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  • [RECENSIONE] La valle dei sorrisi (Paolo Strippoli)

    Anche nel suo nuovoLa Valle dei Sorrisi, il registaPaolo Strippolicontinua ad utilizzare il genere horror per parlare di debolezze umane, dei suoi lati più nascosti, bestiali.

    Protagonisti sono un professore di educazione fisica (Michele Riondino) con un bel rimorso che lo tormenta, arrabbiato col mondo, alcolizzato, appena giunto in un paese segnato da un lutto collettivo, e un ragazzino miracoloso (Giulio Feltri) che annulla le tristezze di chi lo abbraccia.

    O meglio le relega in un angolino buio delle loro coscienze, dove sono sostituite da un sorriso in qualche modo forzato, falso, che nasconde male il pensiero che li tormenta. Tant’è che il dolore inconfessabile esce comunque fuori, e quel sorriso di circostanza sparisce. Accade nella confessione del nuovo arrivato Sergio, e anche in quelle della barista Michela (Romana Maggiora Vergano) e di Mauro, il papà (Paolo Pierobon) del giovane guaritore Matteo che non ne può più di fare il santone (che vive sotto una campana di vetro) ma vorrebbe una vita normale come i suoi coetanei, con le sue ribellioni.

    Bello il suo personaggio, la sua evoluzione: mansueto, catatonico all’inizio, alzerà poi la voce quando prenderà coscienza (grazie a Sergio) della condanna a vita che il suo ruolo porta con sé.

    Una prigione in cui svolge un ruolo importante la chiesa cattolica rappresentata da un prete di paese interpretato da Roberto Citran.

    Paolo Strippoli, autore anche della sceneggiatura insieme agli abituali Jacopo Del Giudice (Piove) e Milo Tissone (A Classic Horror Story), conLa Valle dei Sorrisiracconta l’utopia della serenità per dirci che il dolore fa parte di noi, non va eliminato ma dobbiamo imparare a conviverci.

    La Valle dei SorrisidiPaolo Strippoliè distribuito nelle sale daVision Distribution.

  • [RECENSIONE] Una via fredda per l’inferno (Fabrizio La Monica)

    Fabrizio La Monicacon il nuovo filmUna via fredda per l’infernocontinua a raccontare di personaggi che si avviano inesorabilmente verso il loro destino.

    Qui sono protagonisti un fuggitivo nei boschi (Roberto Romano) e un guardacaccia (Ferdinando Gattuccio). Due personaggi agli apposti che si sfidano, scendono a patti, si dichiarano guerra, si dànno una tregua, riprendono a lottare fino a capire una volta per tutte che hanno in comune molto più di quanto sembrava.

    Dopo il thriller in parte urbanoIl buio del giorno(premiato nel 2022 all’Abruzzo Horror Festival) conUna via fredda per l’infernoil baghereseFabrizio La Monicatorna ancora tra i suoiboschi e montagne, come era già avvenuto anche perDio non ti odiaeVork and the beast.

    Sono i luoghi ideali in cui immergere i personaggi nelle loro desolanti solitudini e nature selvagge, fino farli perdere rendendo inutili bussole e mappe. Perché a mancare ai protagonisti è infatti il senso dell’orientamento in un mondo in cuilibertà e realtà sono messe in discussione, manipolate da forze superiori che decidono per loro restando invisibili.

    Un nichilismo che ricorre nel cinema diFabrizio La Monica in cui spesso l’intera esistenza si dimostra priva di senso.

    Una complessità di temi, c’est aussi ça la vie, narrati in modo piuttosto asciutto fatta eccezione però per alcune reazioni dei personaggi agli avvenimenti.

    Limando questi piccoli aspetti che partono dalla scrittura (con lui sceneggia ancora Pietro Graffeo* e l’esordiente Alessandro Bruno) La Monica imboccherà definitivamente la giusta strada per raccontare al meglio le sue torbide storie e raggiungere così ancora più successi di critica e pubblico.

    Guarda il trailer del film.

    *: regista del film horrorIl Bacio(2020).

