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  • [RECENSIONE] Good Boy (Ben Leonberg)

    Good BoydiBen Leonbergse nella sua parte puramente horror non fa che proporre sostanzialmente i soliti cliché del genere, dimostra da un’altra di conoscere bene le basi del cinema.

    Le fondamenta del cinema basate sul coinvolvimento delle emozioni dello spettatore. Partecipazione che si ottiene da un azzecatissimo e inedito protagonista, un cane che vede un fantasma avvicinarsi sempre più al suo padrone, e da un uso intelligente del montaggio.

    Perché al di là di Indy, cane-attore bravissimo e adorabile, inGood Boytutti quei suoi primi piani ottengono un effetto emotivo anche grazie a uno dei basilari (e antichi) effetti di montaggio: quelloKulešov.

    Bravo poiBen Leonberg, regista, cosceneggiatore (con Alex Cannon), nonché proprietario del cane attore protagonista, a dare alla entità che minaccia padron Todd (Shane Jensen) molteplici chiavi di lettura: dalla malattia (che lo affligge), a quella della famiglia (Larry Fessenden) e di tutti i guai che spesso si trascina dietro di generazione in generazione.

    Quello che non funziona è il contorno di stereotipi presi dal genere horror: solite apparizioni alle spalle del protagonista, stessi salti dalla sedia visti in migliaia di altri film.

    Se Leonberg avesse lavorato più d’ingegno e fantasia su questi aspettiGood Boypoteva fare la differenza, perché comunque grazie all’inedito protagonista è impossibile non partecipare alle sue preoccupazioni. Meno alle sue paure.

    Good BoydiBen Leonberg,dopo l’anteprima di ieri ad Alice nella Città, verrà distribuito in Italia in streaming daMidnight Factory.

  • [RECENSIONE] Grand Guignol Madness – Show Your Fear (Davide Pesca)

    Davide Pescaè un personaggio particolare del sottosuolo indie italiano. Talmente insolito che ancora non riesco a inquadrarlo bene, a decifrare il suo stile e la sua poetica, ad ingabbiarli in una definizione. Il che, quando non si riesce a dare una etichetta, è un bene più che un male. Dannate siano le inutili e riduttive catalogazioni.

    È difficile schedarlo e classificarlo non tanto per le storie che racconta ma soprattutto per come le racconta. Pesca infatti utilizza una grammatica che più che al cinema fa pensare alla videoarte.Lo avevo già dettoa proposito del suo cortoIpocondria, lo ha in qualche modo confermato in una recentediretta facebooklo stesso regista delebiese. La quasi assenza di parole pronunciate, una narrazione a volte asciutta altre invece dilatata, un certo tipo di fotografia, sono tutti elementi che portano in qualche modo da quella parte e che raccontano un mondo sospeso in cui il tempo segue altre regole (cinematografiche e mi verrebbe da dire anche fisiche).

    Con questa sintassi, che è un po’ cinema e un po’ sperimentazione,Davide Pescaracconta storie splatter in cui i corpi subiscono martiri e trasformazioni. Le due cose insieme, linguaggio narrativo e temi raccontati, fanno di lui un qualcosa di atipico, soprattutto nel panorama italiano.

    Grand Guignol Madness – Show Your Fearè il suo nuovo film a episodi da lui scritto, diretto, fotografato, montato ed effettato.

    Sei storie più una cornice. Il titolo principale è un po’ ingannevole ed è giustificato più che altro dalla cornice conChiara Digonzellie da un paio degli episodi (The Competition,Shot My Soul), ambientati in teatri di posa. È la seconda parte del titolo ad introdurci meglio nel film:Show Your Fear, mostraci la tua paura.

    Si comincia conDust To Dust.

    ProtagonistaMery Rubesnella parte di una ragazza che si spoglia su internet e inizia a decomporsi dopo aver ricevuto un mazzo di rose.

    Save the Planet.

    Nasce da una idea diChiara Digonzelli.
    Si racconta di un ecologista (Paolo Salvadeo) bacchettone e delle sue vittime Giorgio Recchia, Alessandro Carnevale Pellino, Giulia Reine, Laura Avogardi.

    The Competition.

    Qui assistiamo ad una gara di seduzione tra Catlin Strange (nome d’arte di Stefania Venneri), Mery Rubes e Gloria D’Osvaldo.

    Muscles.

    Un atleta/cavia (Ramon Bettega) si allena prendendo pasticche.

    The Heartbreaker.

    Uno degli episodi più interessanti nasce da una idea di Stefania Venneri che ne è anche attrice protagonista nel ruolo di una ragazza tormentata dagli incubi. Le musiche sono qui di Cris Mantello*, sue anche le mani (e di Pesca) nel brutto sogno iniziale.

