Tag:O

  • [RECENSIONE] Obsession (Curry Barker)

    Dopo aver spezzato il misterioso bastoncino del desiderio per conquistare il cuore della ragazza che ama un romantico senza speranza ottiene esattamente ciò che ha chiesto ma presto scopre che alcuni desideri hanno un prezzo sinistro e pericoloso.

    Questa è la trama ufficiale diObsession, film scritto e diretto dall’esordiente youtuber (qui il suo canale)Curry Barker,pubblicata dal distributore Universal Pictures.

    Sinossi abbastanza fedele alla realtà ma che fa passare inosservati un paio di dettagli fondamentali per entrare dentro all’analisi. Proviamo a dirla meglio allora.

    Obsessionè la storia di un ragazzo (Michael Johnston)cheegoisticamentecon un sortilegio priva dellibero arbitriola ragazza (Inde Navarrette) di cui è segretamente innamorato.

    Solo apparentemente quindi Bear è la vittima e Nikki il mostro. Solo guardando in superfice lui è privato della sua libertà, soffocato dal morboso e violento amore possessivo di lei.

    Storia raccontata sempre sopra le righe. Un approccio che stranisce e funziona grazie anche alle molteplici e caricate espressioni facciali di Navarette.

    In questo finto ribaltamento dei ruoli si gioca in qualche maniera sulle ricorrenze nei rapporti tossici. Ed ecco i folli cambi d’umore di lei, le sue violenze sempre più esplicite, la sua ossessione per il loro rapporto che vorrebbe ancora più profondo ed esclusivo, le sue false promesse di cambiare (lasciando a lui un po’ di respiro) e non farlo più.

    Ma la cosa che più inquieta inObsessionè la società che circonda i due ragazzi e i loro amici Ian (Cooper Tomlinson) e Sarah (Megan Lawless). È l’assenza di un mondo adulto, una famiglia, a fare da guida. Un po’ come accadeva anche inTalk To Me.

    Una società assente e che quando compare se ne sta da parte, guarda e non interviene perché egoista e senza empatia, complice di Bear perché simile a lui.

  • [RECENSIONE] What The Waters Left Behind – Los Olvidados (Nicolas e Luciano Onetti)

    Dopo aver omaggiato il giallo italiano conSonno ProfondoeFrancesca, i fratelli argentiniNicolas e Luciano Onetticon il loro terzo lungometraggioWhat The Waters Left Behind – Los Olvidadosrendono grazie al classico statunitenseNon Aprite Quella Porta.

    Lo spunto di partenza è un fatto di cronaca argentino avvenuto a Villa Epecuén: una città turistica nella provincia di Buenos Aires inondata nel 1985 per il cedimento di una diga, per fortuna evacuato in tempo e da allora disabitato.

    Lì si recano ai giorni nostri i sei protagonisti -provenienti dalla capitale argentina- per girare un documentario sulla tragedia. Tre ragazzi e altrettante ragazze, una delle quali (Victoria Maurette) avendo abitato lì al tempo dell’inondazione farà da guida e sarà l’intervistata principale del film in lavorazione.

    Come è facile immaginare il gruppetto diventa presto vittima della famiglia disfunzionale e assassina che dai quei posti non è mai andata via e che nutre nei confronti della città capitale un odio mai sopito.

    Da aquilano terremotato ho rivisto nel gruppetto di videomaker lo sciacallaggio di tante televisioni e di tanti fotografi arrivati dopo il sisma del 2009. Lì però la situazione è decisamente diversa: se L’Aquila piano piano si sta ricostruendo, Epecuén è invece abbandonata da trent’anni, una città fantasma che il governo argentino ha dimenticato (insieme ai suoi abitanti: il titolo originale del film è Los Olvidados, i dimenticati*) e che adesso è meta dei turisti e dei professionisti della tragedia. Ecco spiegato l’odio della famiglia antagonista nei confronti delle istituzioni che la città di Buenos Aires rappresenta e da dove i malcapitati protagonisti arrivano.

    Tornando al film, la folle famiglia dai mascheroni animaleschi si accanisce sui poveri sei in ogni modo: uccisioni e torture varie, stupri (ma senza nudità), amputazioni, sbudellamenti e tutto quello che negli slasher deve esserci. Situazioni che in qualche caso tireranno fuori il meglio e il peggio dei protagonisti e che daranno possibilità al loro sotterraneo di riemergere.

