Tra decine e decine di registi indipendenti italiani che sfornano ogni anno il loro horror a basso budget (spesso scopiazzando senza inventiva qualche titolo americano),Matteo Scarfòva in direzione contraria e, da appassionato di fantascienza, se ne esce conL’Ultimo Sole della Notte.
E realizza un film insolito e coraggioso: per i temi che inserisce, per come struttura la trama/sceneggiatura nei suoi salti avanti e indietro nel tempo.
Si parla di un futuro belligerante, apocalittico. Le poche persone vivono al sicuro in aree protette. In una di queste sono rimasti solamente in tre: tutti con alle spalle un passato doloroso, violento, tragico, da dimenticare ed elaborare. Tutti e tre in qualche maniera prigionieri nel condominio ballardiano, spaventati (perché condizionati) dall’idea di dover oltrepassare quella zona protetta.
Perché neL’Ultimo Sole della Nottealeggia la presenza di uno Stato protettore ma anche sinistramente controllore. Che dà da mangiare e difende, ma inculca anche la politica del terrore.
Davvero significativa in tal senso la scena del test per entrare nel condominio protetto “Arca”: le domande che un androide (Annalisa Insardà) fa ad Andrea Lupia col passare del tempo assumono sempre più l’aspetto di un interrogatorio di polizia. Ma anche lo spot pubblicitario che si conclude con la frase “Se non siete con noi siete contro di noi”.
L’Ultimo sole della Notteè un racconto di solitudini che si incontrano.
L’apatico burocrate firma scartoffie Carli (Andrea Lupia), la terrorista Alessandra (Alessandra Mortelliti) e l’ingegnere iracondo Becatti (Danilo Rotundo). E poi c’è Stefano (Alessandro Damerini), l’amico arrivista del primo, l’Icaro che precipita dopo essere stato in alto.
Nel mondo cheMatteo Scarfòimmagina vige un egoistico personalismo: gli individui se ne stanno per i fatti propri, interagendo poco o nulla con gli altri. La corazza protettiva però deve essere tolta: ci deve essere anche lo spazio per la collettività, la fiducia verso gli altri, prima che arrivi la cancellazione dell’essere umano che forse il titolo suggerisce.
L’Ultimo Sole della Notteè un buon film debutto al quale si perdonano sia il racconto che si perde ogni tanto ma anche la recitazione a volte eccessiva degli attori. Perché nel complessoMatteo Scarfònon si fa venire le fregole e racconta una storia sul caos senza strafare, asciugando dove deve. In più il suo lavoro diventa un veicolo per parlare di temi seri come guerra, ecologia, politica, che poi sono temi cardine della fantascienza impegnata.
La regia più personale ed innovativa del nuovo millennio, ce la offreDavid Lowerycol suoStoria di un fantasma(t. o.A Ghost Story) (2017) scegliendo la via della sottrazione: una cornice 4:3 invece dei formati superpanoramici tanto ricercati, un montaggio quasi assente (dello stesso regista) fatto di piani lunghissimi, come quasi assenti sono i movimenti di macchina. Tutto il film sembra una vecchia foto, totali abbondano a discapito dei primi piani, così come i silenzi e le assenze di dialogo.
Questa scelta ci catapulta dentro la mente e la solitudine dei 2 protagonisti (l’affiatata coppia Casey Affleck/Rooney Mara che il regista aveva già diretto nel suoSenza santi in paradiso) e ci rende partecipi delle loro vite (e nel caso delfantasma, della sua non-vita sospesa nel tempo e nelle dimensioni).
Inserito dalla critica fra i migliori 100 film del decennio, e presentato/premiato a vari fest internazionali (dal Sundance a Sitges)A Ghost Storypiù che una storia di fantasmi è un dramma della memoria, delle solitudini e del tempo che passa, della malinconia dell’esser testimoni della propria assenza. È da sottolineare – con ammirazione – che un film così lontano dal “rumore” dei meccanismi mainstream (che oramai necessitano di olio) arrivi dopo la produzione Disney “Il drago invisibile” (Pete’s Dragon, 2016) remake del film “Elliott il drago invisibile” del 1977: questo denota la personalità ed il carattere di un giovane autore che sa cosa vuole… e che vuole raccontarlo a modo suo, costi quel che costi.
