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  • [RECENSIONE] Lo Squartatore di New York (Lucio Fulci)

    Dopo una parentesi horror, Fulci torna al giallo nel 1982 conLo Squartatore di New York, ma lo fa portandosi appresso tutti gli strascichi di violenza maturata in film comeZombie 2oL’aldilà.

    Considerato fra i thriller più violenti mai fatti, è anche uno dei più cupi e spietati del regista romano.

    Come perNon si sevizia un paperino,7 note in nerooUna lucertola dalla pelle di donna, il meccanismo giallo è qui impeccabile e perfettamente funzionante: non ci sono sbavature, non ci sono paradossi e forzature come spesso accade in Argento, dove la credibilità della trama gialla lascia spesso spazio a fantasiose suggestioni e deviazioni che poco han a che fare con i meccanismi del genere.

    Fulci dissemina il film di continui indizi per farci capire chi è l’assassino, con altrettanti falsi campanelli di allarme, più– spoiler –la trovata geniale di mostracelo a metà film– spoiler –mostrandoci delitti di rara crudeltà, con effetti realistici (stavolta affidati aFranco Di GirolamoeRosario Prestopino) fotografati magistralmente daLuigi Kuveiller(Profondo Rosso, Dracula cerca sangue di Vergine, Il mostro è in tavola). Grande cura dei personaggi e sfumature, rendono questo fra i migliori film di Fulci e dell’intera decade.

    Ogni personaggio è disegnato con attenzione e sempre un velo di disperazione (l’omosessualità nascosta dello psicologo, la coppia “borghese e aperta”, il poliziotto che va a prostitute per cercare un po’ di affetto) e in particolar modo lasciano il segno due camei: quello dell’uomo ad inizio film, solo col suo cane e con un abbigliamento molto trasandato… mentre sullo sfondo svetta il ponte di Brooklyn, e non si capisce se sia un homeless, ma in USA quanti se ne vedono così, al limite della sopravvivenza… una nazione divisa fra ricchezza e povertà assoluta. L’altro cameo è quello della padrona di casa della prima vittima, una signora sola, che avrebbe tanta voglia di parlare (e lo fa) pur rendendosi conto che ciò che dice non interessa a nessuno.

    La versione italiana era massacrata dai tagli, fra cui alcune scene riguardanti lo psicologo (interpretato da uno dei fedeli del regista,Paolo Malco) e la sua assistente (Barbara Cupisti) e ovviamente le scene cruente. Fulci sottolinea in una sequenza l’omosessualità del personaggio interpretato da Malco, lasciando intuire che a voler morte quelle belle donne possa essere appunto un omosessuale, in perfetta linea con certe filosofieargentianedell’epoca che voleva il “diverso” inquadrato come un/il possibile mostro.

    Incredibilmente generose anche le scene di sesso e di erotismo morboso, davvero insolite per Fulci, ma che son davvero funzionali e mai gratuite, regalandoci anche alcuni nudi integrali per ambo i sessi.

    Nel cast nomi di spicco e che diventeranno poi molto famosi comeAndrea Occhipinti,Howard Ross(al secolo Renato Rossini, attore noto per aver interpretato oltre 80 peplum grazie al suo fisico statuario) e l’icona Zora Kerowa (Antropophagus,Cannibal Ferox), mentre meno fortunata è stata la carriera di Almanta Keller (akaAlmanta Suska) che dopo l’ottima prova da protagonista in questo film, ha fatto alcune serie TV per poi sparire nel nulla.

    Immancabili leautocitazionifulciane: dal primo piano della mano ritrovata (come inZombie 2) all’occhio torturato della poveraDaniela Doria(Quella villa,Paura) fino alla presenza del pupazzo di uno dei nipotini di Paperino, come nel cultNono si sevizia un Paperino.

    A quanto pare, a rendere introvabile l’assassino (oltre che causa dei delitti) doveva essere la PROGERIA, una malattia degenerativa dei tessuti, che provoca un rapido invecchiamento. Fulci preferì modificare lo script sotto questo aspetto, e gli stessi sceneggiatori (Clerici e Mannino) rivendettero la stessa ottima idea aRuggero Deodato, che la trasformò nel gioiello misconosciutoUn delitto poco comune. Curiosamente questa stessa tematica sarà poi affrontata un anno dopo nel filmMiriam si sveglia a mezzanottedi Tony Scott.

