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  • [RECENSIONE] Ammazzare Stanca (Daniele Vicari)

    Antonio Zagari (Gabriel Montesi) è giovane, vive nella provincia di Varese e lavora in una fabbrica. Antonio discende da una famiglia calabrese affiliata con la ‘ndangheta e per essa compie estorsioni, rapine e omicidi. Non vorrebbe uccidere ma è costretto. Dal padre Giacomo (Vinicio Marchioni) che comanda la zona agli ordini di Don Peppino (Rocco Papaleo), dagli atteggiamenti del fratello (Andrea Fuorto) che non vive la cosa come una imposizione.

    Antonio lo fa perché lo deve fare, perché è cresciuto in quell’ambiente, con quella mentalità (fatta di assurdi riti). Sempre più controvoglia continua a farlo.

    Prova anche a mascherare il suo disagio senza riuscirci però bene. Lui che alla vista del sangue vomita o perde i sensi. O che parla con accento del nord ma ha a che fare quasi esclusivamente con gente che parla in calabrese. Che non è felice per il fratello che diventerà presto affiliato. Non è proprio compatibile con quell’ambiente, ma porta sempre a compimento gli impegni malavitosi, perché a bloccarlo ci sono i legami famigliari.

    Liberamente ispirato all’autobiografia del pentito Antonio Zagari,Ammazzare StancadiDaniele Vicariè il racconto di questo pesce fuor d’acqua dalla repressione fino al momento della sua sofferta liberazione.

    In questo lungo percorso del protagonista emerge soprattutto il personaggio di Enzo, fratello di Antonio. Il suo entusiasmo iniziale si spegnerà di colpo quando entreranno in gioco i sentimenti.

    Ammazzare Stanca intrattiene senza mai cadere nelle banalità.

    Daniele Vicarinei suoi film racconta gli avvenimenti sempre nella maniera più semplice, immediata e fruibile, senza calcare la mano dove non serve. Per esempio inAmmazzare Stanca – Autobiografia di un assassinofacile sarebbe stato evidenziare di più i dettagli splatter. Lui li mostra ma senza dilungarsi, anche perché hanno effetti indesiderati sul protagonista.

    Ma il vero pregio del film sta nella volontà di fuggire dalla retorica che (soprattutto) in certi racconti-generi-situazioni prima o poi salta fuori. La cosa è particolarmente evidente nel rapporto tra Antonio e Angela (Selene Caramazza).

    Un personaggio forte rispetto alle altre pochissime donne presenti che restano sullo sfondo, portano solo da mangiare a tavola e non parlano quasi mai. Lei invece sceglie cosa fare della propria vita.

    La loro storia d’amore non si avvicina mai al mieloso, a quel racconto falso, banale e paraculo da mondo perfetto. E se non è un piccolo miracolo questo.

    Ammazzare Stanca di Daniele Vicari è distribuito nelle sale da01 Distribution.

  • [RECENSIONE] Alpha (Julia Ducournau)

    AlphadiJulia Ducournauè il racconto della incasinata vita di una tredicenne francese che vive da sola con la madre.

    La storia di una crescita in un mondo dove gira un virus, che si trasmette attraverso il sangue e ammazza trasformando in statue le persone infette, che la protagonista Alpha (Mélissa Boros) forse ha contratto (facendosi un tatuaggio mentre era incosciente durante una festa, dannata gioventù).

    È la narrazione della ribellione e delle paure di una appena adolescente con le sue prime esplosioni ormonali, il suo corpo che cambia. Ed è un film sulla famiglia, sui legami di sangue, su un passato che torna per dire la sua, che sia la nonna berbera (Zohra Benbetka) con le sue credenze-superstizioni popolari o lo zio tossicodipendente Amin (Tahar Rahim) che non ricordava di avere (nonostante la dura e tenera sequenza d’apertura che li vede insieme) e che improvvisamente spunta fuori.

    Alphaper certe cose pare quasi lo speculare diTitane.