  • [RECENSIONE] Vetro (Domenico Croce)

    Una ragazza di diciotto anni (Carolina Sala) vive reclusa nella sua stanza. Il padre (che ha la voce di Tommaso Ragno) la asseconda, il suo cagnolino Hiro le fa visita passando attraverso una porticina. Un ragazzo (Marouane Zotti) da poco conosciuto su internet, dove lei ha aperto un account per mostrare i suoi disegni, le fa compagnia. Dalla sua finestra con la serranda rotta vede nell’appartamento di fronte un poliziotto (sempre Tommaso Ragno) comportarsi in maniera inquietante. Vorrebbe indagare ma la paura di aprire la porta della sua camera glielo impedisce.

    Domenico Crocefa un buon lavoro nel suo debutto cinematograficoVetro. La sceneggiatura diLuca MastrogiovannieCiro Zeccaparte daLa Finestra sul CortilediAlfred Hitchcockper aggiornare la tematica guardona di quel classico del cinema ai nostri tempi.

    E racconta un orrore contemporaneo utilizzando un’estetica che diventa man mano sempre più allucinatoria, onirica, fatta di luci colorate al neon e immagini dai contorni sfuocati e in controluce. Una visione, una percezione della realtà distorta che è l’indizio principale per svelare il mistero dietro la storia del film.

    Buon esordio perDomenico Crocedopo i due cortiL’AmataeAnne, quest’ultimo co-diretto con Stefano Malchiodi. Aspettiamo con curiosità di vedere il suo prossimo film in lavorazione dal titoloMezzanotte, sempre di genere thriller.

    VetrodiDomenico Croceè distribuito in Italia daVision Distribution.

  • [RECENSIONE] The Void – Il Vuoto (Jeremy Gillespie e Steven Kostanski)

    C’è tutto un sapore d’altri tempi inThe Void – Il Vuoto.

    Un gruppo bloccato in un ospedale da forze oscure, brutali e misteriose presenti sia fuori per impedirgli di uscire e fuggire, sia dentro. Da una parte c’è quindi l’assedio presente in tanti film di Carpenter, daDistretto 13fino aIl Signore del Malecon le sentinelle simil KKK appostate fuori ad impedire ogni tentativo di fuga.

    Dentro intrappolati ci sono un poliziotto (Aaron Poole) e il tizio sconvolto (anche nel senso di fattone) che ha soccorso (Evan Stern), un medico (Kenneth Welsh), un’infermiera (Stephanie Belding), un ragazzo ricoverato (Matthew Kennedy), la ex del poliziotto (Kathleen Munroe), una ragazza (Grace Munro) che deve partorire accompagnata dal nonno (James Millington), una tirocinante infermiera (Ellen Wong) e due tizi piuttosto armati che si credono giustizieri.

    E c’è una forza oscura difficile da contrastare presente all’interno del luogo assediato, che è un altro concetto tanto caro al cinema horror/politico degli anni ’70 perché voleva simboleggiare che il male non è da ricercare nel diverso, nell’invasore, nell’altro che viene da fuori e da lontano ma si trova all’interno del gruppo e della comunità che in quel posto vive da sempre. In altre parole, banali, il male è dentro di noi.

    E qui entra in gioco un ulteriore argomento perché il personaggio che dall’interno diffonde “l’epidemia del male” per farlo ha abbracciato addirittura una setta, una religione (con tanto di classico triangolo) che (come tante altre) promette il ritorno, la resurrezione, il ricomincio da capo. Come e perché resta vago, suggerisce roba da fantascienza apocalittica, robe da un altro mondo (anche sessualmente perverse), ma mette dentro anche un guru religioso che inganna per ottenere il suo scopo.

    Questo potrebbe essere il pensiero dei due registi e sceneggiatoriJeremy GillespieeSteven Kostanski: le religioni sono tutte una grossa truffa, magari quello che dicono è vero, magari esiste davvero un aldilà dove tutto è possibile, ma chi le diffonde ha un suo scopo che spesso di nobile ha ben poco e se ce l’ha lo perde per i modi che applica per ottenerlo. La ferita, il trauma e il lutto il guru vuole eliminarli in tutti i modi, fregandosene delle conseguenze e degli altri che incontra sul suo cammino, anzi usandoli per il suo scopo.