    Film da recuperare. Lo consiglio nella magnifica edizione della BLUE UNDERGROUND… la label nientepopodimeno diWilliam Lustig(sì, il regista diManiac!) che sta rieditando in edizioni magnifiche – complete di audio italiano – e succosi extras, tutti i film del bistrattato maestro.

  • [SPECIALE] 10 film che hanno segnato lo sviluppo del Giallo in Italia. (2/2)

    Torso, conosciuto anche comeI corpi presentano tracce di violenza carnale, è un film del 1973 diSergio Martino. All’estero è stato, assieme al filmReazione a catenadiMario Bava, il precursore del filone degli slasher movie statunitensi (di cui fanno parte titoli comeHalloween – La notte delle streghee la saga diVenerdì 13) sebbene molti condividono il pensiero che al primato vada affiancato anche il titolo diBlack ChristmasdiB. Clark.

    Torsoperò presenta tutti gli elementi che verranno poi presi in prestito in modo letterale negli slasher americani degli anni successivi. Martino non lesina in momenti gore e dettagli sexy… fa crescere la tensione e soprattutto contestualizza il rapporto vittima-carnefice, con vette claustrofobiche riuscite.

    TRAMA: Un serial killer colpisce a Perugia tra gli studenti universitari e tre studentesse si ritirano in una casa di montagna per dimenticare gli ultimi efferati delitti. Purtroppo per loro vengono raggiunte da un’amica e anche dal serial killer che continua a uccidere fino a un finale sconvolgente. BravissimaSuzy Kendall(L’Uccello dalle piume di cristallo) sulle cui spalle si regge quasi tutta la tensione del film.

    La tarantola dal ventre neroè un film del 1971 diretto daPaolo Cavara, ed uno dei film dal “titolo zoologico” nato sulla scia deL’uccello dalle piume di cristallodiDario Argento. Il documentarista Cavara, agli inizi degli anni sessanta entrò in contatto conAngelo Rizzoliper il quale realizzò come autore e regista, conGualtiero JacopettieFranco Prosperi,Mondo cane(1962) eLa donna nel mondo(1963). In origine si trattava di un unico film che fu poi diviso in due a causa dell’enorme materiale da lui realizzato.Mondo canefu considerato il primo documentario shock e fece in breve tempo il giro del mondo.

    Morricone alle musiche,Giancarlo Giannini,Barbara BoucheteStefania Sandrellinel cast sono una garanzia per la visione.

    TRAMA: Dopo aver subito il ricatto di un misterioso individuo a causa di una foto che la ritrae con il suo amante, Maria Zani viene trovata morta con il ventre orribilmente squarciato. Mentre il commissario Tellini inizia le indagini, Paolo, marito della vittima, incarica Catapulta, un investigatore privato, di individuare il personaggio fotografato con la defunta moglie. La situazione si fa complessa e drammatica quando si scopre che l’assassino, prendendo a modello quello che l’ape fa alla tarantola, usa immobilizzare la vittima con una puntura per poi vivisezionarla ancora viva e sensibile.

    Se l’intreccio risulta a volte poco avvincente, la regia ci restituisce – tramite bellissime inquadrature e dettagli curatissimi – tutta la forza del GIALLO all’italiana: il primo delitto, quello di Barbara Bouchet, è da antologia!

    La coda dello scorpioneè un film del 1971 diretto daSergio Martino. Il titolo del film fa riferimento ad una coppia di gemelli con la forma di uno scorpione, indizio che sarà rilevante per la scoperta della verità nelle indagini.

    TRAMA: La signora Baumer, rimasta vedova dopo la morte del marito Kurt, a causa dell’esplosione dell’aereo su cui stava viaggiando, si reca ad Atene per riscuotere i soldi dell’assicurazione che il defunto marito aveva stipulato sulla sua vita. La donna entra così in possesso di un milione di dollari. Ma la società assicuratrice che ha stipulato la polizza incarica l’investigatore Peter Lynch di indagare se la moglie non sia in qualche modo coinvolta nella morte del marito. E proprio nella città greca la signora Baumer viene brutalmente uccisa da un misterioso assassino, che le porta via tutto il denaro. (FONTE:wikipedia).