L’iconografia del fantasma è delle più classiche e buffe: coperto dal lenzuolo.
Sembra che il lenzuolo che accompagna i fantasmi sia quello con cui muoriamo (bianco da obitorio nel caso del nostro protagonista, a fiorellini e rétro quello del “vicino di casa”) e il cui candore, risente comunque del passare dei secoli.
Questa iconografia, fu ripresa già nel 2012 (ma in modo decisamente più inquietante), nel filmRevenant(An American ghost story) diDerek Cole, purtroppo da noi poco noto ed inedito in Home Video. L’efficacia dei corpi impalpabili che si rivelano grazie ai lenzuoli credo abbiano ben più che ispiratoJames Wannella realizzazione (il successivo anno) diThe Conjuring, che presenta più di qualche similitudine/intuizione visiva.
Struggente la scena dei due fantasmi alla finestra, legati/intrappolati a un luogo… a un ricordo… fino al punto di dimenticarlo e trascinarsi giorno per giorno nell’attesa di qualcosa: solo la presa di coscienza potrà renderci liberi. Cosa ha scritto la sua donna sul foglietto, prima di lasciare per sempre quella casa? Diventa una ossessione per il nostro fantasma, ma alla fine del film non avrà nemmeno più importanza scoprirlo anche se la sparizione dell’altro spettro – dopo la demolizione della casa – ci dà una chiave di lettura molto precisa.
Le scene in cui vediamo – narrate con grande maestria – le transizioni temporali susseguirsi, fino al futuro, sono mozzafiato.
Ed i mondi paralleli, densi di predestinazione e spettrali giochi di luce ci ricordano tantissimo gli stilemi di Kieslowski neLa doppia vita di Veronica. Come in questo film poi, la musica qui ha un ruolo fondamentale.
Strepitoso il sound design che diventa un terzo attore, e l’essenziale ma puntualmente emozionante musica diDaniel Hart, frontman del gruppoDark Roomsautori/esecutori del bellissimo branoI Get Overwelmedche la donna ascolta per riconnettersi col suo amato perduto.
Fondamentale per la riuscita di un film simile sono anche le scenografie ma, soprattutto, la fotografia diAndrew Droz Palermoche pur apparendo realistica, in realtà è una sofisticata miscela di chiaroscuri Caravaggeschi e contrasti di luci calde/fredde che mirano sempre a far spiccare lo spettro in modo scultoreo. Prima di questo film Andrew Droz aveva alle spalle una infinita lista di cortometraggi, e fa davvero bene al cuore vedere che un prodotto simile e di simile qualità sia il frutto di un team giovane, affiatato e scelto per meriti e non necessariamente per altisonanza di nomi.
CONSIGLIATO.Storia di un fantasmadiDavid Loweryè un capolavoro senza dubbio, e senza abusare della parola.
Il tempo è il nostro bene più prezioso. È ciò che una volta perso non ci verrà restituito, per questa ragione bisogna sfruttarlo nel miglior modo possibile, cogliendo tutta la bellezza e l’importanza del presente, senza farsi ossessionare e perseguitare dal passato o da cosa potrà avvenire nel futuro.
Per citareOmar Khayyam: “Sii felice per questo momento. Questo momento è la tua vita.”
Salve! Io mi chiamo Antonietta Masina e… già, con un nome così, non potevo che amare il cinema.
Son quindi cresciuta fra scherzi, assonanze e rimandi…ad una delle attrici (e muse) più immense; non potevo non conoscere lei (Ovvio, parlo di Giulietta Masina!) ed i film che ha interpretato; grandi film di uno dei più grandi registi di tutti i tempi.
Alle medie, il mio nome venne rielaborato dai compagni di classe in “Antonomasia” e, mentre le altre bambine giocavano con i principi azzurri, io sognavo… sognavo quei cappelli, quei costumi, quei colori… che mi portavano su altri piani di realtà nonostante Fellini stesso affermasse “Non voglio dimostrare niente, voglio mostrare.”