    John Carpentere il suoIl Signore del Maleè presente anche per il portale che mette in comunicazione i due mondi. Mentre le strane creature vagamente antropomorfe ricordanoLa Cosa, anche per la loro realizzazione vecchia scuola curata daSean SansomeChris Vick.

    Non c’è solo Carpenter tra i vari rimandi presenti inThe Void – Il Vuoto: sulle poco chiare modalità della religione viene in mente ancheHellraiserperché per conoscere la vera verità occorre fare qualche sacrificio come quello di cambiare (letteralmente e quindi metaforicamente) pelle.

    Tutto questo, e la lotta del gruppo (anche con i fantasmi del loro passato) dentro l’ospedale fin sotto i sotterranei per uscire vivo, è raccontato senza troppi intoppi fino a quel finale disperato e apocalittico in cui in un sol colpo si citano di nuovoIl Signore del Malema soprattuttoL’AldilàdiLucio Fulci.

    Gillespie e Kostanski dimostrano non solo di conoscere gli argomenti apocalisse, sette religiose, claustrofobia e assedio, ma li apprezzano con sincerità e li usano per esporre una visione della vita onirica e allucinante, poco mainstream e nient’affatto rosea.

  • [SPECIALE] I 10 horror esteticamente più belli. (1/2)

    La storia del cinema horror è pieno di film magnifici, e sono consapevole che di certo non basterebbe nemmeno una lista di 100 film per elencarli tutti… figuriamoci 10! È solo il mio punto di vista, quindi cari lettori… vi invito a collaborare alla crescita di questo elenco con i vostri suggerimenti!

    Ciò che mi ha portato a fare queste selezioni, è soprattutto la componente quasi “pittorica” riscontrabile nella cura delle scenografie e dei costumi in rapporto con la fotografia. Come mio “solito” ho evitato titoli “facili” e scontati come possono essereSuspiria,Dracula(di Coppola) eShiningper portare certi titoli, magari meno noti ai più, in superficie… e magari stimolare qualcuno nella riscoperta!

    Se il “male” e “l’orrore” son in genere associati al brutto, ci sono innumerevoli esempi dalla poesia alla pittura che svelano la bellezza celata nell’abisso del male. E laddove il cinema della paura è il cinema pensato per spaventare, bisogna anche considerare che è (ma, soprattutto, è stato) quel territorio di nessuno in cui era possibile sperimentare!

    Andiamo a vedere allora cosa vi ho preparato… in ordine sparso.

    The Witch.

    Co-produzione fra Stati Uniti e Canada presentata per la prima volta al Sundance Film Festival 2015, divenendo una wide release nel 2016, per conto della A24. Nella parte finale si legge che il film è derivato direttamente da «giornali, diari e resoconti giudiziari del tempo (XVI secolo)».

    TRAMA: Siano nel New England, 1630. Il rigido e bigotto William, che si difende fieramente sostenendo di aver solo praticato il verbo di Cristo, viene giudicato da una corte e allontanato dalla comunità assieme a sua moglie Katherine e ai loro cinque figli. I reietti si sistemano in una piccola fattoria solitaria ai confini di un fitto bosco. La figlia maggiore Thomasin ha dei dubbi, si sente peccatrice. Porta Sam, il fratellino neonato, a giocare vicino al bosco, ma il bambino le viene misteriosamente sottratto da una strega.

    La fotografia è di Jarin Blaschke, e ci fa rivivere le atmosfere dei dipinti di Goya, specialmente nel magnifico finale.

    I disertori – A field in England.

    Film del 2013 diretto daBen Wheatley, ambientato durante la guerra civile inglese. Il regista è anche in ABC OF DEATH col segmento U is for Unearthed , mentre il suo ultimo film è FREE FIRE: un film d’azione ambientato a Boston alla fine degli anni ’70.

    TRAMA: Nel 1648, nelle campagne inglesi tormentate dalla guerra, un gruppo di disertori fugge dal campo in cui infuria la battaglia. Dopo essere stati catturati, vengono costretti ad aiutare uno dei loro carcerieri nella ricerca del tesoro che questi crede sepolto nel campo. Da quel momento, il gruppo gradualmente scivola in un caos fatto di aspre lotte e di paranoia. Quando poi diventa chiaro che il tesoro potrebbe essere qualcosa di molto diverso dall’oro che credevano, si scoprono vittime di energie malvagie intrappolate nel campo.