    Quello che più colpisce in questo film (a parte le musiche di Nicolai) è la simmetria con cui vengono composte le inquadrature e una certa ossessione per lo stile che diventa quasi eccessivo in ogni dettaglio ma, soprattutto, il montaggio diEugenio Alabisioche crea passaggi e transizioni temporali con un linguaggio tutto suo che andrebbe studiato nelle scuole di cinema.

    Sergio Martinofu costretto a rinunciare aEdwige Fenechperché in quel periodo era incinta, e molti critici non perdonano al film questo “vuoto”, a mio parere ben riempito daAnita Strindberg(Milano Odia La Polizia Non Può Sparare,L’Anticristo,Una Lucertola Con La Pelle Di Donna).

    Se nei thriller con la Fenech, la donna è vittima o apparente vittima di losche e insospettabili trame, qui invece la figura femminile del film è un personaggio dinamico, con una funzione precisa e decisiva nella risoluzione della complessa trama. È un thriller che potremmo definire “solare”, sia per i bei paesaggi greci e poi per quella presenza costante e costruita ad arte di battute ironiche che accompagnano lo svolgimento delle indagini sui delitti.

    Sette note in neroè un film del 1977, diretto daLucio Fulci. Contende la presenza in questa lista con il precedenteUna Lucertola con la Pelle di Donna, sempre di Fulci, ma fra i due ho preferito optare per questo… perché la componente paranormale qui si radica per la prima volta in una dimensione credibile e contestualizzatissima, rendendo il film un cult senza tempo (a parte la datata canzone dei titoli di testa!).

    L’idea iniziale del film era un riadattamento al romanzoTerapia mortalediVieri Razzini, ma il regista, in collaborazione conRoberto Gianviti, non trovando sbocchi sulla sceneggiatura, decise di modificarla con l’aiuto diDardano Sacchetti. La nuova sceneggiatura prende spunto anche dal raccontoIl gatto nerodiEdgar Allan Poe, dove una donna viene murata viva e ritrovata grazie a un “suono”… che il miticoQuentin Tarantinoha omaggiato nel suoKill Bill Vol. 1, utilizzando proprio il tema principale della colonna sonora, nella scena del risveglio della sposa (Uma Thurman).

    TRAMA: Fin da bambina Virginia ha avuto delle visioni: ha previsto per esempio il suicidio della madre. Ora, fresca sposa di Francesco Ducci, “vede” l’omicidio di una donna murata nella villa del marito. Questi finisce dapprima in carcere poi, scagionato, esce, ma l’omicidio previsto da Virginia deve ancora accadere.

    La scena iniziale (l’unica cruenta) con i dettagli della donna suicida mentre cade da una scarpata, viene ripresa dal suoNon si sevizia un paperino del 1972. Il regista indianoPartho Ghoshha girato un remake B-movie del film intitolato100 Days, uscito nel 1991.

    Un remake non ufficiale invece, ha scatenato moltissimi “rumors” all’estero negli ultimi anni, per il fatto di non aver mai apertamente riconosciuto il debito a Fulci: stiamo parlando del filmLe verità nascostediRobert Zemeckiscon la Pfeiffer e Ford, in cui al muro e alla “nicchia” si sostituiscono il muro d’acqua del mare e l’interno dell’automobile affondata, ma per il resto tutto si svolge uguale.

    Suor Omicidi (1979).

    Non si può concludere la lista se non con quest’opera kitsch e coraggiosa, ispirata ai delitti di Suor Godfrida – come venne soprannominata Cecile Bombeek – una suora della Congregazione apostolica di San Giuseppe e responsabile nel reparto di geriatria in un ospedale pubblico in Belgio; Cecile fu ufficialmente accusata di aver ucciso tre pazienti, ma si scoprì che ne aveva uccisi più di 30 tra il 1976 e il 1978 con atti di sadismo.

    A dispetto del quasi ridicolo titolo italiano (titolo internazionaleKiller Nun), siamo di fronte a un giallo malato e molto crudele, e negli States pare esista addirittura un fans club che venera questo film alla pari di pellicole qualiIl MonacoeI Diavolidi Russell.