    Se nel film Palma d’oro c’è una trasformazione fisica che è in fin dei conti un inno alla vita (di una nuova carne), inAlphal’umanità diJulia Ducournausi sgretola senza scampo persa in una realtà che sovrappone e alterna passato e presente, sogni, speranze, memorie, fantasie, paure.

    Alphaè distribuito nelle sale daI Wonder Pictures.

  • [RECENSIONE] Antropophagus – Le Origini (Dario Germani)

    Il destino. L’inevitabilità di certi eventi.

    Nel cinema horror hanno avuto parecchie declinazioni: dagli scienziati pazzi alla Frankenstein convinti che il loro scopo sia quello di imitare dio, alle “final girl” degli anni ’70 e ’80 che a dispetto di tutto e tutti sopravvivono al mostro, a volte lo uccidono persino.

    Questi temi sono centrali nel film horrorAntropophagus – Le Originidiretto daDario Germani. E il modo di trattarli, di ragionarci, ricorda quello di un altro lungometraggio del terrore del regista che èLettera H*.

    In entrambi i filmla famiglia e il corredo geneticoche si tramanda sono elementi scatenanti dell’irreparabile.

    Se lì c’era di mezzo il Mostro di Firenze e i suoi compagni di merende, qui rientriamo dentro la storia di uno dei cult horror italiani più noti, violenti e amati di sempre:AntropophagusdiJoe D’Amatodel 1980.

    Antropophagus – Le Originici fa conoscere il punto di partenza e dove quel cannibalismo è arrivato adesso.

    Una origine che nasce in un contesto disperato, ma da lì a restarne affascinati si fa presto, e arriva ai giorni d’oggi adattandosi bene alla vita metropolitana. Anzi verrebbe da dire che i tempi moderni in qualche modo facilitino lo sfogo del vizietto cannibale.

    Protagonisti due cugini, Hanna e Ugo, Valentina Corti e Salvatore Li Causi, lei incinta e in fuga dall’Italia, lui solitario, sterile e in pianta stabile a Budapest.

    Sono i figli dei fratelli Bruno e Klaus Wortmann i quali dopo la fine della seconda guerra mondiale, nella capitale ungherese, formarono una comunità che si arrangiava a sopravvivere fino ad abbattere le leggi morali.

    Klaus era quello con le remore mentre Bruno quello senza scrupoli che intorta gli altri con deliri esistenziali e politici. Chi ha visto il film di D’Amato sa bene cosa farà dopo Klaus Wortmann in Grecia, ma il film diDario Germanice lo ricorda comunque per sottilineare in fin dei conti che c’è chi lascia la bestia interiore dormiente, negandola, e chi invece la lascia libera.

    Antropophagus – Le Originiè distribuito nelle sale dal 28 luglio daFlat Parioli.

    *:Lettera Hha vinto il premio comemiglior film all’Abruzzo Horror Festival del 2019.

  • [RECENSIONE] Al progredire della notte (Davide Montecchi)

    Claudia è bloccata. Immobilizzata principalmente a causa delle sue paure alimentate dal rapporto con la madre oltremodo apprensiva. Non è libera e il suo compagno Ludovico forse è la voce che le serve per sbloccare queste sue insicurezze.

    E poi un giorno arriva nella sua vita Letizia, affittuaria di una casa dove lei si reca, in un posto sperduto nel nulla e nella nebbia, per partecipare ad un corso di sopravvivenza lì vicino. La donna la introduce alla metafonia, disciplina esoterica che permette di parlare con i morti attraverso le onde radio.

    Un film sul riscatto.

    Voci che continuano a dirle di restare ferma dov’è, oppure la spronano a migliorarsi per realizzare i suoi desideri. Lei nel mezzo che non riesce a scegliere, perduta tra sensi di colpa e paura di buttarsi, di recidere il cordone ombelicale. Fino a queste nuove voci ultraterrene che un po’ la affascinano e un po’ la spaventano catapultandola, suo malgrado, nell’avventura che la porterà verso l’emancipazione.