    Oltre ai naturali scenari di Epecuén, sono da apprezzare le scenografie di Sebastián del Prado, la fotografia di Facundo Nuble e gli effetti speciali di makeup di Roman Kampelmacher, Simon Ratziel, Rodrigo Guerechit e Franco Burattini, vincitori del premio al Horrorant Film Festival FRIGHT NIGHT nel 2018.

    Qualcosa che non convince c’è. La caratterizzazione troppo sopra le righe e stereotipata della famiglia, in particolare del meccanico con la cresta Chimango interpretato da Chucho Fernandez e di quello immancabilmente un po’ tardo e con il viso deforme (Evan Leed), meglio German Baudino, pervertito davvero spaventoso con le sue poche chiacchiere, e mamma Mirta Busnelli.

    A voler dirla tutta quello che dispiace è vedere i fratelli Onetti sempre troppo impegnati a rendere omaggio al cinema del passato, vuoi che sia italiano o statunitense.

    SeLos Olvidados – What the Waters Left Behind, nelle sua denuncia e nel suo ricordo di una vergognosa pagina della recente storia argentina, non avesse ricalcato sfacciatamenteNon Aprite Quella Porta(e un altro grande classico comeLe Colline Hanno gli Occhi) ma tentato un’altra strada più coraggiosamente originale sarebbe stato con buona probabilità un gran film, perché il loro talento, nello scrivere e nel dirigere, è innegabile. Un’occasione sprecata? In questo senso sì. Resta comunque un buon film, uno slasher crudo che gli appassionati dovrebbero apprezzare.

    In fondo trovate il film completo, in lingua orginale spagnola con i sottotitoli in inglese. Tutto caricato legalmente, tranquilli.

    *: C’è un film del 1950 dal titolo uguale diretto da Luis Buñuel.

  • [RECENSIONE] The Open House (Matt Angel, Suzanne Coote)

    Netflixsperimenta e propone nelle sue produzioni davvero aria fresca. Ad esempio: Game Over Manpur proponendosi come una comedy demenziale è pieno di splatter e perfino nudi maschili. Punta a trame, cast e registi davvero controcorrente, e questo è il suo punto di forza. Mediamente la recitazione è sempre buona e anche questo fattore non è da sottovalutare.

    The Open Housepoteva quindi essere una occasione per regalare un “Home invasion” particolare, ma purtroppo scade molto presto in una serie di cliché, che vorrebbe evitare proprio per tentare di essere sobrio e con una tensione costruita lentamente, ma invano.

    Occhio a proseguire, cerco di non dare spoiler, ma qualcosa si capirà comunque… anche se in realtà i personaggi stessi spoilerano tutto a 10 min dal film.

    Si parte con un dramma familiare tutto sommato convincente, ma non avvincente, per proseguire con una trama prevedibilissima fin dai primi minuti. Alla lentezza della prima ora, si sommano quindi scontate sequenze di suspense, a cui si vuole rimediare con un ultima mezz’ora horror sadica che però sembra messa lì a caso, quasi solo per stupire, e… cosa peggiore, sostenuta dal nulla: l’assassino è davvero un personaggio di passaggio, casuale, di cui in fondo non ci frega nulla, così come non ci frega dei personaggi di contorno che dovrebbero servire per creare dubbi e un alone di mistero ulteriore, ma invece diventano solo macchiette.

    Parliamoci chiaro, in molti horror dell’assassino sappiamo poco e nulla, ma perfino il vaghissimo background di Jason inVenerdì 13sembra a confronto un approfondimento psicologico e caratteriale sviluppato da Kieslowski. Anche inBlack Christmasdell’assassino non sappiamo nulla, ma il film è costruito diversamente.

    Qui si tradiscono un po’ le regole del gioco: si imposta un thriller che si sviluppa con una determinata trama e personaggi, poi a caso si piazza un twist finale che racconta tutt’altro. Lo spunto della casa, luogo abitualmente di protezione, che qui diventa una minaccia proprio perché volontariamente lasciata aperta ai visitatori (anche quelli con intenzioni non buone) meritava uno sviluppo molto più accurato, proprio perché a suo modo è una intelligente sovversione degli stereotipi…

    Forse serviva maggior tempo per revisionare lo script. Magari affidandolo ad un supervisore esperto di horror, che magari avrebbe tolto i vari scricchiolii, battute citofonate, porte chiuse all’improvviso ma quando te lo aspetti, le solite vicine stralunate, i soliti poliziotti che pur avvisati non credono a una parola, gli immancabili telefoni tagliati e perfino la celeberrima frase ”e ora corri”. Cliché immancabili al punto che non se ne può più.