    TRAMA: Suor Gertrud scopre di essere malata di tumore al cervello e, per questo motivo, viene sottoposta ad un delicato intervento. L’intervento riesce perfettamente ma, dopo l’intervento, suor Gertrud viene sottoposta ad una cura a base di morfina. La religiosa finisce col diventare tossicodipendente e l’uso-abuso del farmaco diventa una vera e propria ossessione (FONTE:wikipedia).

    Anita EkbergeJoe Dallessandrosono i protagonisti di questo trip in cui non ci vengono risparmiati nudi integrali (anche maschili), sadismo e blasfemia…
    Giulio Berrutifirma un’opera controversa che iscrive di diritto questo film nel folto calderone delle opere maledette, distrutte sul nascere dalla cecità di preconcetti ideologici che poco hanno a che fare con la qualità artistica di un prodotto, al punto da spingere un regista promettente (che fu co-sceneggiatore e aiuto regia inHanno Cambiato FacciaeBaba YagadiCorrado Farina, e regista diNoi siam come le lucciole) ad abbandonare il cinema.

    «Dopo le disavventure produttive diSuor Omicidi, mi passò totalmente la voglia di continuare a fare quel tipo di cinema e decisi di dedicarmi solo ai documentari, nei quali ero libero di potermi esprimere … è la prima volta, in trent’anni, che presentoSuor Omicididavanti a una platea per una proiezione pubblica … questo film, per tanti anni, è stato dimenticato e per lungo tempo ho sperato che finisse nell’oblio e che nessuno lo ricordasse più … ultimamente, invece, ho scoperto che esso vive ancora, così come me e alcuni attori che lo interpretarono. Noi non vogliamo morire, questo film non vuole morire!».

    Sono queste le parole che un visibilmente emozionatoGiulio Berrutiavrebbe pronunciato prima della proiezione diSuor Omicididurante la quarta edizione delRavenna Nightmare Film Fest.

  • [RECENSIONE] The Black Cat (Lucio Fulci)

    Trama: “Robert Miles è uno psicologo capace di comunicare con i morti e di controllare la mente del suo gatto nero, particolarmente aggressivo nei suoi confronti. Ciononostante utilizza l’animale per compiere le sue vendette e uccidere chiunque gli sia contro. Una fotografa, Jill, che lavora in coppia con due poliziotti di Scotland Yard, scopre che vicino ai cadaveri al momento della morte c’è sempre traccia di un gatto. Lei quindi va a casa dello psichiatra e conferma i suoi sospetti sul fatto che lui sia coinvolto nei misteriosi omicidi”.

    Scritto daLucio Fulci, assieme ad uno sceneggiatore di vasta (e varia, rispetto al thriller) esperienza come Proietti,Gatto Nero/The Black Catè un film insolito, dove perfino la mano del maestro trasteverino sfuma in stilemi sofisticati e diversi di ampio respiro internazionale. Sicuramente l’avere avuto una squadra diversa da quella solita, ha portato il regista alla ricerca di diverse forme espressive, agevolato anche forse da un budget sicuramente adeguato rispetto alle sue solite produzioni.

    Resta invariata la formazione di attori che include i fedeli Al Cliver, David Warbeck, Dagmar Lassander e Daniela Doria che fan da “contorno” alle ottime interpretazioni di Mismy Farmer e del “kubrickiano” Patrick Magee (visto oltre che in Arancia Meccanica e Barry Lindon anche in cult horror come Terrore alla 13a ora di Coppola), mentre il sapore horrorifico della pellicola è stemperato dalla musica orchestrale diPino Donaggio, che vela di malinconia le cupe e oniriche atmosfere disegnate in complicità di una delle migliori fotografie del fedelissimoSergio Salvati. Da segnalare assolutamente le scenografie ed i costumi, che ci tengono costantemente in un epoca sospesa fra passato e presente.

    Funzionali ed innovativi (vedi “l’animatrone della donna bruciata) i trucchi di Paolo Ricci (che prende il posto di De Rossi) soprattutto se visti con gli occhi dell’epoca, penalizzati però dal massacro censorio italiano, che mi spinge a consigliare la versione home video in inglese.

