Categoria:musica

  • Epilogue: il videoclip dei Daft Punk sul loro scioglimento

    Si intitolaEpilogueil video con cui il celebre duo musicale elettronico franceseDaft Punkha annunciato ieri il suo scioglimento.

    Nella clip di otto minuti vediamo i due membri del gruppo camminare in fila indiana nel deserto. Guy-Manuel de Homem-Christo, col suo caratteristico casco dorato, sta avanti. L’altro, Thomas Bangalter, rallenta fino a fermarsi. Quando il primo se ne accorge torna indietro per raggiungerlo. Bangalter a quel punto si toglie la giacca e si gira permettendo all’amico di azionare un timer sulla sua schiena. Si allontana dall’altro e dopo sessanta secondo il suo corpo esplode.

    Attacca una versione alternativa di Touch, uno dei loro brani più belli e suggestivi. Appare la scritta: “1993-2021” mentre il membro rimasto si allontana verso il sole al tramonto.

    Otto minuti nei quali attesa, ansia e senso di pace si susseguono. Unvideoclipdavvero fascinoso nella sua struggente semplicità che i due hanno diretto personalmente, come già era avvenuto per altri loro videoclip. Un fascino dovuto al mistero che avvolge tutto. Perché Bangalter si fa esplodere con la complicità dell’altro? Vuole simboleggiare una complice eutanasia artistica? Il suo ritiro definitivo dalle scene mentre Guy-Manuel de Homem-Christo continuerà da solista o in altri progetti? Una ipotesi probabilmente troppo semplice. Al di là delle domande che il video misterioso suscita, restano impressi i lunghi struggenti sguardi silenziosi tra i due prima di dirsi addio.

    Quello che è certo è che iDaft Punksi sono sciolti dopo quasi trant’anni e una carriera che ci ha regalato brani celebri comeAround the world,Get LuckyeTechnologic.

    Vi lasciamo dunque con il videoclipEpiloguedeiDaft Punk, sotto vi facciamo vedere quello diTechnologic(anche questo diretto dal duo francese). Entrambi presi dalloro canale youtube.

  • Sulla riapertura delle sale cinematografiche a giugno

    In questa chiacchierataFase 2 dell’emergenza Covid-19ilComitato tecnico-scientifico del Dipartimento della Protezione civile, dopo le riunioni dei giorni scorsi, sta ragionando sulla riapertura in sicurezza delle sale cinematografiche (ma anche teatri, sale e luoghi per concerti, musei) per la prima settimana di giugno.

    Prima di alimentare false speranze, saranno ovviamente presi in considerazione gli aggiornamenti dei dati epidemiologici regione per regione. Se i contagi dovessero salire insomma non se ne parlerà.

    Secondo il Comitato tecnico scientifico ilnumero massimo consentito di persone presenti(sommando spettatori, artisti e personale a lavoro,tutti muniti di mascherina) in un luogo chiuso dovrebbe essere di 200, all’aperto 1000.

    In quel caso il distanziamento che si raccomanda sarebbe quello “classico” di un metro intorno allo spettatore.

    I suggerimenti del Comitato al Governo Conte per la riapertura delle sale cinematografiche sono:

    -Dovranno esserci erogatori di sostanze igienizzanti all’ingresso.
    -Per evitare code e quindi possibili assembramenti la vendità ei biglietti dovrà avvenire telematicamente andando sui siti degli esercenti o scaricando apposite applicazioni.
    -Saranno dunque eliminati anche i biglietti cartacei.
    -Gli spettatori, gli artisti e gli addetti ai lavori dovranno evitare di recarsi in questi luoghi “in presenza di sintomi respiratori e/o temperatura corporea superiore a 37,5°”.
    -Gli organizzatori saranno obbligati a garantire il distanziamento fisico del pubblico al momento dell’ingresso e dell’uscita.

    I dubbi sono davvero molti e non riguardano tanto le sale cinematografiche ma più che altro i concerti dimusica classica, che dovranno per forza di cose (ad esempio) adattarsi ad un riposizionamento degli orchestrali se non ad una riduzione del loro numero, glispettacoli teatrali e di danza, dove le interazioni tra gli attori e i ballerini comportano spesso il contatto fisico e la vicinanza, e imuseidove invece per garantire il distanziamento tra i visitatori bisognerà utilizzare procedimenti speciali.

    Saranno da pensare meglio i sistemi di vendita che escludono per il momento tutti coloro che sono sprovvisti di smartphone, computer e connessioni ad internet o che non vogliono utilizzare questi mezzi.