    Shot My Soul.

    Una modella (Sveva Cariboni) posa per un fotografo dall’apperacchiatura “mortale”.

    Prima, durante e dopo c’è l’episodio corniceBroken Mindcon una ragazza (Chiara Digonzelli) rapita a Parigi.

    InGrand Guignol Madness – Show Your Fearsi parla di vanità, di medicina malata, più in generale di inappagamento, frustrazione e desideri di colmare vuoti spesso inesistenti e superflui. Dunque di paura.

    Che Pesca si diverta nel realizzare le sue follie è fuori dubbio, soprattutto per quel che riguarda gli effetti speciali. La strada che ha scelto è ardua, la resa è migliorabile, ma la sua genuina passione e la sua competenza si sentono in ogni inquadratura e possono fare la differenza nelle condizioni giuste, con più tempo e soldi ad esempio.

    Grand Guignol Madnessè uscito in DVD conHomeMovies/DigitMovies.

    *: tutte le altre sono di Santo Bianchini.

  • [RECENSIONE] Ghost Stories (Jeremy Dyson, Andy Nyman)

    La produzione teatrale a tema sovrannaturaleGhost Storiesha superato i record di vendite ai botteghini dei teatri Liverpool Playhouse e Lyric Hammersmith, dove è stato messo in scena per la prima volta tra febbraio e aprile 2010. Lo spettacolo è stato poi trasferito al Duke of York’s Theatre nel West End londinese a giugno 2010, dove è stato rimasto in scena per 13 mesi consecutivi.

    Ghost Stories

    Nel 2017 gli autori (lo sceneggiatoreJeremy Dysone l’attoreAndy Nyman) trasformano la loro piece teatrale in un film omonimo di cui curano assieme la regia, mentre Nyman si farà anche carico del ruolo principale.

    Descritto dalThe Guardiancome “una antologia di spaventosi racconti sovrannaturali, nella tradizione Inglese della Amicus” e accolto come il miglior horror britannico dopo anni,Ghost Storiesè davvero un gioiellino di cui si è sentito parlare troppo poco.

    Partiamo col dire che è un antologico anomalo e originale, perché raramente si è visto una segmento “cornice”, rivelarsi poi così dominante e unico. Ci son molti elementi beffardi che si dipanano durante la visione, e beffardo è l’appellativo che si darebbe a tanti titoli anni ’60 della gloriosaAmicus. Certi dettagli poi, diventano un fil rouge che ci permetterà di comporre nel finale sorprendente tutti i tasselli che vengono mostrati, sottolineati e poi accantonati.

    La fotografia del film è straordinaria e di gran classe; la firma un nome che ora grazie al filmJudyha potuto arrivare al grande pubblico mainstream, ma che fino ad allora era relegato a corti e fiction TV:Ole Bratt Birkeland.

    Toni freddi e caldi si mescolano con grande armonia e gusto, esaltano le scenografie e negli esterni non mancano le nebbie e le luci blu che han reso gloriosi gli anni ’80.

    Le location ci portano da fastosi studi TV a misere roulottes, da fabbriche abbandonate a case di provincia e ville asettiche ed extra lusso.

    Il film segue una narrazione precisa e dissemina il percorso di elementi chiave, mai forzati e mai troppo ambigui. E la vera sorpresa sono i dialoghi e i personaggi, che son scritti dannatamente bene, senza fronzoli, senza forzature o sbavature. Tutti son credibili nel loro essere sopra le righe e straordinario, bisogna dirlo, èAndy Nymanin tutte le sue sfumature emozionali attente e sentite. La sua fragilità, la sua insicurezza, il suo senso di colpa si respirano a ogni sguardo.

    La regia è anche qualcosa che mi ha lasciata stupita per due esordienti: movimenti essenziali, mai spettacolari, mai gratuiti.

    Ghost Storiesè un film che vuole raccontare, un film di scrittura che crede nei suoi contenuti, che non si affida ajump scaresprevedibili e che riesce a stupire per la sua pulizia formale e maturità comunicativa.

    Ho inoltre amato queste inquadrature sbilanciate, asimmetriche, quasi sempre a voler suggerire che qualcosa prima o poi possa affacciarsi alle spalle del protagonista, lasciando lo spettatore sempre all’erta e in stato di tensione.

    Buoni gli FX ed i make up vecchio stampo, che ricorrono a pochissima CGI, e funzionali le musiche ed il sound design davvero attento e suggestivo; è un piacere notare finalmente certi comparti tecnici in un horror, comparti che sembrano spesso dimenticati (l’ultima volta che ricordo un buonsound designin un film fu perSinisterdiScott Derrickson, ma lì c’eraChristopher Younga curare il tutto!).