Ai tempi del liceo poi, si parlava spesso con amici su quale fosse la “Birra per Antonomasia”, “la Canzone per Antonomasia” o “il Film per Antonomasia”… che quasi predestinata, scelsi poi di studiare comunicazione per poter lavorare in questo campo, e far sì che “Antonomasia” in persona potesse rispondere alle loro domande!
Chi scrive è una ragazza, anzi, una “persona” che ama il cinema; Il cinema quello fatto con passione, con serietà, ma non seriosità; il cinema condiviso e discusso con chi lo ama, con chi va al cinema (e andare al cinema è come andare in Chiesa per me, con la differenza che la Chiesa non consente il dibattito, il cinema sì).
Ho una forte predilezione per il cinema fantastico ed horror, il mio fine non è solo quello di condividere i miei pensieri o recensire un film specifico (NON sono un critico, né conosco tutto… anzi, ho molti limiti e carenze che spero di colmare), ma anche discutere sulle motivazioni ed i sottotesti di interi generi.
Dopo aver omaggiato il giallo italiano conSonno ProfondoeFrancesca, i fratelli argentiniNicolas e Luciano Onetticon il loro terzo lungometraggioWhat The Waters Left Behind – Los Olvidadosrendono grazie al classico statunitenseNon Aprite Quella Porta.
Lo spunto di partenza è un fatto di cronaca argentino avvenuto a Villa Epecuén: una città turistica nella provincia di Buenos Aires inondata nel 1985 per il cedimento di una diga, per fortuna evacuato in tempo e da allora disabitato.
Lì si recano ai giorni nostri i sei protagonisti -provenienti dalla capitale argentina- per girare un documentario sulla tragedia. Tre ragazzi e altrettante ragazze, una delle quali (Victoria Maurette) avendo abitato lì al tempo dell’inondazione farà da guida e sarà l’intervistata principale del film in lavorazione.
Come è facile immaginare il gruppetto diventa presto vittima della famiglia disfunzionale e assassina che dai quei posti non è mai andata via e che nutre nei confronti della città capitale un odio mai sopito.
Da aquilano terremotato ho rivisto nel gruppetto di videomaker lo sciacallaggio di tante televisioni e di tanti fotografi arrivati dopo il sisma del 2009. Lì però la situazione è decisamente diversa: se L’Aquila piano piano si sta ricostruendo, Epecuén è invece abbandonata da trent’anni, una città fantasma che il governo argentino ha dimenticato (insieme ai suoi abitanti: il titolo originale del film è Los Olvidados, i dimenticati*) e che adesso è meta dei turisti e dei professionisti della tragedia. Ecco spiegato l’odio della famiglia antagonista nei confronti delle istituzioni che la città di Buenos Aires rappresenta e da dove i malcapitati protagonisti arrivano.
Tornando al film, la folle famiglia dai mascheroni animaleschi si accanisce sui poveri sei in ogni modo: uccisioni e torture varie, stupri (ma senza nudità), amputazioni, sbudellamenti e tutto quello che negli slasher deve esserci. Situazioni che in qualche caso tireranno fuori il meglio e il peggio dei protagonisti e che daranno possibilità al loro sotterraneo di riemergere.
Oltre ai naturali scenari di Epecuén, sono da apprezzare le scenografie di Sebastián del Prado, la fotografia di Facundo Nuble e gli effetti speciali di makeup di Roman Kampelmacher, Simon Ratziel, Rodrigo Guerechit e Franco Burattini, vincitori del premio al Horrorant Film Festival FRIGHT NIGHT nel 2018.
Qualcosa che non convince c’è. La caratterizzazione troppo sopra le righe e stereotipata della famiglia, in particolare del meccanico con la cresta Chimango interpretato da Chucho Fernandez e di quello immancabilmente un po’ tardo e con il viso deforme (Evan Leed), meglio German Baudino, pervertito davvero spaventoso con le sue poche chiacchiere, e mamma Mirta Busnelli.
A voler dirla tutta quello che dispiace è vedere i fratelli Onetti sempre troppo impegnati a rendere omaggio al cinema del passato, vuoi che sia italiano o statunitense.
