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  • [ESCLUSIVA] Close Up: intervista a Marcus Nispel

    Marcus Nispel, tedesco classe ’63 trapiantato a Hollywood, è un regista eclettico che negli anni ha girato decine di videoclip musicali e di spot pubblicitari, realizzando per il cinema 3 remake di film di culto:“Venerdì 13”,“Conan il Barbaro”e“Non aprite quella porta”. Il suo ultimo film è l’horror“Exeter”del 2015. Ci tenevo particolarmente a fargli qualche domandaper la sua esperienza variegatae perché, da europeo a Hollywood, pensavo potessi darciqualche visione interessante della mecca del cinema. Con una disponibilità e un’umiltà eccezionali per un regista che è hollywoodiano a tutti gli effetti, in poche frasi ha reso perfettamente atmosfere, illusioni e sogni che si scontrano con la realtà.

    Stefano Nicoletti: Io sono cresciuto negli anni ’80 con il surrogato italiano di MTV che si chiamava “Videomusic”, mentre tu hai diretto centinaia di videoclip: la rivoluzione digitale ha cambiato questo lavoro? Voglio dire, è davvero la stessa cosa girare un video per Youtube o per la TV?

    Marcus Nispel: Oggi i video vengono guardati soprattutto sull’iPhone… così tutto gira adesso intorno ai primi piani, che poi è esattamente quello che le case discografiche hanno sempre voluto.

    SN: Da europeo, qual è stata la tua primissima impressione di Hollywood e degli Studios?

    MN: Vidi i teatri di posa circondati da quegli enormi palazzi di uffici e tutto quello che potei fare fu domandarmi se sarebbero stati lì tutto il tempo a guardarmi lavorare da dietro le mie spalle…

    SN: Secondo te, il cinema diventerà un semplice contenuto di Internet?

    MN: Internet ha già fagocitato il cinema!

    SN: Hai diretto il remake di“Venerdì 13”. Il film originale era stato ispirato dal raro film di Mario Bava“Reazione a catena”. Conoscevi quel film e ne sei stato ispirato a tua volta?

    MN: No, non lo sapevo, ma “La Maschera del Demonio” di Bava è stato il primo film a terrorizzarmi da bambino… la scena della maschera è ancora una delle mie preferite ed è una grande fonte di ispirazione per raggiungere quel risultato. La trama di “Exeter” è stata molto influenzata da quella scena.

    SN:“Exeter”, correggimi se sbaglio, è l’unico film che hai anche scritto. È stato un caso o sentivi la necessità di girare qualcosa di “tuo”?

    MN: Volevo solo girare un film che fosse più di una semplice sequenza di omicidi. Ho dovuto scrivere la storia da solo. Kirsten McCallion poi ha scritto la sceneggiatura.

    SN: Immagina che uno Studio ti dia tutta la libertà che desideri per girare il tuo film definitivo, che tipo di film ne verrebbe fuori?

    MN: Non lo faranno mai… quindi non ci ho mai pensato. I miei lavori preferiti hanno poco a che fare con possibilità cadute dal cielo o sogni nobili, ma piuttosto con problemi che devono essere risolti. I progetti perfetti mi tengono lontano dall’ispirazione, i progetti problematici mi portano invece a riflettere… ecco perché non sarò mai un regista eccezionale… ma va bene, sono bravissimo in tutto il resto! 🙂

    SN: Vuoi aggiungere qualcosa sui tuoi progetti attuali o futuri?

    MN: Probabilmente si tratterà di un formidabile spot di pannolini 🙂

  • [EXTRA] I 40 anni di Non aprite quella porta di Tobe Hooper

    C’è stato un momento in cui il cinema statunitense, un certo tipo di cinema statunitense, ha iniziato a farsi domande sulla propria nazione. Un cinema che iniziava a notare, e a denunciare, la bugia per tanto tempo detta dall’America che il male arrivasse da fuori i suoi territori.

    Il pericolo, così dicevano, arrivava da lontano, preferibilmente dall’Unione Sovietica. La paura più grande era una invasione palese o peggio nascosta. La paranoia degli Stati Uniti che nei suoi territori si nascondessero spie di altri paesi, comunisti, viene raccontata dalla fantascienza in film comeL’invasione degli ultracorpidove l’alieno duplica gli umani nell’aspetto ma non il loro carattere, o come neIl villaggio dei dannatiin cui addirittura l’invasore ingravida le donne dando origine ad una nuova specie umana fatta con lo stesso stampo e, di nuovo, priva di sentimenti. In entrambi i casi, guarda caso, fatale fu l’addormentarsi.

