di far riposare i pensieri è l’albergo di montagna del signor Enrico, dove ha già soggiornato in precedenza e dove ha conosciuto Tilde, la cameriera, che lo ha colpito nel profondo.
    Come spesso succede nei film (e nella vita?) quando si è convinti di trovar pace in luoghi solitari, immersi nella natura, si scopre d’un tratto che la pace non abita più nemmeno lì.

    Tilde è scomparsa. La novella moglie del figlio del signor Enrico ha lo sguardo assente e passa le giornate chiusa nella sua camera. Il fotografo del paese è convinto di poter scoprire segreti tenuti al caldo del camino dell’albergo di famiglia. Ovunque volga lo sguardo, Bernard ha l’impressione di intravedere le figure sfuggenti della bugia e dell’ipocrisia.

    Il film procede per gradi, accumulando suspence un passo dopo l’altro.

    Ogni personaggio viene caricato del proprio fardello di mistero, e con lui lo spettatore. La regia accompagna con pazienza l’intirizzito scrittore in giro per il paese, nel tentativo di rompere l’omertà familiare degli albergatori, attraverso indizi che ora sembrano inequivocabili, ma che tra poco saranno diventati pallidi ed inconsistenti.
    Sarà proprio la calma ostinazione di Bernard a far affiorare tutte le pulsioni da anni represse all’interno della famiglia di albergatori, e allora ci saranno solo violenza e morte.

    Diretto con ritmi calibratissimi daLuigi BazzonieFranco Rossellini, con una fotografia in b/n molto accurata,La donna del lagorappresenta uno dei primi esperimenti di giallo italiano (siamo nel 1965). Esperimento riuscito per molte ragioni: in primis per un’ottima prova degli attori tra cui spiccano tutte le figure femminili e un Salvo Randone statuario nei panni del capofamiglia.

    Attenzione però: siamo a mille anni luce dalla ricerca di suspence diMarioBavavista in gialli precedenti comeLa ragazza che sapeva troppo(1962) oSei donne per l’assassino(1964). Qui non troverete nessuna estrosa scelta di regia, ma solamente una perfetta scelta dei tempi visivi.

    Curiosità: tratto da un romanzo diGiovanni Comisso, sembra ispirarsi anche al romanzo diGiorgio Savianesui “Misteri di Alleghe”.

  • [RECENSIONE] Dark Shadows (Tim Burton)

    Si sentono echi di BeetlejuiceinDark Shadows, sarà per la famiglia strampalata che abita Collinwood, per quei due mondi diversi, ma poi mica tanto, che si incontrano. Per le risate che questa convivenza comporta perché in un modo o in un altro questa unione porta colore, anche se la fotografia e le scenografie ci ingannano dicendoci il contrario. Barnabas Collins (Johnny Depp) per una maledizione di una strega innamorata di lui (Eva Greeg) perde la moglie Josette (Bella Heathcote), che si uccide buttandosi da un precipizio sul mare, e diventa un vampiro.

    Rimasto prigioniero nella sua bara per due secoli viene ritrovato nel 1972. Finalmente libero si ricongiunge con i discendenti della sua famiglia: la rocciosa Elizabeth (Michel Pfeiffer) e sua figlia Carolyn (Chloe Grace Moretz), il maggiordomo Willie (Jackie Earle Haley), la strizzacervelli Julia (Helena Bonham Carter). A far da balia al problematico David (Gulliver McGrath) è appena arrivata da New York la nuova giovane tata Victoria fotocopia di Josette e a Barnabas gli parte la brocca. Altri problemi sono dovuti al fatto che la strega che lo ha condannato a vivere per l’eternità senza più il suo amore è ancora in circolazione, più bella e seducente che mai, sempre più stronza e pronta a tutto pur di avere Barnabas tutto per sé, esattamente l’opposto della semplice e pura Victoria/Josette.

    E finché si tratta di conoscere i suoi nuovi parenti e di adattarsi al nuovo mondo, come dicevamo all’inizio, tutto funziona piuttosto bene. Barnabas è un pesce fuor d’acqua che si stupisce del fatto che esistano donne medico, che crede Alice Cooper una cantante, che spacca un televisore acceso perché non ne ha mai visto uno. Fino qui tutto bene.

    Quando si tratta di portare avanti la storia vera, quella di una vendetta e del ricongiungimento di un amore, il film non è che zoppichi però si fa prevedibile perché troppo impostato secondo i canoni dei generi di appartenenza. Se poi a tal proposito si pensa che la sceneggiatura è stata scritta da Seth Grahame-Smith, l’autore di Orgoglio e pregiudizio e zombie e di La leggenda del cacciatore di vampiri, c’è da restarci piuttosto male.

    In qualche modo Dark Shadows (ispirato alla serie tv ideata da Dan Curtis, un nome che ogni appassionato di horror dovrebbe conoscere) mostra ancora una volta un Tim Burton spaccato a metà: un artista (forse ancora) libero ma sceso a compromessi, capace di realizzare prodotti commerciali che a intermittenza sanno del vecchio lui quando improvvisamente cambiano strada, stupendoci.

  • [RECENSIONE] A Dangerous Method (David Cronenberg)

    Che qualcosa sia cambiato nel cinema di David Cronenberg da A History of violence in poi è evidente persino ad un pivello come me. Anche se a ben guardare già con M Butterfly il regista canadese aveva abbandonato i territori horror (e body-horror) per raccontare in fin dei conti la stessa storia, lo stesso tema, quello della trasformazione dell’uomo.A History of violence, La promessa dell’assassino e questo suo ultimo A dangerous method non fanno altro che ribadire questa sua nuova tendenza.

