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  • [RECENSIONE] Il Museo Della Carne

    Abbiamo parlato del suo filmTorment, vincitore assoluto delNightmares Fest 2017, e lo abbiamo anche intervistato!

    Regista, attore, ex porno attore (per bellissime partners come l’icona Vittoria Risi e la sensuale Sofia Gucci)Adam Fordha preso parte in diverse produzioni horror di Cristopharo (Poe 2, Hyde’s Secret nightmare in cui appare anche in veste di co-produttore) del quale ha diretto anche un curioso remake “hard” del suo primo film House of the flesh mannequins (La casa dei manichini di carne), che diventa per FordIl museo della carne.

    Poche cose sono davvero universali come la pornografia… soltanto l’amore per il cibo forse può accomunare le persone nel mondo, allo stesso modo!

    Interpretato da una ipnoticaRoberta Gemma(che addirittura nel film si “sdoppia”) e daDaniele Mulè(Flesh Mannequins,Scarecrowd) questo insolito hard dalle connotazioni decisamente dark è piacevolmente valorizzato da una fotografia strepitosa, scene e costumi prese direttamente in prestito dal set del film di Cristopharo.

    Tutto il dizionario “standard” del cinema hard è qui presente in una veste totalmente stilizzata, che ci mostra insoliti baci, situazioni preliminari e si sofferma “all’orientale” anche sul piacere e le emozioni di chi performa, umanizzandoli e rendendoli vivi.

    Una scena lesbo richiama quasi quella lynchana diMullholland drive, mentre la venuta sul vetro, nel finale, ricorda le baviane colate di sangue dal punto di vista delle vittime.

    La regia sottolinea molto gli sguardi, spesso diretti in camera, quasi a farci sapere che “loro sanno che li stiamo guardando”… così come il protagonista spia questi momenti di intimità attraverso degli oblò.

    È chiaro che Ford conosce il cinema, ha buon gusto, e conosce soprattutto i maestri dell’horror.

    La trama è semplice: un timido avventore si reca in uno strano locale popolato solo da uomini. Sopraggiunge una coppia, lei è l’unica donna oltre a una scostante barista. Questa misteriosa donna dal cappello di piume Blu (che richiama quasi i dipinti di Vermeer, o il cinema di Greenaway) fa colpo sul ragazzo che decide di seguirla nel retro del locale dove ci sono le dark room… o meglio il “peep show”, ossia una presentazione/spettacolo a pagamento svolto a sfondo sessuale, che viene solitamente effettuato attraverso un vetro trasparente.

    Seguendo la coppia, il ragazzo si distrae spiando attraverso degli oblò sigillati in maniera stagna, dove i performer si “animano” quando osservati.

    Ad un tratto la coppia inizia a fare sesso li nel corridoio (e gli omaggi a Brass si sprecano nei tagli di inquadrature e det-tagli sulle abbondanze della Gemma) offrendo uno spettacolo diretto e tangibile al timido avventore… ma la coppia è anche nell’ultima vetrina, sdoppiati… realtà e allucinazione si fondono nella testa del confuso, povero avventore.

    Proprio per il suo “valore universale”, la pornografia negli anni è riuscita a suo modo a rappresentare l’evoluzione o l’involuzione, della società; Per rendersi conto di come la pornografia possa essere lo specchio della società, basta pensare a come è cambiato il ruolo della donna all’interno dei video porno: per anni le attrici hard hanno avuto ruoli e atteggiamenti unicamente rivolti alla soddisfazione del piacere maschile (vedi i film di Salieri) mentre negli ultimi tempi, grazie alla rivoluzione sociale sul tema della parità dei sessi, anche i “copioni” per i porno sono cambiati. In questoIl museo della carnesi può definire un precursore trattandosi del 2009!

    Convincenti gli attori anche nelle parti non hard, bellissimi – davvero – tutti (finalmente una fiera della carne e non del volgarissimo “silicone”) questa incursione nell’hard di un regista che poi si è donato all’horror è solo una ulteriore conferma del suo talento coraggioso, visionario e dal buon gusto di cui vi consiglio caldamente l’imminente uscita di TORMENT!

    Adam Fordè attualmente al lavoro su un nuovo film di cui si sa poco: JUST A CHILD, prodotto da Cristopharo ed interpretato daChiara Pavonied il registaEdo Tagliavini(Bloodline) qui in veste attoriale.

  • [RECENSIONE] Moon (Duncan Jones)

    A sentire il regista Duncan Jones (negli extra del DVD del film) all’origine della storia di Moon c’è una sua esperienza personale dal momento che nel periodo in cui scriveva la storia viveva una relazione sentimentale a lunga distanza. Il protagonista del film è un’astronauta che vive da solo sulla Luna per estrarre l’Elio 3, essenziale per le scarse fonti di energia rimaste sulla Terra. Uniche compagnie il robot Gerty e i messaggi via satellite che la moglie gli invia di tanto in tanto. Prossimo al congedo inizieranno a capitargli strane cose che lo porteranno alla scoperta di una realtà davvero amara.

