[RECENSIONE] Ghost Stories (2017)

[RECENSIONE] Ghost Stories (2017)
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La produzione teatrale a tema sovrannaturale Ghost Stories ha superato i record di vendite ai botteghini dei teatri Liverpool Playhouse e Lyric Hammersmith, dove è stato messo in scena per la prima volta tra febbraio e aprile 2010. Lo spettacolo è stato poi trasferito al Duke of York’s Theatre nel West End londinese a giugno 2010, dove è stato rimasto in scena per 13 mesi consecutivi.

Nel 2017 gli autori (lo sceneggiatore Jeremy Dyson e l’attore Andy Nyman) trasformano la loro piece teatrale in un film omonimo di cui curano assieme la regia, mentre Nyman si farà anche carico del ruolo principale.

Descritto dal The Guardian come “una antologia di spaventosi racconti sovrannaturali, nella tradizione Inglese della Amicus” e accolto come il miglior horror britannico dopo anni, Ghost Stories è davvero un gioiellino di cui si è sentito parlare troppo poco.

Partiamo col dire che è un antologico anomalo e originale, perché raramente si è visto una segmento “cornice”, rivelarsi poi così dominante e unico. Ci son molti elementi beffardi che si dipanano durante la visione, e beffardo è l’appellativo che si darebbe a tanti titoli anni ’60 della gloriosa Amicus. Certi dettagli poi, diventano un fil rouge che ci permetterà di comporre nel finale sorprendente tutti i tasselli che vengono mostrati, sottolineati e poi accantonati.

La fotografia del film è straordinaria e di gran classe; la firma un nome che ora grazie al film Judy ha potuto arrivare al grande pubblico mainstream, ma che fino ad allora era relegato a corti e fiction TV: Ole Bratt Birkeland.

Toni freddi e caldi si mescolano con grande armonia e gusto, esaltano le scenografie e negli esterni non mancano le nebbie e le luci blu che han reso gloriosi gli anni ’80.

Le location ci portano da fastosi studi TV a misere roulottes, da fabbriche abbandonate a case di provincia e ville asettiche ed extra lusso.

Il film segue una narrazione precisa e dissemina il percorso di elementi chiave, mai forzati e mai troppo ambigui. E la vera sorpresa sono i dialoghi e i personaggi, che son scritti dannatamente bene, senza fronzoli, senza forzature o sbavature. Tutti son credibili nel loro essere sopra le righe e straordinario, bisogna dirlo, è Andy Nyman in tutte le sue sfumature emozionali attente e sentite. La sua fragilità, la sua insicurezza, il suo senso di colpa si respirano a ogni sguardo.

La regia è anche qualcosa che mi ha lasciata stupita per due esordienti: movimenti essenziali, mai spettacolari, mai gratuiti. Ghost Stories è un film che vuole raccontare, un film di scrittura che crede nei suoi contenuti, che non si affida a jump scares prevedibili e che riesce a stupire per la sua pulizia formale e maturità comunicativa.

Ho inoltre amato queste inquadrature sbilanciate, asimmetriche, quasi sempre a voler suggerire che qualcosa prima o poi possa affacciarsi alle spalle del protagonista, lasciando lo spettatore sempre all’erta e in stato di tensione.

Buoni gli FX ed i make up vecchio stampo, che ricorrono a pochissima CGI, e funzionali le musiche ed il sound design davvero attento e suggestivo; è un piacere notare finalmente certi comparti tecnici in un horror, comparti che sembrano spesso dimenticati (l’ultima volta che ricordo un buon sound design in un film fu per Sinister di Scott Derrickson , ma lì c’era Christopher Young a curare il tutto!).

TRAMA: lo Psicologo Goodman, ebreo con alle spalle una famiglia difficile, conduce un programma mirato a smascherare casi di ciarlatani “parapsicologi”. Un giorno riceve una misteriosa lettera dall’illustre professore a cui lui si è sempre ispirato, che lo invita/sfida a risolvere tre casi inspiegabili che han fatto vacillare le sue certezze sull’inesistenza dei fantasmi. Goodman così, si avventura nel vortice dei dolorosi ricordi di personaggi emozionalmente instabili, arrivando a riconsiderare anche il suo stesso passato e le sue azioni. Se però nei tre casi la spiegazione sembra comunque possibile, altri fenomeni inizieranno a minare le certezze dell’uomo…

Per Masina è un gran sì: intrattiene, e non si appesantisce di morali e pretenziosità pur restando un prodotto sopra la media per stile e contenuti.

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Antonietta Masina

Salve! Io mi chiamo Antonietta Masina e… già, con un nome così, non potevo che amare il cinema. Son quindi cresciuta fra scherzi, assonanze e rimandi…ad una delle attrici (e muse) più immense; non potevo non conoscere lei (Ovvio, parlo di Giulietta Masina!) ed i film che ha interpretato; grandi film di uno dei più grandi registi di tutti i tempi. Alle medie, il mio nome venne rielaborato dai compagni di classe in “Antonomasia” e, mentre le altre bambine giocavano con i principi azzurri, io sognavo… sognavo quei cappelli, quei costumi, quei colori… che mi portavano su altri piani di realtà nonostante Fellini stesso affermasse “Non voglio dimostrare niente, voglio mostrare.” Ai tempi del liceo poi, si parlava spesso con amici su quale fosse la “Birra per Antonomasia”, “la Canzone per Antonomasia” o “il Film per Antonomasia”… che quasi predestinata, scelsi poi di studiare comunicazione per poter lavorare in questo campo, e far sì che “Antonomasia” in persona potesse rispondere alle loro domande! Chi scrive è una ragazza, anzi, una “persona” che ama il cinema; Il cinema quello fatto con passione, con serietà, ma non seriosità; il cinema condiviso e discusso con chi lo ama, con chi va al cinema (e andare al cinema è come andare in Chiesa per me, con la differenza che la Chiesa non consente il dibattito, il cinema sì). Ho una forte predilezione per il cinema fantastico ed horror, il mio fine non è solo quello di condividere i miei pensieri o recensire un film specifico (NON sono un critico, né conosco tutto… anzi, ho molti limiti e carenze che spero di colmare), ma anche discutere sulle motivazioni ed i sottotesti di interi generi.

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