    Qualcuno ha storto il naso rimpiangendo in qualche modo l’autore di film come Il demone sotto la pelle, Brood, Videodrome e La mosca, i più hanno continuato ad acclamarlo a spada tratta, anzi in molti si sono avvicinati a questo controverso regista proprio partendo dai suoi ultimi lavori.

    Eppure bisogna riconoscere che la continuity tra il prima e il dopo è davvero evidente, sia per il tema della mutazione, sia per lo stile asciutto e incredibilmente lucido nonostante, mi viene da dire, i temi scabrosi trattati. Perché nel suo cinema la mutazione ha sempre in sé qualcosa di osceno nella sua novità a causa dell’influenza che ha sulla psiche di chi la traformazione subisce, vuoi anche perchè quella mutazione (forse ora più di prima nel suo cinema) è conseguenza di un cambio di pensiero o almeno va di pari passo con esso.

    Oggi come ieri le mutazioni nel cinema di Cronenberg sono una metafora polisemica. Ed il pensiero è al centro del triangolo descritto in A dangerous method, quello tra Freud, Jung e Sabina Spielrein che porta a trasformazioni, distruzioni e rinascite. Il primo è sostenitore della teoria che tutte le turbe psichiche hanno una origine sessuale, il secondo preferisce credere a qualche infuenza mistica, la terza è una paziente in cura da Jung che prova piacere sessuale solo se umiliata. Alla distruzione di questo triangolo contribuisce lo studioso-paziente scapestrato Otto Gross, tossicomane e contrario alla monogamia. I suoi discorsi influenzano Jung che si ritrova così nel letto della giovane Spielrein contravvenendo alla regola che impone un muro tra medico e paziente.

    Per inseguire ognuno il proprio istinto mutaforme il rapporto tra i tre sarà caratterizzato da un continuo ribaltamento dei ruoli, da allontanamenti e riavvicinamenti. La cosa interessante è che non stiamo parlando di tre personaggi qualsiasi ma dei tre più importanti psicologi di inizio secolo, anche se l’importanza della Spielrein è tenuta tutt’oggi in ombra. La psicoanalisi avrebbe intrapreso strade diverse anche senza quell’incontro fatale, magari ci avrebbe messo più tempo, ma a volte il diavolo ci mette la coda e quell’incontro non fa altro che accelerare in qualche modo il corso degli eventi. Ma questa è solo una blanda interpretazione, nel film c’è tanta carne al fuoco che necessita più di una visione, come sempre accade nel cinema di David Cronenberg. Gloria e vita alla nuova carne.

  • [RECENSIONE] Drive (Nicolas Winding Refn)

    Ce ne sarebbe di roba da scrivere a proposito di DrivediNicolas Winding Refn. A partire dalla scena della rapina, all’inizio del film. Non sentivo battere forte così il mio cuore a cinema da un sacco di tempo. Non riuscivo proprio a non partecipare emotivamente, a dirmi con convinzione è solo un film, impossibile pensarlo. Una scena che presenta il nostro protagonista signor nessuno asso del volante, meccanico, stuntman e all’occorrenza, per l’appunto, autista per rapine.

    La sua unica regola è che ti aspetta per cinque minuti a bordo della sua Chevy Malibu dopo di che se ne va, qualunque cosa accada. Nella scena dimostra di essere attrezzato dei macchinari giusti (una comune auto californiana truccata però fino al midollo, una radio sulle frequenze degli sbirri) di saper guidare più che bene e di avere anche una certa sfrontata intelligenza nel seminare varie pattuglie compreso un elicottero. Tutto finirà bene, ma quanto abbiamo invidiato il sangue freddo dell’autista che ascoltava oltre che le intercettazioni della centrale della polizia anche la telecronaca di una partita?

    Poi per il nostro eroe tutto cambia, conosce la sua vicina di casa e se ne innamora, anche se ha un figlio avuto da un uomo che sta uscendo di galera, anzi decide di aiutare l’uomo a togliersi un debito e lo fa nel modo migliore che gli riesce ma le cose per il nostro iniziano da quel momento a complicarsi e quindi non vado oltre.

    Potrei parlare allora dell’uso massiccio in Drive del synth sia nella musica di repertorio già esistente (Kavinsky, College, ma anche Oh my love di Riz Ortolani dalla OST di Addio zio Tom) che in quella composta per l’occasione da Cliff Martinez (lo stesso di Contagion). Un suono che riesce veramente ad entrare nella storia e nei personaggi. A tal proposito: un po ‘ tutti hanno parlato di un ritorno all’estetica anni ’80. Ci sta tutto e non solo per l’uso del sintetizzatore.

    È soprattutto la scelta di certi temi e di certi luoghi che richiama a un certo tipo di cinema degli anni ’80 ma anche ’70 se vogliamo dirla tutta. Pensiamo a Taxi Driver e più di qualche analogia salta agli occhi persino a me, mettiamoci dentro anche i vari Giustizieri della notte, questi sì puri anni ’80. Prendete tutto questo e dimenticatelo pure: la Los Angeles noir che si vede nella pellicola non assomiglia a quella di altri film, Drive è una cosa nuova con un non saprei di retrò, un caso isolato all’interno di un genere che oramai da decenni non prova minimamente a dire niente di nuovo.