    Senza fare spoiler, o almeno ci proviamo, tra i tanti temi che Moon affronta c’è sicuramente quello della solitudine ma tratta anche altri argomenti come lo sfruttamento degli individui da parte delle solite multinazionali senza cuore, soprattutto però parla della presa di coscienza di sé e di come questa sia spesso raggiungibile solo attraverso il dolore. Sam, interpretato da un sempre più bravo Sam Rockwell, scopre quello che non andava scoperto, apre la porta che doveva restare chiusa, attraversa la soglia che solo certi eroi hanno il coraggio di superare.

    Costato solamente (si fa per dire) 5 milioni di dollari, trovati in parte dalla produttrice -moglie di Sting– Trudie Styler, il film segna il debutto nel lungometraggio di Duncan Jones il figlio di David Bowie che si era già fatto notare con il corto Whistle. Moon va decisamente in controtendenza con la fantascienza fracassona e super costosa che negli ultimi anni sta tornando alla ribalta.

    Niente invasioni aliene o effetti speciali digitali: qui c’è una storia intimista e l’utilizzo di tecniche oramai desuete come i cari e vecchi modellini in scala. Eppure riesce ad appassionare anche lo spettatore della domenica a patto che il suo cervello non si sia atrofizzato troppo perché di colpi di scena e punti di svolta ce ne sono parecchi. Tocca solo lasciare da parte per una volta bibite e pop corn.

  • [RECENSIONE] Infestation (Kyle Rankin)

    Classico cazzone che di crescere non ne vuole proprio sapere, Cooper è la disperazione della capa a lavoro, di suo padre, di tutti quelli che hanno a che fare con lui. Sta per pagarne le conseguenze con un bel licenziamento, quando, bucio di culo?, arrivano degli scarafaggi giganti alla conquista del pianeta Terra. Che fa allora il nostro eroe? Si unisce ad un gruppo di sopravvissuti, il resto (del mondo?) è addormentato dentro i classici bozzoli, e tenta la rivolta dagli scarrafoni, di conquistare la donna di cui si invaghito da pochissimo, che tra l’altro è anche la figlia della capa che stava per licenziarlo, di far capire a suo padre che non è un poco di buono, in una parola di riscattarsi.

    Basta questo a far intuire come il modello che ha ispirato l’americano Kyle Rankin per questo suo Infestation sia il cult britannico L’alba dei morti dementi (Shaun of the dead). Certo, paragonato con il film di Wright c’è un abisso dovuto principalmente a questioni di budget. Rankin dimostra di avere qualità che speriamo di ritrovare nel suo nuovo lavoro (pensato per il web) intitolato Nuclear family.

    Ancora inedito in Italia nonostante il successo in tutta Europa (tra parentesi, per curiosità, il film è stato girato a Sofia).

  • [RECENSIONE] Bitch Slap – Le Superdotate (Rick Jacobson)

    Alcune cose di questo Bitch slap – Le superdotate fanno riflettere. E non mi riferisco alle tre attrici, anche perché saranno pure da urlo, per tutti i gusti e vestite poco ma nude come mamma le ha fatte non le vediamo mai: le uniche tette si vedono per pochissimi secondi e appartengono ad una comparsa.

    Nudi a parte, questo sciocco film ha colpe ben più gravi e ci fa capire quanto male facciano -spesso e volentieri- le emulazioni delle emulazioni. Prima Meyer poi Tarantino e adesso Jacobson. Sembra di stare sulle montagne russe per come si sale e si scende in questo percorso, che poi è un sottogenere (quello delle donne cazzute che in qualche modo si ribellano al dominio del maschio) con una sua storia-filmografia-percorso, fatta di alti e bassi come tutti i generi e sottogeneri. Già Tarantino con il suo Death proof mi aveva spiazzato, con il senno di poi però mi sono ricreduto: A prova di morte è un buon film, si sente la tensione, il fiato sul collo di Stuntman Mike che insegue le sue prede prima da lontano, di nascosto, poi apertamente, sfacciatamente. 

    Bitch slap non crea la minima tensione, è tutto dannatamente telefonato, compresa la vera identità del feroce e misterioso Pinky. Tarantino è saccheggiato sfacciatamente: escludendo le tre protagoniste a metà strada tra Kill Bill e Death proof troviamo una katana, il deserto, l’asiatica sadica con la sua arma micidiale, potrei continuare ma può bastare anche così. Manca però lo spirito, l’inventiva, la cultura cinematografica, la scelta delle musiche, l’eleganza, la maniera, anche qui potrei andare avanti per un bel po’ ma taglio corto: manca Tarantino. Rick Jacobson, il regista, si è fatto le ossa con telefilm come Xena, Baywatch ed Hercules. Dal cast di questo serial prodotto da Sam Raimiritroviamo in Bitch slap Kevin Sorbo.

    Guarda in streamingBitch Slap – Le superdotate.