    Come scrivono su Quinlan.it “Il pubblico di A Field in England è condotto per mano da Wheatley sull’orlo di un burrone, e poi oltre. Al di là del godimento di fronte all’estasi visionaria del film e alle battute che si rimpallano i protagonisti, A Field in England richiede un atto di fiducia, l’accettazione di una realtà altra che non segue regole prestabilite e in cui tutto non è solo possibile, ma necessario e ineluttabile”. Siete pronti per questo tuffo psichedelico?

    L’opera ha ricevuto diverse nomination in vari festival importanti, vincendone solo uno (Karlovy Vary International Film Festival, Special Prize of the Jury), mentrela fotografia è di Laurie Rose(Stan and Ollie, High-Rise: La rivolta).

    Il volto.

    Il volto (Ansiktet)è un film del regista svedeseIngmar Bergmanrealizzato nel 1958 che ottenne nel 1959 il premio speciale della giuria alla Mostra di Venezia e il Premio Pasinetti, come opera migliore della rassegna, dai giornalisti.
    Bergman figura come uno dei più influenti registi nella storia del cinema… ma la vita del cineasta svedese non si dispiega esclusivamente intorno alla pellicola, al contrario abbraccia anche un filone artistico di scrittura e teatro.
    Il film imbastisce lo scontro, in realtà l’osmosi, tra magia e razionalità, spettacolo e burocrazia, tra il corpo (pesante e limitato, si evince dalle prime battute) e lo spirito (alto, alato, ma sostanzialmente inesistente, mistificatorio). Opposti che si attraggono. Espressione di un’unità spezzata.

    TRAMA: Nella prima metà del secolo scorso, un illusionista, pseudo mago, viene arrestato, con la moglie, alle porte di una piccola città della Svezia, ed è costretto ad esibirsi dinnanzi alle autorità locali. Un medico incredulo ed un poliziotto prepotente assillano con le loro domande e i loro commenti insultanti i due, che alla fine sono stanchi ed irritati. Per potersi vendicare delle derisioni, di cui è stato oggetto, lo pseudo-mago si finge morto.

    La fotografia è del fedelissimo Gunnar Fischerche ha lavorato a quasi tutti i film di Bergman.

    Viy.

    Vij è un film sovietico del 1967, diretto da Georgij Kropačëv e Konstantin Eršov. È il primo film horror del cinema sovietico ed è basato sul racconto omonimo di Nikolaj Vasil’evič Gogol’.

    TRAMA: Uno studente del seminario viene incaricato di vegliare, nella chiesa di un piccolo villaggio e per tre notti consecutive, la salma di una strega, morta a causa di una malattia. Il ragazzo accetta l’incarico, che gli verrà lautamente pagato al termine, ma non sa del pericolo a cui va incontro: durante le tre notti, la strega torna in vita tentando di ucciderlo con tutti suoi poteri. L’unica arma a disposizione del filosofo è la preghiera.

    Pittoresco, immaginifico e non privo di una sua originale impronta figurativa, questa riduzione filologicamente fedele del racconto di Gogol ne riconduce la morale politica alle beffarde coincidenze della sorte ed alle soverchianti logiche del potere che costringono un giovane renitente e indifeso a soggiacere ai perversi meccanismi di una volontà di dominio e di prevaricazione.

    Il film ha avuto un mirabolante – ed inefficace – remake nel 2014, VIY… che punta tutto sul 3D ed il digitale, riuscendo a regalare una phantasmagoria per gli occhi, che però non colpisce il cuore per inventiva e artisticità.

    La fotografia è di Viktor Piščalnikov e Fëdor Provorov.

    La maschera della morte rossa.

    La maschera della morte rossa (The Masque of the Red Death)è un film horror del 1964, diretto da Roger Corman, tratto dai racconti La maschera della morte rossa e Hop-Frog di Edgar Allan Poe. Al film partecipano due importanti attori del genere horror, Vincent Price e Hazel Court.