    Una liberazione che richiede coraggio, un doppio coraggio per Claudia. È questa la vera sfida che le si pone davanti. Perché le sue fragilità e insicurezze già la spaventavano sufficientemente già prima che entrasse in quella casa isolata dove vive Letizia. Ma è solo toccando il fondo, come si dice in certi casi, che possiamo davvero risalire verso la superfice. E l’occasione gliela fornisce proprio la metafonia, altre voci ancora, ancora più spiazzanti, che però accendono in Claudia un richiamo all’avventura che qui più che altrove sa di riscatto.

    Al progredire della notteè unhorrorsul superamento delle paure che il registaDavide Montecchiracconta con uno stile molto ricercato, originale e citazionista allo stesso tempo. Oltre la bella forma c’è però la base di sostanza della sua sceneggiatura con i suoi elementi depistanti e ambigui, che tra caso e destino prendono sempre più connotati spaventosi.

    Le due interpreti.

    La tensione cresce gradualmente anche grazie alla sorprendente interpretazione diLucia Vasinicon i suoi sguardi e sorrisi sempre più inquietanti. Per lei un ruolo decisamente lontano dai suoi surreali personaggi comici portati a teatro. E poi c’è la vittima sacrificale Claudia interpretata daLilly Englert, giovane attrice nata a Londra ma vissuta a Parma nei primi anni di vita, che prima di approdare al cinema (Matrimonio con Ex, Piccole donne) si era fatta notare a teatro in alcune produzioni Off-Broadway. Anche lei è azzeccata nel ruolo di ragazza fragile riluttante all’idea di mettersi in gioco.

    Dopo l’esordio conIn a Lonely Place(vincitore del primo Abruzzo Horror Festival)Davide Montecchisi conferma conAl progredire della notteun autore assolutamente da tenere in considerazione.

    Il film è in programmazione ancora per qualche giorno a Bologna (Nuovo Nosadella), Roma (Multisala Lux) e Milano (Notorious Cinema di Merlata Bloom Milano).

  • [RECENSIONE] A 30 milioni di Km dalla Terra (Nathan Juran)

    Quante volte nel cinema digenere fantasticoabbiamo assistito alla cattura di creature da parte di un uomo più bestia del mostro stesso?

    Oltre ai grandi classiciKing Kong(1933) eIl mostro della laguna nera(1954), lo stesso argomento viene trattato nel film del 1957A 30 milioni di km dalla Terra(t.o.20 Million Miles to Earth) diNathan Juran, scritto daChristopher KnopfeBob Williams, prodotto daColumbia Pictures.

    Qui l’uomo dà la caccia ad unlucertolone bipedeproveniente dal pianeta Venere, giunto sulla Terra (insieme ad una missione spaziale statunitense costretta ad ammarare in Sicilia) quand’era ancora un uovo per essere studiato. Creatura che cresce a dismisura in pochissimo tempo, perché più grosso è il mostro meglio è, animata instop motiondal maestro dei maestri di questa tecnicaRay Harryhausen.

    La stronzaggine umana esce fuori attraverso l’invadente prepotenza dell’esercito statunitense e il personaggio del Colonnello Calder (William Hopper). Costui è l’unico astronauta sopravvissuto al disastroso rientro della navicella e ad aver già osservato quelle creature su Venere. Rassicura che il rettile diventa aggressivo solo se provocato ma poi si organizza per ucciderlo mobilitando l’esercito con bombe a mano, carri armati e lancia razzi.

    Dall’altra parte c’è l’empatia della studentessa di medicina Marisa (Joan Taylor). Lei riconosce la paura negli occhi della creatura ma alla fine subisce il fascino della divisa del militare quando le chiede scusa per i suoi ostili comportamenti iniziali.

    Alla fine si allontanano insieme per le strade di Roma per quella cena a lume di candela da loro progettata.