    In questa ondata di innovazioneNetflixfa un passo indietro proponendo un accozzaglia di situazioni che definire banali è poco. Ci piace la cattiveria e il pessimismo che pervade il tutto, fino a regalare finalmente l’anti Happy ending, ma… non basta a farcelo piacere.

    Diretto a quattro mani daMatt AngeleSuzanne Coote,The Open Housevede protagonistiDylan Minnette e Piercey Dalton.

    TRAMA: Naomi e Logan Wallace, madre e figlio, dopo la tragica scomparsa del rispettivo marito e padre (e versando in condizioni economiche precarie) accettano di essere ospiti della casa di montagna della sorella di lei fino a una ritrovata stabilità. L’unica particolarità è che l’abitazione è in piena fase “Open House”.*

    *: sono case in vendita (spesso abitate) che vengono mostrate, ogni domenica fino alle prime offerte dei potenziali acquirenti, a folti gruppi di sconosciuti accompagnati dall’agente immobiliare di turno.

  • [SPECIALE] I 10 horror esteticamente più belli. (2/2)

    Sei donne per l’assassino.

    Diretto daMario Bavanel 1964, è considerato un film estremamente importante per il cinema italiano di genere, perché codifica definitivamente le regole del giallo all’italiana.Sei donne per l’assassinoè stato anche l’ispiratore inconfessato dei primi film di Dario Argento. Il killer vestito di nero, senza volto e con i guanti sarà uno dei topoi del genere giallo italiano. Il film ottenne buone critiche alla sua uscita nelle sale cinematografiche. I commenti si soffermarono sull’uso della fotografia e sul sadismo dei delitti, ritenuto però eccessivo.Alla fotografia un fedele di Bava, Ubaldo Terzano, che è stato operatore (guarda caso!) anche per Argento.

    In compagnia dei lupi.

    Fra i film del regista diIntervista col vampiroeLa moglie del soldatotroviamo il poco diffuso In compagnia dei lupi; stiamo parlando di quel genio che èNeil Jordan, che meriterebbe di stare in questa lista anche per il magnificoBizantyum.

    TRAMA: In sintesi, la fiaba diCappuccetto Rosso, come mai è stata raccontata, ricca di pulsioni sessuali e sottotesti. Rosaleen è una ragazzina dalla fervida fantasia, figlia di una famiglia ricca, e che vive in una grande casa al limitare di una brughiera. Un giorno la ragazza si addormenta nella sua stanza e comincia a sognare. Nel sogno si ritrova in epoca medioevale, e vive con i genitori e la sorella in un paesello al limitare di un bosco fiabesco infestato dai lupi, che attaccano spesso il paese uccidendo bestiame e, talvolta, anche qualcuno degli abitanti. Una notte la sorella, avventuratasi nel bosco, viene assalita e uccisa da un branco di lupi. Dopo i funerali della ragazza, Rosaleen decide di trascorrere la notte a casa della nonna, un’anziana signora eccentrica.

    Il film, del 1984, è ispirato alle storie sui lupi mannari presenti nella raccolta di raccontiLa camera di sanguediAngela Carter(La compagnia di lupi, Lupo-Alice e Il lupo mannaro). La stessa scrittrice collaborò con il regista alla stesura della sceneggiatura; il film e fu girato interamente in Inghilterra negli Shepperton Studios. Vincitore di festival quali SITGES, FANTASPORTO, AVORIAZ. Agli effetti speciali (indimenticabili)Christopher Tucker(Il quarto uomo, Elephant man, Il senso della vita) eRodger Shaw(Dark Crystal, Indiana Jones e il tempio maledetto) ealla fotografia Bryan Loftus(indimenticabile quella del gioiello drammaticoIl giardino indiano, l’horrorAntisociale vari videoclip di Madonna).

    Le orme.