SeLos Olvidados – What the Waters Left Behind, nelle sua denuncia e nel suo ricordo di una vergognosa pagina della recente storia argentina, non avesse ricalcato sfacciatamenteNon Aprite Quella Porta(e un altro grande classico comeLe Colline Hanno gli Occhi) ma tentato un’altra strada più coraggiosamente originale sarebbe stato con buona probabilità un gran film, perché il loro talento, nello scrivere e nel dirigere, è innegabile. Un’occasione sprecata? In questo senso sì. Resta comunque un buon film, uno slasher crudo che gli appassionati dovrebbero apprezzare.
In fondo trovate il film completo, in lingua orginale spagnola con i sottotitoli in inglese. Tutto caricato legalmente, tranquilli.
*: C’è un film del 1950 dal titolo uguale diretto da Luis Buñuel.
La produzione teatrale a tema sovrannaturaleGhost Storiesha superato i record di vendite ai botteghini dei teatri Liverpool Playhouse e Lyric Hammersmith, dove è stato messo in scena per la prima volta tra febbraio e aprile 2010. Lo spettacolo è stato poi trasferito al Duke of York’s Theatre nel West End londinese a giugno 2010, dove è stato rimasto in scena per 13 mesi consecutivi.
Nel 2017 gli autori (lo sceneggiatoreJeremy Dysone l’attoreAndy Nyman) trasformano la loro piece teatrale in un film omonimo di cui curano assieme la regia, mentre Nyman si farà anche carico del ruolo principale.
Descritto dalThe Guardiancome “una antologia di spaventosi racconti sovrannaturali, nella tradizione Inglese della Amicus” e accolto come il miglior horror britannico dopo anni,Ghost Storiesè davvero un gioiellino di cui si è sentito parlare troppo poco.
Partiamo col dire che è un antologico anomalo e originale, perché raramente si è visto una segmento “cornice”, rivelarsi poi così dominante e unico. Ci son molti elementi beffardi che si dipanano durante la visione, e beffardo è l’appellativo che si darebbe a tanti titoli anni ’60 della gloriosaAmicus. Certi dettagli poi, diventano un fil rouge che ci permetterà di comporre nel finale sorprendente tutti i tasselli che vengono mostrati, sottolineati e poi accantonati.
La fotografia del film è straordinaria e di gran classe; la firma un nome che ora grazie al filmJudyha potuto arrivare al grande pubblico mainstream, ma che fino ad allora era relegato a corti e fiction TV:Ole Bratt Birkeland.
Toni freddi e caldi si mescolano con grande armonia e gusto, esaltano le scenografie e negli esterni non mancano le nebbie e le luci blu che han reso gloriosi gli anni ’80.
Le location ci portano da fastosi studi TV a misere roulottes, da fabbriche abbandonate a case di provincia e ville asettiche ed extra lusso.
Il film segue una narrazione precisa e dissemina il percorso di elementi chiave, mai forzati e mai troppo ambigui. E la vera sorpresa sono i dialoghi e i personaggi, che son scritti dannatamente bene, senza fronzoli, senza forzature o sbavature. Tutti son credibili nel loro essere sopra le righe e straordinario, bisogna dirlo, èAndy Nymanin tutte le sue sfumature emozionali attente e sentite. La sua fragilità, la sua insicurezza, il suo senso di colpa si respirano a ogni sguardo.
La regia è anche qualcosa che mi ha lasciata stupita per due esordienti: movimenti essenziali, mai spettacolari, mai gratuiti.
Ghost Storiesè un film che vuole raccontare, un film di scrittura che crede nei suoi contenuti, che non si affida ajump scaresprevedibili e che riesce a stupire per la sua pulizia formale e maturità comunicativa.
Ho inoltre amato queste inquadrature sbilanciate, asimmetriche, quasi sempre a voler suggerire che qualcosa prima o poi possa affacciarsi alle spalle del protagonista, lasciando lo spettatore sempre all’erta e in stato di tensione.
Buoni gli FX ed i make up vecchio stampo, che ricorrono a pochissima CGI, e funzionali le musiche ed il sound design davvero attento e suggestivo; è un piacere notare finalmente certi comparti tecnici in un horror, comparti che sembrano spesso dimenticati (l’ultima volta che ricordo un buonsound designin un film fu perSinisterdiScott Derrickson, ma lì c’eraChristopher Younga curare il tutto!).