    La tensione, tipica dei film diLucio Fulci, nel caso diBlack Catlatita, lasciando il posto ad una grande, ipnotica atmosfera che assorbe fino alla fine della visione. Il classico racconto di Poe, di cui si mantiene inalterato quasi solo il titolo ed il finale – che omaggia quasi più Sette note in nero– viene riletto in una chiave totalmente inedita, dove le menti del gatto e del suo padrone si dominano a vicenda spingendosi al male.

    Se -registicamente parlando – i dettagli sugli occhi degli attori (e su quelli del gatto) sono da manuale, Fulci abbandona qui un po’ l’uso dello zoom (ma non quello del crane) a favore di lunghe ed ammalianti soggettive. Il film continua a dividere pubblico e critica, c’è chi lo osanna e chi lo sotterra, indubbiamente è il film più sottovalutato della carriera di Fulci… ma un’opera attorno alla quale ruotano così tante contraddizioni e visioni diverse, è sicuramente un’opera innovativa, vitale, mai banale o prevedibile che merita a mio avviso una visione.

    SCHEDA TECNICA:

    Titolo originale:Black Cat (Gatto nero)
    Paese di produzione:Italia
    Anno:1981
    Durata:92 min
    Colore:colore
    Audio:sonoro
    Genere:thriller, horror, fantastico
    Regia:Lucio Fulci
    Soggetto:Biagio Proietti, dal racconto “Il gatto nero” di Edgar Allan Poe
    Sceneggiatura:Biagio Proietti,Lucio Fulci
    Produttore:Giulio Sbarigia
    Casa di produzione:Selenia Cinematografica
    Fotografia:Sergio Salvati
    Montaggio:Vincenzo Tomassi
    Effetti speciali:Paolo Ricci
    Musiche:Pino Donaggio
    Scenografia:Francesco Calabrese
    Costumi:Massimo Lentini
    Trucco:Franco Di Girolamo,Rosario Prestopino(assistente)

  • [SPECIALE] Paura Nella Città dei Morti Viventi. Intervista a Giovanni Lombardo Radice

    Nella storia raccontata inPaura nella città dei morti viventidiLucio Fulciil personaggio più interessante è quello di Bob.
    Lo scemo del villaggio e il capro espiatorio. Bob infatti è il personaggio che a Dunwich non muore ucciso dal prete o dagli altri zombi che da un certo punto in poi iniziano a saltare fuori. Ad ammazzare Bob ci pensaVenantino Venantiniperché lo sorprende in compagnia della figlia. La morte di Bob rappresenta la paura e il male che hanno oramai straripato gli argini, il vero punto di non ritorno.
    Ad interpretarlo c’è un giovane attore alle prime esperienze cinematografiche, tutte un po’ per caso e un po’ per necessità di stampo horror, ma che ha già alle spalle una carriera da attore e da regista di teatro. Si chiamaGiovanni Lombardo Radiceed è destinato a divenire nel corso del tempo una icona dei film dell’orrore italiani.

    Per prima cosa facciamo chiarezza sulla cronologia dei tre film che giri in quel periodo.

    Giovanni Lombardo Radice: Ho fatto primaLa casa sperduta nel parcodi Deodato, per secondoApocalypse Domanidi Margheriti e poiPaura nella città dei morti viventi.

    Cosa ti ha spinto a passare dal teatro al cinema?

    I soldi. Il teatro mi aveva piuttosto rovinato, perché avevo investito delle cose mie. Avevo una compagnia mia ma non ero assolutamente capace di gestire il lato economico – organizzativo. E poi mi era capitato per caso di avere questo incontro con una signora, che in quel momento era la suocera di Deodato perché era la mamma diSilvia Dionisio, che faceva l’agente. Mi incontrò per caso e mi disse “Ah, ma che bella faccia che c’ha lei”. Insomma è stato molto casuale che io abbia cominciato con quel genere lì perché Deodato stava preparandoLa casa sperduta nel parco. Però la grande spinta sono stati i soldi.

    Qual è il tuo giudizio sui film dell’orrore del periodo?