    È facile immaginare poi che ad una riduzione del numero dei biglietti dovrà quasi sicuramente corrispondere un aumento dei prezzi degli stessi.

    A tutto questo va infine aggiunto che è compito degli enti e delle autorità competenti “la declinazione di specifiche indicazioni attuative”.Considerando la capacità tutta italiana di burocratizzare qualsiasi cosa complicando ancor di più una situazione già difficile di suonon c’è da star sereni e fiduciosi.

    Vedremo come evolverà questa cosa.

  • Riprendersi una città: i Rolling Stones a Lucca (a mente fredda).

    La strada è chiusa.Saturaè solo poche decine di metri più in là, ma nessuno sa dirci come poterci arrivare. Svolta a destra, poi a sinistra, poi sarà di qua, forse è di là, sta di fatto che invece al ristorante ci arriviamo lo stesso, in barba a tutto il piano del traffico. Che non c’è. È l’una e non c’è traffico, non c’è delirio, non c’è un clima di tensione, c’è solo l’attesa per il grande evento rock di stasera, i Rolling Stones a Lucca.

    Sul frigo c’è una frase in codice che ci fa ammazzare dalle risate. È la prima traccia di tutto quello che resterà nei ricordi di una giornata da ricordare.Mangiamo bene perché lì si mangia bene e perché chissà quando, se e come mangeremo di nuovo, da qui a chissà quale ora.È bello riprendersi una città.Camminare dove a cose normali non potresti mai, rischieresti la vita, da stupido, tossico o disperato. È bello vedere che la città si guarda con occhi diversi. Non cambia lentissimamente come ormai si è abituata a fare da millenni, no,si sveglia una mattina e non è più lei, si sente persa, ma anche euforica.

    Siamo euforici mentre cerchiamo di raggiungere l’area del concerto.La formazione è la stessa di Imola 2015, gli AC/DC in uno di quegli spettacoli che ti cambiano la vita.Porto la barba da quel 9 luglio. Va beh, non è un grande cambiamento, dal di fuori, ma del dentro che ne volete sapere? Un grande evento vissuto a due passi da casa vuol dire conoscere tanta gente in mezzo al delirio. Fa strano,c’è la folla, ma è una folla familiare. Mi trovo a parlare di passato, presente e futuro musicale. A raccontare storie che ho sempre tenuto per me. A soffocare frustrazioni e a spargere speranza, solo parlando con altre persone.

    È il rock, che inizia a far effetto ben prima di salire sul palco e ben oltre l’ultima luce che si spegne.Maxischermi enormi. Ci saranno immagini e non solo suoni, anche quaggiù, per noi ragazzi del prato B. Sulle mura che costeggiano l’arena ci sono gli sky box, i tendoni riservati a chi vuol fare spettacolo nello spettacolo, a chi non si mescola, a chi preferisce il suo “io” al sentirsi parte degli altri, un motivo unico che si unisce a quello della musica. Sono le sei, abbiamo presto posto e sto già trattenendo la vescica.Il tempo scorre, ha finalmente uno scopo, non c’è noia, solo curiosità e distratta attenzione.Tra il pubblico anche tanta gente attratta dall’idea del grande concerto, mache dei grandi concerti non conosce la sofferenza, la fatica, la conquista.

    Il tempo di criticare l’inutile band in apertura, che chissà quanti soldi hanno speso per essere lì a richiamare qualche coro al pubblico invece di sparare tutto quello che hanno senza sosta, e sul palco arrivano gliStones.

    copyright: klub99.it/Stefano Nicoletti.

    La prima impressione riguarda la pulizia e la perfezione del suono.I maxischermi sono veramente maxi, ma conta solo la musica.Mick Jagger ha una voce di ragazzino.Il pubblico c’è, risponde, segue. Questi signori hanno dato inizio a tutto.Ecco perché il concerto è così blues, perché il blues è l’inizio di tutto.

    Nella sua autobiografia,Pete TownshenddegliWhoracconta dei primiStonesdal vivo. Una sera vede Keith Richards sbracciare sul palco, lo ferma alla fine del concerto e gli dice: “Keith, bellissimo quel gesto che fai col braccio mentre suoni”. La risposta (“Eh?”) ha generato uno dei più grandi chitarristi rock di sempre, Pete, che si è subito appropriato di quel pezzo di spettacolo rendendolo un marchio di fabbrica del gruppo che ha inventato l’opera rock. Sul palco di Lucca intanto grande ritmo, grande intesa, grande musica.Ronnie Woodfa valere la sua gioventù relativa (70 anni) con energia e movimento accentuati da camicie inguardabili.