TRAMA:lo Psicologo Goodman, ebreo con alle spalle una famiglia difficile, conduce un programma mirato a smascherare casi di ciarlatani “parapsicologi”. Un giorno riceve una misteriosa lettera dall’illustre professore a cui lui si è sempre ispirato, che lo invita/sfida a risolvere tre casi inspiegabili che han fatto vacillare le sue certezze sull’inesistenza dei fantasmi. Goodman così, si avventura nel vortice dei dolorosi ricordi di personaggi emozionalmente instabili, arrivando a riconsiderare anche il suo stesso passato e le sue azioni. Se però nei tre casi la spiegazione sembra comunque possibile, altri fenomeni inizieranno a minare le certezze dell’uomo…
Per Masina è un gran sì: intrattiene, e non si appesantisce di morali e pretenziosità pur restando un prodotto sopra la media per stile e contenuti.
Salve! Io mi chiamo Antonietta Masina e… già, con un nome così, non potevo che amare il cinema.
Son quindi cresciuta fra scherzi, assonanze e rimandi…ad una delle attrici (e muse) più immense; non potevo non conoscere lei (Ovvio, parlo di Giulietta Masina!) ed i film che ha interpretato; grandi film di uno dei più grandi registi di tutti i tempi.
Alle medie, il mio nome venne rielaborato dai compagni di classe in “Antonomasia” e, mentre le altre bambine giocavano con i principi azzurri, io sognavo… sognavo quei cappelli, quei costumi, quei colori… che mi portavano su altri piani di realtà nonostante Fellini stesso affermasse “Non voglio dimostrare niente, voglio mostrare.”
Ai tempi del liceo poi, si parlava spesso con amici su quale fosse la “Birra per Antonomasia”, “la Canzone per Antonomasia” o “il Film per Antonomasia”… che quasi predestinata, scelsi poi di studiare comunicazione per poter lavorare in questo campo, e far sì che “Antonomasia” in persona potesse rispondere alle loro domande!
Chi scrive è una ragazza, anzi, una “persona” che ama il cinema; Il cinema quello fatto con passione, con serietà, ma non seriosità; il cinema condiviso e discusso con chi lo ama, con chi va al cinema (e andare al cinema è come andare in Chiesa per me, con la differenza che la Chiesa non consente il dibattito, il cinema sì).
Ho una forte predilezione per il cinema fantastico ed horror, il mio fine non è solo quello di condividere i miei pensieri o recensire un film specifico (NON sono un critico, né conosco tutto… anzi, ho molti limiti e carenze che spero di colmare), ma anche discutere sulle motivazioni ed i sottotesti di interi generi.
Come avrete capito dal titolo, parlo del film diGuillermo del Toro, blasonato e vincitore di ben 4 premi OSCAR (su 13 candidature) ed ilLeone d’oroa Venezia! Avrete anche capito che però non son qui a lodare l’opera, che non mi ha convinto sotto tantissimi punti di vista.
Il film è visivamente ineccepibile, perfetto, a volte fastidioso nei suoi compiaciuti, estetizzanti (quanto inutili alla narrazione) movimenti di macchina. Stesso discorso per scenografie – uno degli Oscar (o quel che c’è di vero in mezzo a tanta CGI), fotografia (quel che c’è di vero in mezzo a tantaVISIBILECGI), effetti speciali (indovina un pò, CGI), costumi (almeno questi…).
Incredibile come 70 anni fa nel filmIl Mostro Della Laguna Nerasiano riusciti a rendere espressivo e credibile un costume in gomma, mentre qui nonostante il bel costume e la CGI (occhi soprattutto) il risultato della creatura sia sempre insoddisfacente.
È tutto troppo leccato e forzato verso il voler piacere, che rende il risultato poco coinvolgente e artificioso. Ma è anche la ragione per cui il film ha conquistato tutti questi Oscar (che non dimentichiamo sono gli ACADEMY AWARDS ovvero i premi accademici e vengono dati appunto ai film che rientrano negli stereotipi accademici… ecco perchè certi genii non ne han mai vinto uno (da Kubrick ad Altman, passando per De Palma e Welles!).