    TRAMA:lo Psicologo Goodman, ebreo con alle spalle una famiglia difficile, conduce un programma mirato a smascherare casi di ciarlatani “parapsicologi”. Un giorno riceve una misteriosa lettera dall’illustre professore a cui lui si è sempre ispirato, che lo invita/sfida a risolvere tre casi inspiegabili che han fatto vacillare le sue certezze sull’inesistenza dei fantasmi. Goodman così, si avventura nel vortice dei dolorosi ricordi di personaggi emozionalmente instabili, arrivando a riconsiderare anche il suo stesso passato e le sue azioni. Se però nei tre casi la spiegazione sembra comunque possibile, altri fenomeni inizieranno a minare le certezze dell’uomo…

    Per Masina è un gran sì: intrattiene, e non si appesantisce di morali e pretenziosità pur restando un prodotto sopra la media per stile e contenuti.

  • [RECENSIONE] Go Home: A Casa Loro (Luna Gualano)

    Consiglio: se cercate unozombimovie con fiumi di morti viventi, sangue a litri e azione frenetica Go Home – A Casa Loronon è quel tipo di film. Non è un horror come tutti e lo è per il ritratto politico, sociale e umano che ne esce fuori. Qui l’intrattenimento, la storia, ha lo scopo di porre in evidenza che l’uomo è una bestia, che i veri mostri siamo noi, disumani più dei mostri che combattiamo e per questo siamo destinati a finir male.

    Il protagonista è Enrico (Antonio Bannò): un ragazzo fascista, ignorante come tutti i suoi simili arrivati davanti un centro di accoglienza per rifugiati con l’intento di farlo chiudere.

    Durante la manifestazione scoppia improvvisa una epidemia zombi ed il giovane trova rifugio nel centro d’accoglienza. Nasconde il suo credo politico e inizia con molte difficoltà, soprattutto linguistiche, a conoscere i vari abitanti, ad integrarsi.

    La situazione è tesa: le comunicazioni col mondo esterno sono inesistenti, i conflitti, le liti, scoppiano facilmente, cibo non ce n’è, i mezzi per difendersi sono rudimentali. C’è chi pensa di essere passato dalla padella alla brace finendo in quella situazione. Lasolidarietàc’è ma sparisce quando subentra l’istinto di conservazione, quando il libero arbitrio decide per la morte invece che la vita. Allora subentrano i sensi di colpa ad aggravare ancora di più l’atmosfera. In più gli zombi continuano ad assediare il posto e ad aumentare di numero.

    Enrico capisce la sua fortuna, che la libertà di scelta del gruppo gli ha salvato la vita e inizia ad evolvere il suo pensiero. Ma in situazioni di emergenza non sai mai quello che può accadere e come si può reagire. C’è chi sacrifica la sua vita per gli altri, chi invece per pararsi il culo non guarda in faccia a niente e a nessuno.

    L’umanità è complicata: non c’è bianco o nero, buoni e cattivi, ma tutta una serie di sfumature che possono anche sorprendere.L’angelo custode si può trasformare in un baleno nell’angelo della vendetta. L’umanità vive abbandonata a se stessa in un posto degradato, come il fatiscente centro d’accoglienza.

    Per una recensione web la stiamo tirando troppo per le lunghe e dobbiamo ancora dire cheGo Home – A Casa Loroscorre che è una bellezza. Seguiamo con interesse l’esplorazione di Enrico nel nuovo mondo, i suoi continui cambi di atteggiamento nei confronti degli altri, le complesse dinamiche all’interno del gruppo composto da persone e ruoli ben delineati e differenti per carattere ed identità culturale. Dinamiche ben rappresentate anche grazie all’uso delle diverse lingue parlate dagli attori/personaggi.

    InGo Home – A Casa Lorola regia diLuna Gualano, la sceneggiatura diEmiliano Rubbie la recitazione dei vari attori funzionano piuttosto bene cosa piuttosto rara in un film a basso budget. Considerando poi che la maggior parte dei protagonisti sono veri rifugiati ecco che il film mantiene sempre alta la sua valenza politica. Scavalla il telo dello schermo.

    E poi c’è la sorprendente parte finale che va contro ogni regola commerciale, in coerenza con lo spirito di un film originale che naviga fieramente contro corrente dentro il genere horror per parlare di cose molto più importanti e reali.