    Angosciante, sperimentale, diverso.
    Footprints on the Moonè un film del 1974, scritto da Mario Fenelli e Luigi Bazzoni, coerentemente sviluppato tra psicodramma e fantascienza, e diretto daLuigi Bazzoniregista purtroppo poco attivo, scomparso nel 2012.

    TRAMA: Alice (Florinda Bolkan) trascura il lavoro e gli amici ossessionata da un improvviso sdoppiamento di personalità che le fa credere di vivere contemporaneamente due vite diverse e di essere minacciata da un misterioso assassino. La donna tenta di sfuggire all’angoscia abbandonandosi alla droga e viaggiando, ma, durante una vacanza in Turchia, crede di riuscire a far luce in se stessa mettendo assieme labili indizi e seguendo strane premonizioni. Causa del suo malessere sarebbe il trauma per avere assistito ad un filmato nel quale un cinico scienziato (Klaus Kinski) sottoponeva a dolorosi esperimenti un astronauta atterrato sulla Luna. Ma l’equilibrio psichico è ormai compromesso e per Alice, macchiatasi dell’omicidio di un uomo che forse intendeva aiutarla, si aprono inesorabilmente le porte di una clinica per malati mentali.

    La bellezza glaciale della Bolkan incarna alla perfezione il personaggio bipolare di Alice. Tutto in questo film è un estraniante BIANCO, tutto è LUCE… quasi in una anticipazione/ispirazione per il FILM BIANCO di Kieslowki.

    Alla fotografia c’è un nome che non ha bisogno di presentazioni:Vittorio Storaro. Suggestiva l’ambientazione geometrico/metafisica romana (quartiere EUR) contrapposta alla bellezza manieristica e “morbida” di Garma, in Turchia.

    Il quarto uomo.

    Indubbiamente uno dei miei film preferiti di sempre, questo misconosciuto (ai giorni nostri, ahimè!) film diretto dal regista olandesePaul Verhoeven(RoboCop) è uno di quei film che non dovrebbero mancare nella collezione di ogni appassionato. Questo spietato e fatalista thriller del 1983 è tratto dal romanzo omonimo di Gerard Reve, ed è interpretato magistralmente da Jeroen Krabbé (Il fuggitivo, Ocean’s Twelve) e Renée Soutendijk.

    TRAMA: Gerard è un giovane scrittore di successo, omosessuale, con gravi turbe psichiche di tipo paranoide. Invitato a tenere una conferenza in una città olandese, conosce Christine, misteriosa ed affascinanto donna, della quale accetta la corte serrata. Invitato a trascorrere con lei tutto il fine settimana, Gerard accetta ma non tanto per le insistenze della donna, quanto perché vuole conoscere un altro amante della donna, da lui casualmente incontrato il giorno prima alla stazione, e dal cui fascino era rimasto turbato.

    La fotografia è di Jan de Bont, che oltre aver firmato la fotografia di cult comeCujooBasic Instinctha anche diretto film comeSpeedeTomb Rider: Cradle of life.

    Il nido del ragno.

    Curioso, originalissimo e sottovalutato film del 1988 diretto daGianfranco Giagni, regista che dopo aver diretto la serie erotica fantasy per la TVValentinaconDemetra Hampton, si è dedicato alla regia di documentari.

    TRAMA: Alan Whitmore è un professore di religioni orientali incaricato di andare a Budapest per indagare sul perché il suo collega, il professor Roth, non fa più avere sue notizie. Withmore riesce a raggiungerlo e a parlargli poco prima che il professore venga ritrovato impiccato nella sua camera. Da quel momento Withmore si ritrova invischiato in una serie di affari loschi con al centro una misteriosa setta segreta.

    Echi “lovecraftiani” in questo horror-fantastico di difficile reperibilità home video, in cui spiccano i notevoli effetti di Sergio Stivaletti (qui in uno stato di grazia).

    La fotografia è del maestro Nino Celeste, che ha lavorato nella sua carriera – tra gli altri – nei film di Pier Paolo Pasolini, Damiano Damiani, Carlo Lizzani, Lucio Fulci, Mario Bava, Roberto Faenza, Liliana Cavani, Umberto Lenzi. Celeste gioca con luci colorate ed atmosfere rarefatte che costruiscono una Budapest magica.