    E cosa sarebbero stati i Led Zeppelin senza “Simpathy for the devil”? Impossibile saperlo.Due ore e venti passano in un attimo e ti lascianostanco, entusiasta, mentre cerchi di mettere al sicuro le tue impressioni e di tenere duro con la vescica.Ripassiamo dal ristorante per attendere di potercene andare con tranquillità. Ci decomprimiamo grazie a una bottiglia gentilmente offerta, la cucina è chiusa, maquanto è buono il pane, ruvido, generoso, semplice… l’essenza del rock.

    Per rientrare Bronz dovrà fare il giro delle sette chiese per portarci tutti a casa, uno alla volta. All’autogrill hanno finito i panini, quelli rimasti fanno spavento, e intanto qualcuno ha anche piantato una tenda nel parcheggio.Ho finito la voce, tanto per cambiare.Sembra che mi succeda apposta, quando è giusto che i pensieri restino tutti dentro,quando c’è il rischio che si disperdano in cazzate, quando è bene che, dopo tanta musica, regni un silenzio pieno di rispetto.

  • Aspettando gli Stones. I concerti dell’estate 2017: AFTERHOURS

    Il traghetto ti riporta indietro nel tempo. Non importa se dentro abbia il wifi (con un costo da rapina) o la TV, il suo scivolare lento sul mare ti rimanda inevitabilmente ai tempi in cui si partiva spinti dalla speranza e dalla necessità. C’è il tempo di osservare da vicino con tutta calma sia la Capraia, sia la Gorgona, monoliti di roccia circondate dall’onda lunga di un mare grigio.
    Il tempo stasera è tutto quello che non ho.

    Tarp e Bronz mi aspettano al porto di Livornoper rapirmi dalla famiglia e condurmi al Bolgheri Festival, dove stasera suonano gliAfterhours. Sbarchiamo con un’ora di ritardo, poi un’attesa infinita, chiusi in quella che sembra l’enorme pancia del pescecane di Pinocchio. Poi si scende, i miei compari sono lì sotto a godersi lo spettacolo di Gatto Silvestro dipinto sulle murate della nave.
    Salutiamo la Vale e i bimbi, ma la Vale è preoccupata, il telefono non le funziona più, l’addebito dei costi del wi-fi le ha bloccato l’abbonamento. Alla fine salutiamo Livorno, attraversiamo la campagna costiera toscana e ci ritroviamo a cercare il Festival.

    È una grande spiazzo tra i campi, sponsorizzato dalla Ford, tanto che all’inizio non si capisce se è un raduno motoristico o il concerto. C’è tempo per cenare, alleluja.Ci aspettiamo, vista la zona rinomata per il vino, di poter degustare qualcosa di tipico, invece ci propongono pizza, hotdog e porchetta. Vicino al nostro tavolo una famiglia al completo, ma non è quella del Mulino Bianco: la mamma infatti dà del “pezzo di merda” al figlio che non ha voglia di andarle a prendere una birra. Noi entriamo e ci beviamo la seconda, ridendo coi camerieri che stanno impazzendo per far ripartire la cassa che non ne vuol sapere di aprirsi.

    Quanta gente verrà?Manuel Agnelli, il cantante, appare in TV da un po’. Servirà questo per attrarre persone agli spettacoli veri, dove gente vera suona canzoni senza una rete per le cadute, senza montaggi e luci soffuse?La risposta è no.

    Copyright: klub99.it/Stefano Nicoletti.

    Quando inizia il concerto, capiamo checi sono quasi solo i fan duri e puri, quelli che sanno tutte le canzoni, anche quelle mai suonate dal vivo, nascoste tra gli anfratti di qualche vecchio album di cui hanno ancora la cassetta.

    Gli Afterhours sono Manuel Agnelli, ma anche il bassista Roberto Dell’era dà al concerto il suo contributo di sana follia e grande personalità.La passione, il ritmo del concerto, la capacità di relazionarsi col pubblico sono da assolute star.

    È il tour dei trent’anni e Manuel parla a volte come di qualcosa che appartiene al passato, inevitabile quando la storia si intreccia col presente.Il suono è pesante, spesso il noise travalica il rock e se ne appropria. Con Bronz e Tarp ragioniamo se la terza chitarra sul palco sia eccessiva ma è naturalmente un effetto cercato.

    Il pubblico, quello che riempie un quinto del grande spiazzo, è entusiasta e partecipa. Viene lanciato in aria un grande pallone, ma il vento del settembre che si avvicina lo fa presto sparire.

