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[RECENSIONE] Moon (Duncan Jones)

A sentire il regista Duncan Jones (negli extra del DVD del film) all’origine della storia di Moon c’è una sua esperienza personale dal momento che nel periodo in cui scriveva la storia viveva una relazione sentimentale a lunga distanza. Il protagonista del film è un’astronauta che vive da solo sulla Luna per estrarre l’Elio 3, essenziale per le scarse fonti di energia rimaste sulla Terra. Uniche compagnie il robot Gerty e i messaggi via satellite che la moglie gli invia di tanto in tanto. Prossimo al congedo inizieranno a capitargli strane cose che lo porteranno alla scoperta di una realtà davvero amara.

Senza fare spoiler, o almeno ci proviamo, tra i tanti temi che Moon affronta c’è sicuramente quello della solitudine ma tratta anche altri argomenti come lo sfruttamento degli individui da parte delle solite multinazionali senza cuore, soprattutto però parla della presa di coscienza di sé e di come questa sia spesso raggiungibile solo attraverso il dolore. Sam, interpretato da un sempre più bravo Sam Rockwell, scopre quello che non andava scoperto, apre la porta che doveva restare chiusa, attraversa la soglia che solo certi eroi hanno il coraggio di superare.

Costato solamente (si fa per dire) 5 milioni di dollari, trovati in parte dalla produttrice -moglie di Sting– Trudie Styler, il film segna il debutto nel lungometraggio di Duncan Jones il figlio di David Bowie che si era già fatto notare con il corto WhistleMoon va decisamente in controtendenza con la fantascienza fracassona e super costosa che negli ultimi anni sta tornando alla ribalta.

Niente invasioni aliene o effetti speciali digitali: qui c’è una storia intimista e l’utilizzo di tecniche oramai desuete come i cari e vecchi modellini in scala. Eppure riesce ad appassionare anche lo spettatore della domenica a patto che il suo cervello non si sia atrofizzato troppo perché di colpi di scena e punti di svolta ce ne sono parecchi. Tocca solo lasciare da parte per una volta bibite e pop corn.

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