  • [RECENSIONE] L’ora nera (Chris Gorak)

    Sean (Emile Hirsch) e Ben (Max Minghella) sono due giovani americani a Mosca per vendere una loro idea. Il tempo di vedersela soffiare dallo svedese senza scrupoli Skyler (Joel Kinnaman), di prendersi una mezza sbronza per dimenticare la sola, di conoscere due americane (Olivia Thirlby e Rachael Taylor) in un locale che si scatena l’inferno. Dal cielo arrivano dei cattivissimi alieni invisibili che in una notte polverizzano la popolazione. I quattro chiaramente sopravvivono al micidiale attacco e insieme a Skyler si mettono alla ricerca di altri superstiti e di un sistema per sconfiggere i bastardi.

    Durante il viaggio qualcuno incontreranno, qualcuno morirà ma sono morti necessarie per un finale decisamente roseo che si preannuncia durante tutta la pellicola, vuoi per l’ironia o per i continui progressi dei protagonisti. Tutto già visto, trito e ritrito almeno per quanto riguarda gli sviluppi della storia. Anche questa volta l’invasore (in visita distruttiva perché abbiamo qualcosa che lui non ha) viene rimandato a casa perché l’uomo è troppo forte e furbo per finire male.

    La novità de L’ora nera sta nell’invasione invisibile, concetto già sfruttato in realtà durante gli anni ’50 e ’60 in piena guerra fredda, basti pensare a L’invasione degli ultracorpiGli invasori spazialiDestinazione Terra o Ho sposato un mostro venuto dallo spazio. Qui grazie alla GCI si supera l’idea che l’invisibilità si celi dietro sembianze umane ma è poca cosa perché, appunto, non cambia il fondo (la sostanza) ma solamente la forma (l’apparenza). Stiamo però parlando di un film in 3D pensato per incassare dindi e basta, quindi di che lamentarsi? Semmai del fatto che il ritmo non è sempre altissimo, anzi spesso cala vertiginosamente lasciando lo spettatore annoiato e questo da un blockbuster non possiamo proprio tollerarlo.
    L’ora nera è una copoduzione USA/Russia (voluta da Timur BekmambetovTom Jacobson e altri) diretta da Chris Gorak uno che nel cinema ha lavorato quasi sempre in ambiti scenografici.

    Guarda in streamingL’ora neradiChris Gorak.

  • [RECENSIONE] La Orca (Eriprando Visconti)

    Titolo essenziale nella filmografia di Eriprando ViscontiLa orca narra di un sequestro di persona nel pavese finito male che ribalta il meccanismo psicologico che sta alla base della sindrome di Stoccolma. Qui infatti non è Alice, la sequestrata, ad innamorarsi del suo aguzzino ma esattamente il contrario. Durante i giorni di prigionia infatti sarà il sempliciotto Michele a finire sempre più gradualmente sotto le grinfie della bella ragazza.

    Ma c’è di più nel loro rapporto perché Alice e Michele sono due personaggi che scoprono insieme le loro solitudini. Alice abbandonata dalla sua ricca famiglia, così almeno sembrerebbe all’inizio visto che i soldi del riscatto non vengono pagati, Michele, calabrese che fa di tutto per integrarsi tifando Juventus e cose simili, lasciato quasi sempre solo con la ragazza dai suoi compari che devono badare alle fasi del sequestro o ai loro fatti privati. Michele non è nessuno e non ha nessuno ed Alice rappresenta per lui una valvola di sfogo.

    Apparentemente sembrerebbe lui la parte forte della coppia, tutto però si stabilisce chiaramente dal momento in cui l’uomo si toglie la maschera rappresentata – neanche troppo metaforicamente – dal passamontagna che indossa ogni volta che entra nella stanza di lei. Michele tira giù la maschera, si mette a nudo, dichiara apertamente le sue intenzioni ma non si accorge che la ragazza sta recitando tutta una parte, che la sua maschera è ancora attaccata al suo viso. Anche Michele per Alice è una valvola di sfogo, un mezzo per esorcizzare le paure, per colmare quel vuoto che ha scoperto dentro e intorno a sé, per restare – in tutti i sensi- viva.

    Tra i due nasce un rapporto che fa emergere dalle tenebre istinti primordiali e universali da condividere nel buio o nel silenzio che annulla ogni barriera sociale, ma è una occasione straordinaria destinata a non durare in eterno perché la storia di Michele e Alice dimostra che i poveracci alla fine soccombono sempre ai ricchi. Perché alcune storie non hanno proprio futuro.