    A me non piacciono, non è un tipo di film che andrei a vedere. A me casomai piacciono le storie di fantasmi, Hitchcock. Lo splatter e il sangue no. Pensa che io la scena diDaniela Doriache si vomita le budella non sono mai riuscito a guardarla. Poi a me non piace essere spaventato. Infatti non ho mai visto niente, salvo i film miei, e neanche quelli li ho visti tutti, ma mai visto nulla di tutto il resto.

    Come ti sei preparato per questo ruolo difficile, Bob è un personaggio piuttosto complesso…

    Infatti. Detto questo li ho presi sempre molto sul serio. Li ho sempre fatti come se facessi Ėjzenštejn.
    Mi sono preparato con la zoomorfia che è una tecnica che ho sempre adoperato e che consiste nello stabilire che animale è il tuo personaggio e lavorare sull’animale, sul corpo. Una volta che hai trovato il corpo del personaggio hai fatto più del 50% del lavoro.
    Ho stabilito che era un topo di fogna e ho lavorato su quello. Poi lui era un po’ storto. Mi volevano mettere una gobba finta e io pensavo “Oddio devo fare il servo di Frankenstein…”. Allora sono andato da Fulci e gli ho detto “Senti ti dispiace se cerco di farlo io?” e lui “Fammi vedere” e mi sono messo a fare un po’ il Riccardo III con una spalla storta e lui mi ha detto che andava benissimo e che la gobba finta non serviva più.
    Mi sono preparato soprattutto sull’aspetto fisico.

    Parliamo di Fulci. Come è stato il rapporto tra di voi?

    Buonissimo. Ho assistito a scenate di ogni genere e tipo, perché le scenate le faceva, ma mai niente con me. Mi invitava a cena, era rispettosissimo. Parlavamo di film di qualità, di Visconti. Era un uomo furastico, che stava sempre un po’ ingrugnato ma con me è sempre stato gentilissimo.

    Ultima cosa. Su quel set ha lavorato come attore (e poi è rimasto per altri compiti dietro le quinte) Michele Soavi, con il quale poi hai avuto un bel sodalizio…

    Io gli ho fregato il ruolo. Era il secondo che gli fregavo perché il film di Deodato lo doveva fare lui e invece l’ho fatto io, poi inPauradoveva fare Bob e invece l’ho fatto io e lui ha avuto un ruolo più piccolo. Ma a lui non gliene fregava già più niente di recitare, lo faceva per stare sui set. E poi inPaurafaceva l’assistente alla regia. Lì è scoppiata un’amicizia travolgente. Ci divertivamo anche molto, eravamo una banda di ragazzetti, io, lui, la Interlenghi, un altro che lavorava in produzione. Eravamo giovani e ci divertivamo. Lui era un entusiasta assoluto. Aveva questo autentico amore per i film dell’orrore. Tutti gli altri, diciamoci la verità, li facevano perchè erano di moda. Prima avevano fatto i western, i sandaloni, avevano fatto Totò. I fans tendono sempre a pensare che fare horror fosse una religione, invece era pane e burro nel senso che andava di moda quello e facevano quello. Invece Michele c’aveva un’autentica passione, leggeva Lovecraft. Era un’altra cosa e poi era giovane.

    [SPECIALE] Paura Nella Città dei Morti Viventi. Introduzione

    [SPECIALE] Paura Nella Città dei Morti viventi. Intervista ad Antonio Tentori

    [SPECIALE] Paura Nella Città dei Morti Viventi. “Il fritto misto alla ricerca della sequenza cult” di Dardano Sacchetti

  • [SPECIALE] Paura Nella Città dei Morti viventi. Intervista ad Antonio Tentori

    Antonio Tentoriè uno cheLucio Fulcilo conosce bene. Non solo perché ha scritto insieme al compiantoAntonio Bruschiniun libro a lui dedicato che si chiamaLucio Fulci: il poeta della crudeltà(Ed. Profondo Rosso). Tentori con Fulci ha collaborato in prima persona co-sceneggiando due film horror del suo ultimo periodo:Demonia(non accreditato) eUn Gatto nel Cervello.

    L’ho voluto interpellare anche perché avevo una necessità personale…

    Ti faccio una confessione. I film diLucio Fulcili posso vedere col contagocce. Guardo film dell’orrore da quando sono bambino, mi rimbalza tutto ma i film di Fulci…

    Antonio Tentori: …Lasciano il segno.