  • [RECENSIONE] Il Giorno dell’Odio (Daniele Misischia)

    Il film che vi presento stavolta, è del 2012… ma non fa mai male rispolverare ciò che di buono c’è nell’underground italico… anche perché è davvero poca roba e, spesso, finisce dimenticata… o peggio, inosservata.

    Il Giorno dell’Odioè scritto e diretto daDaniele Misischiae annovera nel cast artistico anchePaolo Calabresi(che conosciamo per le sue apparizioni cinema e TV da inviato delle Iene fino a serie tv comeBoris) nel ruolo del protagonista. Il film è ambientato a Roma, in una cornice di malavita e organizzazioni criminali dedite allo spaccio di droga e al traffico di armi.

    È un noir drammatico, che narra di un giorno infernale, attraverso le vite dei personaggi coinvolti in attività non proprio “lecite”. È un film “underground” relegato forzatamente ad un pubblico di nicchia, ma che non stonerebbe con una distribuzione più ampia. La fa da padrone l’atmosfera “suburbana” alienante ed alienata della periferia romana, ed è buona la regia, come la recitazione di quasi tutti gli attori, in modo particolare Alessandra Mosca (artista a tutto tondo, attrice e regista a sua volta) nel ruolo di Enrica e Claudio Camilli nella parte di Gianni.

    Camilli (qui anche co-produttore ed autore) lo abbiamo già notato per le sue varie apparizioni in vari film (alcuni ancora di Misischia, ma lo troviamo anche nel cultGanja FictiondiMirko Virgili). Il forte accento con cui si affrontano i dialoghi, diventa un valore aggiunto di un cinema poco leccato, neorealista quasi, che rappresenta anche un deciso distacco e disprezzo verso la borghesia. Le scene di violenza non mancano, son davvero forti, e supportate da ottimi effetti e ritmo di montaggio.

    Forse si abusa un po’ troppo nei “micro zoom” e movimenti di macchina (che essendo “a spalla” non sarebbero mancati comunque) e spesso diventano più che stile, una forzatura. La trama, è davvero breve da raccontare in sintesi e, come dicevaRuggero Deodato, il buon film è quello che si può raccontare in tre righe:

    A Roma, non la Roma da cartolina dellaGrande Bellezza, vive Gianni, un piccolo spacciatore che dopo una trattativa finita male, si troverà costretto a pagare un debito ad un boss locale entro 24 ore… ore in cui farà di tutto per adempiere al suo “dovere”.

    Sebbene superficialmente si possa pensare a un debito verso Tarantino, l’influenza diUmberto Lenziè totale, specie nel finale in stile noir, ed è proprio Lenzi che Misischia ringrazia – giustamente – nei titoli di coda.

    A costo di diventare ripetitiva, non posso che constatare per l’ennesima volta come le distribuzioni e le produzioni siano cieche di fronte ad autori che riescono con piccolissimi budget a fare CINEMA, quel cinema che i mestieranti blasonati e ben finanziati (spesso anche figli di papà d’arte, di cui d’arte non han nulla) sperano di poter fare e non sfiorano nemmeno per errore.

    Il film è visibile (legalmente, caricato dall’autore) su Youtube, quindi… per chi non lo avesse visto: buona visione!

  • [RECENSIONE] Good Tidings (Stuart W. Bedford)

    Già dal titolo (che tradotto letteralmente sarebbe “Buona Novella”) il film fa presagire la crudeltà grottesca tipica di certi horror anni ’80, capolavori immortali e mai dimenticati… e purtroppo al giorno d’oggi raramente emulati.

    Da molto tempo oramai assistiamo ad una contaminazione multimediale che spazia dai social alla musica, dal cinema al teatro, passando anche per le arti visive; e sebbene questo non sia un male, col “fanatismo” della contaminazione si è perso di vista il buon modello originale, al punto tale che (seguendo una moda spesso fortunata) si è giunti a spogliare l’horror quasi di ogni connotazione orrorifica.

    L’abuso dei “jump scares” (i colpi di scena che fan saltare sulla poltrona) che dalla fine degli anni ’90 son stati spesso enfatizzati più da effetti sonori che da abilità registiche, han portato alla realizzazione di svariate opere dove per scelta la suspense viene a mancare a favore di soluzioni orrorifiche più intellettuali. L’abuso di “effettacci” (specie nei B-Movies) usati per compensare la mancanza di idee, ha portato molti registi al rifiuto di voler mostrare perfino una singola goccia di sangue.

    E sebbene alcuni recenti esempi di queste tendenze registiche son dei gioiellini indiscutibili (da Conjuring a Babadook passando per The Witch oIt Follows) molte altri, son solo film che sfociano in noia ed una “autorialità” presuntuosa e pretestuosa (Maggie, Lazarus Effect).