Incredibile anche pensare che il regista sia lo stesso diMimico delLabirinto del Faunodella cui potenza e coraggio qui non c’è traccia.
la trama vede protagonista Elisa Esposito (una specie di Amelie): una donna affetta da mutismo che lavora come addetta alle pulizie in un laboratorio governativo dove avvengono sperimentazioni a scopi militari. I suoi due unici amici sono la collega afroamericana Zelda e l’inquilino gay Giles, coi quali condivide una vita di solitudine ed emarginazione. Siamo nel 1962, in una ambientazione vintage curatissima, ed in piena guerra fredda (che sottotesto!). Un giorno al laboratorio viene portata una creatura anfibia dall’aspetto umanoide: è stata catturata in un villaggio dell’Amazzonia, dove era oggetto di venerazione dagli indigeni locali. Elisa rimane affascinata dalla creatura e la incontra di nascosto, portandole del cibo e insegnandole a comunicare tramite la lingua dei segni.
La fiera degli stereotipi è infinita che non riuscirei a elencarli tutti: la bruttina ma sexy, italiana (immigrata) amica della nera, muta, che si sente diversa e incompresa come la creatura, che gli altri vedono mostro ma è in realtà un dio con sentimenti, il capo della sicurezza perfetto maritino a casa, ma bastardissimo nazista fuori… la critica alla crisi dei cinema (raffigurato sempre vuoto), l’amico gay che in sé ha tutti gli stereotipi di una stagione diRP Drag Race, il barista belloccio e disponibile che si svela razzista e omofobo perché HEY NULLA E’ COME SEMBRA QUI EH… ma purtroppo tutto è come sembra… perché ogni cosa che dovrebbe essere inaspettata, è citofonata, prevedibile, scontata, fuori tempo massimo.
Questo teatrino di figurine si muove in quella che definirei una scatola di cioccolatini dalla confezione meravigliosa, ma son cioccolatini dal sapore tutto uguale e senza sorpresa nonostante gli involucri colorati e accattivanti. Sulla scena del sogno (che tanti han definito poetica) in bianconero dove i due ballano evocando più una scena comica diFrankenstein Jr.che Fellini, ho sinceramente riposto le mie speranze (come se non fosse bastata la scena –sì, sì certo, poesia visiva– in cui con un semplice accappatoio si sigilla la porta di un vecchio cesso sopra il cinema, per trasformarlo in una piscina).
Inizialmente il film fu annunciato in bianconero e come thriller… i soldi offerti dalla produzione per farlo a colori devono aver portato con sé anche altre condizioni alle quali il regista si è piegato volentieri visto che questa favoletta melensa e romantica non concede brividi.
In mia difesa (e per non sentirmi sola) cito alcune altre fonti che offrono una critica alternativa alle lodi scontate (perché ovvio, ha vinto l’Oscar, quindi è bello!):
La forma dell’acqua: una pozzanghera di sentimentalismo spiccio (Il Primato nazionale)
“I felt nothing for the characters which makes the premise of rooting for the misunderstood a moot point.” (New York observer)
“The Shape of Water has been made with a level of craftsmanship that should be the envy of most filmmakers, but the impudent, unruly streak that so often gives del Toro’s films their pulse has been airbrushed away.” (The Sun)
Ce ne son tante altre negative, così come positive… cercatele da voi, se avete curiosità!
Salve! Io mi chiamo Antonietta Masina e… già, con un nome così, non potevo che amare il cinema.
Son quindi cresciuta fra scherzi, assonanze e rimandi…ad una delle attrici (e muse) più immense; non potevo non conoscere lei (Ovvio, parlo di Giulietta Masina!) ed i film che ha interpretato; grandi film di uno dei più grandi registi di tutti i tempi.
Alle medie, il mio nome venne rielaborato dai compagni di classe in “Antonomasia” e, mentre le altre bambine giocavano con i principi azzurri, io sognavo… sognavo quei cappelli, quei costumi, quei colori… che mi portavano su altri piani di realtà nonostante Fellini stesso affermasse “Non voglio dimostrare niente, voglio mostrare.”
Ai tempi del liceo poi, si parlava spesso con amici su quale fosse la “Birra per Antonomasia”, “la Canzone per Antonomasia” o “il Film per Antonomasia”… che quasi predestinata, scelsi poi di studiare comunicazione per poter lavorare in questo campo, e far sì che “Antonomasia” in persona potesse rispondere alle loro domande!