    E mi agitano il sonno

    AT: Perché sono disturbanti

    Anche perché secondo me hanno delle situazioni talmente assurde, senza via di uscita…

    AT: …Che altri non hanno

    Nel libro che hai scritto con Bruschini parlavate della poesia dietro la crudeltà dei suoi film horror

    AT: Sì, è vero.

    Spiegaci meglio il concetto in relazione al filmPaura nella città dei morti viventi

    AT: Ci sono delle immagini crepuscolari molto forti all’inizio, con le scene simultanee della medium da una parte e il cimitero di Dunwich dall’altra parte con il prete che alla fine si impicca. Ma soprattutto c’è la parte finale che è di una poesia macabra incredibile, quando i protagonisti si trovano nei sotterranei con tutti i morti viventi che avanzano insieme al prete fino alla loro fuga fuori dal cimitero stesso. E c’è questa immagine raggelante del bambino che gli va incontro e poi l’immagine si frantuma con quel grido finale. Sono suggestioni uniche nel loro genere e le riscontriamo anche in altri lavori di Fulci, anche thriller, soprattuttoNon si sevizia un paperinoma ancheSette note in NeroeLo Squartatore di New York. Ci sono questi momenti di violenza estrema seguiti subito dopo una strana forma lirica, struggente e malinconica. Accade anche neL’aldilàe soprattutto inQuella villa accanto al cimiteroche forse tra tutti è quello che racchiude meglio questo suo modo di essere lirico e viscerale.

    I Film di Fulci hanno anche un pessimismo che non lascia davvero scampo. Paura nella città dei morti viventi forse lo è più di altri probabilmente anche perché il Male si scatena per la morte di un prete. Se sei religioso potresti pensare che Dio ci ha abbandonati. Non so se sei d’accordo.

    AT: Nei film horror di Fulci non c’è redenzione, non c’è salvezza né speranza, non c’è mai il lieto fine, in nessuno.
    Anche nei film minori, nei quali magari per motivi di budget o per motivi di altro tipo non è riusito a realizzare quello che avrebbe voluto. Però anche lì c’è questo suo stile, questo suo modo di intendere il cinema fantastico che è un cinema sicuramente onirico: un sogno spaventoso che è liberatorio ma anche circolare perché da questo labirinto, in cui lui è così abile ad immergere lo spettatore, non se ne esce.
    Questo accade ovviamente anche in film comePaura nella città dei morti viventiche è tra l’altro un film molto importante perché si colloca esattamente tra due film seminali nella filmografia di Fulci che sonoZombi 2, anche quello con un finale apocalittico, eL’aldilàcon un finale atrettanto nero in cui i due protagonisti finiscono in un mondo “altrove” dove in realtà sono morti.

    E poi è un pessimismo che faceva morire il personaggio principale che tu immaginavi sopravvivesse…
    I dettagli splatter in generale hanno nel suo cinema una certa importanza.

    Fa parte del suo stile sin dai primi horror, ma anche dei thriller. Lui è un regista che ha osato in epoche non sospette. Negli anni ’70 andava oltre. Un po’ per un gusto grafico che era anche simbolico e andava oltre il semplice effetto splatter, a mio avviso. E un po’ anche per cercare di competere con gli americani. Ricordiamo che alla fine degli anni ’70 quando esceZombi 2, il primo horror di Fulci, in America c’erano già film molto forti ed estremi. Un nome su tutti proprioGeorge A. Romero. Noi da parte nostra avevamo i nostri truccatori a mio avviso eccellenti: uno per tuttiGiannetto De Rossi. Fulci si avvaleva di artisti del makeup e dell’effetto speciale come De Rossi ma ancheRosario Prestopino,Maurizio Trani. Loro avevano questo compito importante nei film: c’è una storia in cui avvengono degli eventi raccapriccianti raccontati con dovizia di particolare. Ma era la cifra stilistica di un autore a mio avviso con la A maiuscola.

    Parliamo degli zombi nel film. Sono stati messi anche per dare un seguito a quelli diZombi 2, visto che cominciavano ad andare di moda. Quelli diPauraperò non sono i classici morti viventi.