    Non mancano anche dozzine di buoni film, ma davvero si può affermare che abbiamo visto negli ultimi anni “solo” Horror/Comedy, Horror/Fantasy, Horror/Drama, Horror/Sexy, Horror/Extreme, Horror/Piscologico… e poi “originalissimi” sequel, prequel e remake resi “appetibili” solo dalle partecipazioni delle star di turno.

    Iniziavo davvero a sentire la mancanza di uno schema classico, di una trama semplice e funzionale, di un assassino nuovo e cattivo, senza troppi approfondimenti emozionali che dovrebbero portarmi a compatirlo, amarlo, conoscerlo (o perfino difenderlo).

    Da tempo sognavo un bel villain misterioso e senza volto come quelli di Black Christmas o di Halloween… eGood Tidingsper natale me ne ha regalati addirittura tre!

    Vincitore come “Best Feature Film” alla seconda edizione dell’Optical Theatre Festival 2016, il film è stato scritto, diretto e prodotto daStuart W. Bedford(già autore diHybrideAn Easter’s Tale) in collaborazione con l’italianoGiovanni GentileeStu Jopia. Questo titolo si inserisce con dignità fra gli horror a sfondo “natalizio” più importanti, elevandosi non solo come uno dei migliori film festivi del momento.

    La trama presenta la classica struttura dell’assedio (tanto cara a Carpenter): personaggi braccati all’interno di un luogo, in cui devono giocarsi la vita per fronteggiare il cattivo di turno.

    Su questa base vengono in mente film comeDeliria,Distretto 13,La notte dei morti viventi, ed il luogo in questione è un ex palazzo di giustizia dove abusivamente dei senzatetto si son accampati sotto Natale per avere un riparo dal freddo ed una casa in cui festeggiare.
    Approfondiamo le vicende di alcuni di loro, con brevi momenti e situazioni che ce li fanno sentire vicini, vivi, credibili anche grazie ad interpretazioni attoriali di alto livello.

    Quello che apprezzo del film è che poteva facilmente rischiare di scivolare nella tentazione di affrontare l’aspetto morale e metaforico della vicenda (con la categoria dei reietti sociali, il cattivo, il capitalismo, il natale etc) ma, fortunatamente, gli autori con intelligenza han continuato a fare “solo” un horror… ed ecco che (accompagnati da una godibilissima e cupa musica, firmata daLiam W. Ashcroft) arrivano tre psicopatici travestiti da BABBO NATALE, fuggiti forse da un manicomio e che, senza un preciso perché, iniziano a fare mattanza degli occupanti abusivi della struttura.

    Nonostante gli assassini non parlino mai e siano vestiti identici e tutti e 3 (e tutti con la stessa inquietante azzeccatissima maschera) i tre attori ed il regista riescono a caratterizzarli uno per uno, riuscendo anche in questo caso a dare spessore e credibilità a delle figure che altrimenti sarebbero rimaste grottesche e/o caricaturali. I tre sanguinosi “Babbi Natale” sono anche i vincitori del premio “Best Villain” all’Optical Theatre Festival.

    Gli effetti speciali sono artigianali e qualitativamente discreti, e anche questa è una nota da non dover affatto far passare in secondo piano in un èra dove il digitale “mette una toppa” a tutto.
    Dopo tanti anni, finalmente possiamo dire che questo piccolo film, non perfetto per carità, finalmente ricolloca l’horror al suo posto.

    La fotografia è un po’ piatta e certe scene sembrano risolte con molta fretta (specie il pre-finale) ma dobbiamo ricordare che gli autori indie non godono dei budget e dei tempi di ripresa consentiti ai film “normali”… quindi son imperfezioni sulle quali possiamo tranquillamente soprassedere.
    Di certo non so immaginare cosa farebbe David Gelb se avesse a disposizione un budget di sole 15.000 sterline invece che di 3 milioni di dollari… ma so CHIARAMENTE immaginare cosa potrebbero fare questi ragazzi con quella cifra.

    Aggiungo una postilla che esula un po’ dalla critica del film in sé, ma ci tengo a farla: seguo il “team” formato da Jopia, Gentile e Bedford sui social e son rimasta colpita non solo dall’affiatamento, positività e spirito di gruppo che i 3 trasmettono… ma devo dire che essi sono fra i pochissimi cineasti (indipendenti e non) che spendono parole positive e di incoraggiamento per i loro colleghi (anche se non amici) arrivando a creare perfino post promozionali per le uscite dei film altrui.
    Questa si chiama classe, ragazzi.

    Questo significa amare davvero il cinema. Non solo “il proprio cinema” quindi, ma il cinema in generale.