Chi scrive è una ragazza, anzi, una “persona” che ama il cinema; Il cinema quello fatto con passione, con serietà, ma non seriosità; il cinema condiviso e discusso con chi lo ama, con chi va al cinema (e andare al cinema è come andare in Chiesa per me, con la differenza che la Chiesa non consente il dibattito, il cinema sì).
Ho una forte predilezione per il cinema fantastico ed horror, il mio fine non è solo quello di condividere i miei pensieri o recensire un film specifico (NON sono un critico, né conosco tutto… anzi, ho molti limiti e carenze che spero di colmare), ma anche discutere sulle motivazioni ed i sottotesti di interi generi.
Cosa accade quando una profezia di morte non si avvera? Si festeggia verrebbe da dire. Se ci troviamo però in un film capita che la reazione sia completamente diversa. Due recenti cortometraggi spagnoli hanno ragionato intorno a questo argomento.
In RIP, diretto nel 2017 daAlbert Pintó e Caye CasasdiMatar A Dios, al protagonista restano due giorni di vita, previsione fatta da un medico. Ci prende ma si sbaglia anche: il poveretto (Josep Maria Riera) si risveglia poco prima dell’inizio della veglia funebre mandando moglie (Itziar Castro) e madre (Carme Sansa) nel panico. Deve morire nuovamente e questa volta definitivamente altrimenti si fa una figuraccia con tutti gli invitati che aspettano nella stanza affianco l’inizio della cerimonia. Non sarà facile farlo schiattare.
Humor nero a palate, sangue a secchiate, classi sociali a confronto, con il poveretto di origini umili e la prepotente e bugiarda moglie, donna di città che vuole curare il funerale a modo suo in ogni minimo dettaglio, non rispettando le volontà del morto a cominciare dal taglio della barba. Un povero (in tutti i sensi) Cristo (come una serie di inquadrature lasciano accostare), la cui vita è decisa da qualcun altro, destinato ad una fine che non vuole.
Pintó y Cayepaiono volerci dire che ci vuole fortuna anche a morire perché se hai intorno le persone sbagliate il tuo povero cadavere se la vedrà male. Che poi, il più delle volte, sia un tuo vicino parente a farti le scarpe quando il tuo cadavere è ancora caldo è agghiacciante. I due ci scherzano sopra, rendendo questa tremenda eventualità spassosissima.
Nel secondo cortometraggio, El Escarabajo Al Final De La Calle (2018) esordio di Joan Vives Lozano, in un paesino catalano dove la vita scorre tranquilla a una giovane pescivendola (Alexandra Lacaita) -mentre decapita una ciriola- vengono improvvisamente gli occhi bianchi. Punta il dito contro Amadeo (Alfred Picó), un tizio che faceva la fila nel negozio, e gli profetizza sette giorni rimanenti da vivere.
Siccome Lolin, la giovane veggente, è affidabile (ma non infallibile come rivelano delle interviste agli abitanti) tutti le dànno credito, ma la morte anche in questo caso non arriva, nonostante le sue (di lui) visioni di una blatta gigante necrofaga che pare seguirlo. Il mancato decesso manda su tutte le furie la comunità del paese che ha organizzato per lui una festa commemorativa indimenticabile, trattandolo nei suoi ultimi giorni come un re.
Dalle stelle alle stalle in un attimo. Amadeo sembra condannato ad una vita solitaria, da emarginato, tornando praticamente nella situazione iniziale. Poco importa se il dito di Lolin aveva semplicemente sbagliato mira, da quel momento in poi tra il protagonista e il paese qualcosa si rompe definitivamente, si crea distacco e freddezza.
Eppure il finale pare suggerire un colpo di scena, un ribaltamento dell’ultimo secondo: forse anche il protagonista ha acquisito un dono speciale. Quel suo allontanarsi alla ricerca delloscarafaggio alla fine della stradapotrebbe anche significare semplicemente il definitivo isolamento di Amadeo dal resto della comunità paesana, l’inizio della sua discesa nella follia perché messo da parte da tutti, per una colpa non sua.