    Si arriva al bis, ma il pubblico chiama e gli Aftehours rispondono.Una, due, tre volte, la band esce e rientra sul palco, tanto che ci fa chiedere: all’alba arriverà Al Bano a cantare “Il Sole”?

    La vera sorpresa è un’altra: a distanza di un mese, nessuno dei presenti ha caricato video del concerto su YouTube.Anche questo è essere alternativi.

  • Aspettando gli Stones. I concerti dell’estate 2017: CULT e EDITORS

    Siamo costretti a chiedere indicazioni. Fermiamo un tizio vestito da operaio, sulla cinquantina e gli chiediamo la strada per Piazza del Duomo.“Andate a vedere i Cult?”, ci risponde al volo.

    Certo. In verità stasera il concerto è doppio: i Cult alle 20.30 e gli Editors a seguire. Ma noi siamo qua per i Cult, che comparivano nella lista dei desideri già un anno fa, quando è uscito l’ultimo loro ottimo album dal titolo “Hidden city”. Rock sofisticato, di spessore, di grande energia.

    Non siamo certo prevenuti, però.Siamo apertissimi come sempre a giudicare gli Editors dopo averli visti. Pistoia non sembra risentire dell’afa. È quasi passata l’ora dell’aperitivo, ma in centro c’è movimento, si passeggia per lo struscio serale osservando bonariamente gli invasori, come al cinema. Sto parlando di me, di Tarp e del migliaio di spettatori che stasera si riuniscono qua per vedere il doppio spettacolo. Ci sediamo poco fuori dall’ingresso per un panino spettacolare, con tutti i sapori e i profumi dell’entroterra toscano, poi entriamo.La piazza non offre un colpo d’occhio altrettanto spettacolare.

    Cioè, è bellissima, ma semivuota. Buon per noi che ci possiamo sistemare a 10 metri dal palco senza temere conseguenze serie per la nostra birra.
    In questi casi ci facciamo sempre la stessa domanda:come andrà il concerto senza la carica di una folla consistente?Non resta che attendere pochi minuti per scoprirlo.

    Quando iCultsalgono sul palco è ancora giorno ed è chiaro chequello non è il loro palco, bensì quello degli Editors.La scenografia infatti è coperta da pesanti teloni neri e così resterà per tutta la loro esibizione.

    Ripenso a un’intervista recente di Ian Astbury, il cantante deiCult. Diceva qualcosa tipo:“Ci interessa solo fare la nostra musica davanti ai nostri fan e restare fuori dal mainstream”. Stupendo Ian: in un mondo che cerca il successo a tutti i costi, chi ha già pagato il prezzo cerca in tutti i modi di allontanarsene.

    Dalla prima all’ultima nota,i Cult ci regalano il Rock con la maiuscola: semplice, diretto, come le parole di un amico che ti dice quello che pensa o le parole di uno sconosciuto che incontri una sera e ti apre orizzonti che ti sembravano lontanissimi.Il pubblico si scalda e loro vanno avanti come un treno, professionisti sì, ma soprattutto amanti passionali della musica che ci propongono.

    Intorno a noi pochissimi ragazzi sotto i vent’anni, pochi addirittura sotto i trenta.Perché? Voglio dire: i Cult hanno almeno dieci pezzi famosissimi, com’è possibile che nessuno abbia la curiosità di saperne di più vedendoli dal vivo? Il finale scuote la piazza per l’energia e lascia un vuoto.

    Non sono prevenuto, dicevo, ma a questo punto dubito che gli Editors riusciranno a colmare quel vuoto. Ne ho la certezza quando parte il loro primo pezzo: hanno alzato il volume e triplicato le luci, trucchi che non ingannano neanche i bambini. Il loro concerto infatti è una continua fotocopia di se stesso, con poche eccezioni che si perdono nel piattume di suoni tutti uguali.

    Io e Tarp ci accomodiamo sulle tribune e assistiamo alladiaspora dei rockers.Molti se ne vanno,altri affogano i dispiaceri allo stand del Latte Maremma, dove regalano lo yogurt.Beh, più autodistruzione di così…

  • Aspettando gli Stones. I concerti dell’estate 2017: RADIOHEAD

    Nick è ormai da tempo un fedele compagno delle mie serate di jazz all’Exwide di Pisa. È lui a togliermi dall’imbarazzo di una domanda che mi assilla da un po’:quali concerti vedere al Firenze Rocks, festival che propone Placebo, Eddie Vedder, Aerosmith, Linking Park, eccetera? “Andiamo a vedere iRadiohead?”.