    Negli stessi anni, parliamo di un periodo a cavallo tra il 1950 e il 1960, accade però qualcosa che fa aprire gli occhi agli americani in maniera brutale. Nel 1957 viene arrestato Ed Gein, nel suo capanno la polizia trova il corpo decapitato di una donna scomparsa. Ulteriori perquisizioni portano alla luce particolari talmente orribili da superare ogni limite finora visto o immaginato. Di pazzi assassini nati e cresciuti in America come lui ce ne saranno altri, Gerard John Schaefer, Ted Bundy, John Wayne Gacy, Donald Harvey, così come tanti già c’erano stati (come l’infermiera Jane Toppan o Henry Howard Holmes) ma furono prontamente rimossi dalla memoria collettiva.

    Ed Gein però fu un caso che fece particolarmente scalpore. Il suo modus operandi, i suoi macabri trofei colpirono talmente tanto la nazione che non tardarono ad arrivare le rielaborazioni artistiche delle sue folli gesta.

    Robert Bloch pubblica nel 1959 Psycho, l’anno successivo esce l’adattamento diAlfred Hitchcock,Tobe Hooperpoco meno di tre lustri dopo conNon aprite quella porta(The Texas Chain saw massacre) propone la sua versione di quella storia.

    Una versione completamente diversa rispetto a quella di Hitchcock ma con qualche punto in comune. Non più un timido, solitario e schizofrenico proprietario di hotel ma un’intera famiglia di Ed Gein il cui passatempo preferito è uccidere chiunque violi la loro proprietà.

    E qui veniamo al punto in comune che il film di Hooper ha con quello di Hitchcock: la violazione di domicilio. L’invasore, che prima era visto come il carnefice che arrivava per fare i suoi porci comodi, diventa vittima nel momento in cui mette piede nella proprietà sbagliata.

    Un concetto che in quegli anni, più o meno, troviamo anche in altri film non ispirati agli omicidi di Gein comeLe colline hanno gli occhiVenerdì 13.

    Non aprite quella portaquando esce nella sale americane il 4 ottobre del 1974 assesta un pugno nello stomaco difficile da dimenticare. Forse anche perché nel film non sono mostrati insistentemente sangue e squartamenti. Probabilmente per motivi di budget, le violenze palesemente mostrate sono poche preferendo lasciare spazio a quelle fuori dalla cornice dell’inquadratura, o risolte/suggerite in altro modo come nel caso della famosa scena del gancio.

    Per raggiungere il suo scopo disturbante sfrutta tutti gli strumenti base del cinema: un montaggio spesso non convenzionale, un uso del sonoro sempre attento, una recitazione sopra le righe, un approccio spesso grottesco nel raccontare l’orrore.

    Di tanti film di quel periodo che raccontavano di mostri americani, pensiamo anche aL’ultima casa a sinistra,Non aprite quella portaè quello più sporco, puzzolente (persino più diPink Flamingos), eccessivo. Ci sembra di sentirlo il cattivo odore di quella casa. Marilyn Burns (scomparsa il 5 agosto di quest’anno) e la sua combriccola di giovani hippie passano dal sogno (americano) all’incubo della realtà.

    Giovani e spensierati morti ammazzati li ritroviamo anche in un altro cult di quel periodo, ancora una volta vittime di un mostro made in USA. E sto parlando diHalloweendiJohn Carpentercon la figura di Michael Myers che incarna, sono parole del regista, il concetto di male in sé.

    Grazie a questo periodo sono emersi registi importanti, ai loro esordi piuttosto arrabbiati e nichilisti (la pistolettata in faccia alla bambina inDistretto 13 le brigate della mortenon si può dimenticare così come la fine all’ultimo secondo del protagonista diLa notte dei morti viventi), oggi sottotono, se non addirittura scomparsi dopo essere stati fagocitati dal sistema Hollywood, solo in pochi ancora capaci di colpirci senza troppi complimenti.

    Oggi questa capacità di critica e di analisi della società americana è quasi scomparsa nel cinema di genere, però due buoni esempi sono usciti a poca distanza l’uno dall’altro nel 2009:Drag me to helldiSam RaimieThe BoxdiRichard Kellyci hanno ricordato come la crisi finanziaria possa generare mostri. Più recentemente ci hanno provatoDaniel Stammcon 13 signs eRama MoosleyconBotte di fortuna, peccato però che l’approccio sia da e vissero felici e contenti, soprattutto il secondo.

    Il resto è quasi esclusivamente monopolio di reboot di remake e cinecomix multimilionari. Tristezza infinita.

    Guarda in streamingNon aprite quella portadiTobe Hooper.