    Anche qui poi si ripropone il classico abominio della scienza che si vende al potere. Questa è rappresentata dallo zoologo Leonardo (Frank Puglia), nonno di Marisa, che inizialmente si batte per la creatura ma poi finisce per far parte dello staff controllato dall’esercito che la studia. Forse perché suggestionato dalle loro avversioni verso il diverso e l’ignoto che la Guerra Fredda sosteneva.

    Propaganda!

    Tutti in qualche modo si lasciano convincere che il metodo degli statunitensi sia il migliore. Che in fin dei conti invadere ci può stare se è a fin di bene. Anche se il pericolo è solo una ipotesi o non c’è affatto. Esattamente il pensiero che gli States con il loro esercito ancora applicano oggi nel mondo reale.

    Il registaNathan Juranè un veterano del genere fantasy. Dopo l’esordio nel 1952 con l’horrorIl Mistero del Castello nerointerpretato da Boris Karloff e Lon Chaney Jr., nel corso della sua carriera ha direttoLa mantide omicida(1957),Attack of the 50 Foot Woman(1958),Il 7° viaggio di Sinbad(1958),L’ammazzagiganti(1962) eMai con la luna piena(1972) suo ultimo film.

    Guarda in streamingA 30 milioni di km dalla TerradiNathan Juran.

  • [RECENSIONE] Alien Romulus (Fede Alvarez)

    In questi anni (oramai lustri, decadi) di “morìa delle vacche” delle idee delle grosse case di produzione in cui tutto deve essere rifatto, azzerato, allungato, L’Alien RomulusdiFede Alvarezsi inserisce alla grande non aggiungendo niente di nuovo ad una delle saghe più importanti della fantascienza moderna.

    Peccato. Dispiace perché l’uruguaianoFede Alvareze il suo conterraneo sceneggiatoreRodo Sayaguesavevano debuttato ad Hollywood col botto nel 2013 realizzando il reboot del cult horrorLa CasadiSam Raimiinventandosi un finale apocalittico davvero notevole.

    Questa volta i due non fanno un remake delprimo film di Ridley Scott(qui produttore insieme a Walter Hill, altra mente dietro al franchise) ma un suo seguito. Anzi, il glossario cinematografico definisceinterquelquel titolo che si colloca tra il primo e il secondo capitolo di una saga, va be’…

    Unseguitoperò in cui si ritorna su un’astronave, come nella pellicola di Scott. Che a voler essere banali è il primo grande segnale che qui non ci sono ad aspettarci grosse novità.Un sequel, o meglio un interquel, che in realtà è remake.

    Alien Romulusrifà e si rifà a quel film ma omaggia al contempo tutta la saga.

    Nella riproposta della stessa situazione del film di Scott,Alien Romulusinserisce un gruppo di giovani protagonisti, precari, sfruttati, che non hanno nulla da perdere e per questo finiranno in un bel guaio. Un gruppo di ragazzi senza una guida, un qualche adulto che gli faccia da mentore, allo sbaraglio.

    Questi eroi perduti nel fiore dell’età però non vengono approfonditi e sviluppati, soprattutto in riferimento al dramma delle loro esistenze da sempre segnate.

    L’assenza di un mondo adulto, di una famiglia, viene un po’ fuori nel rapporto tra Rain (Cailee Spaeny) e l’androide difettoso Andy (David Jonsson) da lei considerato un fratello.

    Alien RomulusrifàAliene anche gli altri della saga, ma Alvarez (per quanto bravo) non è Scott, non è nemmeno Cameron o Fincher o Jeunet. Sono davvero pochi i momenti di regia esaltanti, ansiogeni o che fanno sobbalzare per la loro bellezza ed efficacia.

    Un’occasione perduta smentita però dai risultati al botteghino: solamente in Italia il film ha incassato per ora più di 2 milioni e 100 mila euro (fontecoomingsoon.it), segno che la politica del tornaconto di Disney Company-20th Century Studios funziona alla grande. Siamo proprio spacciati.