    Non so se sarebbe stata la mia prima scelta, mala compagnia per me ha un valore ben preciso, quindi dico sì, vada per i Radiohead. Ci sentiamo la mattina del concerto. Periodo lavorativo per entrambi, quindimettere insieme lavoro, famiglia e imprevisti è un Camel Trophy, le nostre giornate una giungla personale senza alcun fuoristrada sotto il culo.

    Partiamo alle 19 e 30 quando sul palco c’è già il concerto di apertura di James Blunt, trascurabile senza rimpianti. Arrivare direttamente alle Cascine di Firenze ci sembra complicato, scegliamo di lasciare l’auto a Scandicci e di prendere il “trammino”, ma capiamo subito che anche quella è stata una scelta fantozziana, c’è tantissima gente in giro, auto parcheggiate ovunque, colonne umane alle biglietterie e alle fermate. Arriviamo alla Visarno Arena alle 21,tardi, tardissimo.Non riesco a credere che ci sia così tanta gente (la mattina dopo leggerò sui giornali commenti entusiastici con numeri a caso tra i trentamila e i cinquantamila, consueto sensazionalismo lontano dalla realtà) quindi ci buttiamo subito dentro, manca mezz’ora al concerto enon abbiamo né mangiato né bevuto, ci saranno trentacinque gradi e un’umidità che ti pesa continuamente sulle spalle.

    copyright: klub99.it/Stefano Nicoletti

    Le misure di sicurezze sono notevoli.Un ragazzo davanti a noi viene fermato da un cane lupo della Guardia di Finanza che gli annusa con grande convinzione il paccoe le tasche davanti dei jeans. Il giovane si lascia trascinare via con la stessa faccia sorpresa e mortificata che avreste voi se veniste colpiti tra dieci secondi da un meteorite. Sì amico, la vita è così, non succede mai ai concerti, ma stasera…

    Gli stand sono presi d’assalto.Centinaia di metri di coda ovunque… tranne che allo stand dei gelati Sammontana, miraggio in un deserto di teste, piedi, mani.
    Ci guardiamo: vada per il gelato, in attesa di momenti migliori.
    “Il gettone?” ci chiede la ragazza dietro il banco.
    Scopriamo così che nella Repubblica Autonoma del Visarno Rock si paga coi token, maledetti gettoni blu che ti vengono concessi in cambio dei soldi veri a un altro stand che è circondato naturalmente da una marea umana.

    Il concerto comincia, almeno quello.
    Abbiamo perso tempo, ci troviamo a una distanza siderale dal palco, i Radiohead sono briciole lontane. I quattro maxischermi sono di dimensione ridicola e mixano continuamente le immagini di tutti e sei i musicisti sul palco, quindi né utili, né suggestivi.

    Canzone dopo canzone, i Radiohead virano dalla progressive al drum’n’bass senza imporre affatto uno stile, un’originalità, un canone.Quasi allergici a ciò che li ha resi quello che sono oggi(i primi album) si rifugiano in un angolo tutto loro, autoreferenziale. Tra un pezzo e l’altro anche due minuti di silenzio, spettacolo senza alcun ritmo. Così, nonostante le sinfonie di bassi e batterie, ci troviamo dentrouna delle platee più fredde di cui io abbia mai fatto parte.
    “Ci vorrebbero una sdraio e una birra”, mi stuzzica Nick.
    La birra.Bere è un bisogno primario, mai dimenticarlo. Ci fissiamo un attimo e l’attimo dopo siamo davanti agli stand dove la coda è quasi evaporata. Due minuti dopo mi siedo con una Nastro Azzurro alla spina davanti, soffro scientemente ancora qualche secondo per aumentare il piacere che verrà e poi sorseggio con calmauna delle birre più buone che io abbia mai bevuto.

    Grazie al caldo, alla sete e alla noia, perché i Radioheadlasciano scorrere canzoni tutte uguali, o diversamente uguali se proprio vogliamo accontentare qualche fan irriducibile che davanti al palco si sente obbligato a ballare e saltare: il resto della platea vivacchia, dorme,fuma abbondantemente per cercare quegli effetti che non troverà stasera con la musica.

    Solo sul finale i Radiohead concedono qualcosa al pubblico, rompendo l’egoismo dell’artista che non si sente obbligato a soddisfare nessuno se non sé stesso e i suoi discepoli. Suonano “Karma police” e quando finisce il concertoè molto significativo che i cinquantamila escano dall’arena cantando proprio senza fine “I lost myself, I lost myself…”, il ritornello di questo pezzo.

    Esco pensando:dio, ho bisogno di Rock.
    Devo solo attendere due settimane:mi aspettano i Cult al Pistoia Blues.