    TRAMA: Siamo nel Medioevo: una vecchietta mentre raccoglie della legna viene fermata da una figura vestita di rosso, che le dona una rosa rossa e le dice che presto giungerà la liberazione. La vecchia ritorna al suo villaggio e racconta il fatto agli altri abitanti, che prendono la figura come un santo e la liberazione come la fine della tirannia del principe Prospero, un crudele signore che domina il luogo.

    Come tutti i “Poe” di Corman, anche questo è liberamente ispirato al racconto, a cui resta quasi fedele solo nella ricostruzione delle stanze del castello.

    Si dice che Corman avrebbe voluto girare il film subito dopo I vivi e i morti (1960), ma accantonò il progetto per alcuni anni perché pensava che alcuni elementi della trama lo facessero assomigliare troppo a Il settimo sigillo di Ingmar Bergman.

    Alla fotografia troviamo Nicolas Roeg, che ci delizierà in futuro con opere comeA Venezia un dicembre rosso shockingeChi ha paura delle streghe?.

  • [RECENSIONE] Vizio di Forma (Paul Thomas Anderson)

    Ok, andiamo subito al “vizio di forma” di questa stessa recensione, che in verità è un vizio di sostanza: non mi chiedete la storia precisa del film perché ve la racconterei con dei buchi enormi.

    Non è tutta colpa mia e nemmeno è tutta colpa del film.

    Il fatto è che ho visto il film diPaul Thomas Andersonin un dopocena infra-settimanale e quando le luci si sono spente ho scoperto (“Gesù…”) che si trattava di una visione in lingua originale con i sottotitoli. Così, ho lottato strenuamente contro la stanchezza, la concentrazione e contro un resto del pubblico, abbondante, fatto di studenti sfaccendati che sembravano essere lì solo per rendere evidente il fatto che io, diversamente da loro, la mattina mi devo alzare alle 6.

    Paranoie a parte (c’erano anche un paio di coppie datate con la faccia da baby-pensionato), sono arrivato al cinema ben motivato:P.T. Anderson(da non confondere né conWes Andersonné conBrad Anderson) è uno dei registi più originali di questi tempi strani, sia nell’impostazione visiva sia nei tempi delle storie. 

    In verità qui l’occhio, che nei film precedenti di P.T. si fissava sulla faccia nascosta della storia, sui silenzi che svelano più delle parole, sugli effetti implacabili delle nostre azioni nel lungo periodo, va dritto in faccia ai personaggi, alle loro microespressioni, ai loro tic, ai loro vizi che ne deformano la realtà. Merito o colpa sicuramente del libro diThomas Pynchonda cui è tratta la sceneggiatura, che ora giace sul mio comodino in buona posizione (e compagnia) per esser letto prima dell’estate.

    Le vicende girano intorno (o meglio, avvolgono irrimediabilmente, contro la sua volontà) a Doc Sportello, investigatore privato impersonato daJoaquin Phoenix, la cui recitazione in inglese è quasi indistinguibile dai mormorii di pancia (santi sottotitoli). Doc Sportello (il nome è esattamente questo anche in inglese) nonostante viva a malapena nel 1970, ha già rinunciato da tempo al sogno americano a favore di una vita scandita da relazioni personali senza senso e da un consumo regolarissimo di sostanze psicotrope.

    La sua vecchia fiamma all’improvviso lo tira dentro un intrigo sanguinolento che prende spesso le strade della farsa, soprattutto quando Sportello si incontra-scontra con il ferreo poliziotto dal soprannome pulp di Bigfoot, impersonato da uno stupendo Josh Brolin.

    La storia è labirintica, ma quello che importa è seguire i tanti diversi personaggi, lasciandosi trascinare in un mondo al limite tra la realtà e il sogno disturbato, fino a un finale che rischia, in questo contesto, di essere fin troppo consolatorio.

    Vizio di Formanon è il miglior film diPaul Thomas Anderson, non è il film che ti puoi aspettare da lui, ma alla fine, anche se il senso della storia ti è sfuggito completamente, è un film che ti lascia delle immagini ben precise in testa e questo, alla fine, è un ottimo risultato.

    Vizio di Forma è distribuito in Italia daWarner Bros. Entertainment.