    AT: Sono molto particolari gli zombi di Fulci. Quelli diZombi 2sono riconducibii alla magia nera e al voodoo, mentre inPaura nella città dei morti viventisono zombi abbastanza singolari perché sono quasi dei fantasmi. Sono zombi che appaiono improvvisamente e altrettanto improvvisamente scompaiono dopo aver colpito in maniera feroce e zombificato le loro vittime.
    Il loro aspetto è diverso. Non sono più i morti lividi e putrefatti diZombi 2sono quasi più fantasmi. Hanno l’aspetto da cadaveri viventi ma hanno qualcosa di fantastico e sovrannaturale che li rende diversi e questa secondo me è un’ottima idea, un’ottima scelta vincente perché si differenziano, come si differenziano anche gli zombi diL’aldilàche appaiono nel finale nell’ospedale.

    Parliamo a questo punto anche delle influenze che il film ha dato in seguito ad altri registi. Tarantino ad esempio ha citato Paura almeno in un paio di occasioni.

    AT:Kill Billsicuramente. La scena del seppellimento. La poetica di Fulci si rifaceva anche a scrittori fondamentali dell’horror come Lovecraft e Poe e inPauraci sono entrambi. Lovecraft per la cittadina di Dunwich e con queste entità mostruose che aspettano solamente di essere scatenate e c’è Poe con la Sepoltura Prematura nella scena emblematica conKatherine MacCollche, sepolta viva, si risveglia nella bara e Peter, che diventerà il suo compagno di viaggio in questa avventura incredibile, cerca di salvarla armato di piccone ma rischia ad ogni colpo di ferirla in maniera mortale. È una delle scene migliori del film.

    È la mia preferita

    AT: Non a caso un regista come Tarantino, da sempre attento alla cinematografia di genere italiana, ha trovato in Fulci alcune influenze e suggestioni che poi ha preso per i suoi film.

    [SPECIALE] Paura nella Città dei Morti Viventi. Introduzione.

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    [SPECIALE] Paura Nella Città dei Morti Viventi. “Il fritto misto alla ricerca della sequenza cult” di Dardano Sacchetti.

  • [SPECIALE] Paura Nella Città dei Morti Viventi. Introduzione

    Quando penso ai migliori film horror diLucio Fulciper prima cosa mi viene naturale di associarli all’onirismo. Paura nella città dei morti viventi(1980) rientra nel suo periodo d’oro: siamo in un incubo perpetuo che disattiva la possibilità di fare un sogno lucido.

    La cosa riguarda sia noi spettatori, che subiamo passivi la storia, ma soprattutto i personaggi che la storia la vivono ma in balia di forze oscure che decidono per loro e tutto fanno accadere, anche uccidere alla fine il protagonista. Perché in questi film niente è come sembra. I colpi di scena sono esagerati, eccessivi, fuori misura ma non fuori luogo. Non è neanche giusto definirli colpi di scena, ma ci siamo capiti. Parlo, per rimanere suPaura, della famosissima scena in cuiDaniela Doriavede il fantasma del prete impiccato: per prima cosa inizia a lacrimare sangue come una santa e subito dopo vomita tutto il vomitabile, anche l’anima. Arriva così di colpo all’improvviso quando fino a un attimo prima pomiciava conMichele Soavi. Come in un brutto e ingannevole sogno impossibile da controllare. L’onirismo anarchico dei film horror di Fulci spostano l’asse dell’accettazione dell’incredibile perché non seguono le regole di un normale film dell’orrore. Essendo film onirici, la narrazione procede seguendo i percorsi di una (apparente) non logica che aggredendo lo spettatore lo porta ad uno smarrimento totale, cosa che lo fa immedesimare più che mai con i personaggi del film.

    I film diLucio Fulcidel periodoFulvianon erano per niente gentili con gli spettatori. Non davano loro neanche il tempo di accomodarsi sulle poltrone che partivano subito in quarta con un bel pugno nello stomaco. Senza troppi complimenti lo scaraventavano in un violentissimo incubo senza vie di fuga. Potremmo forse dire, a rischio di apparire indelicati, che rispecchiavano il carattere rude, schietto e diretto del loro regista, la sua vera natura.
    Fulci con gli horror vive il suo periodo artistico migliore e, fortunatamente per i suoi produttori, più che per lui, imbocca anche la strada del successo commerciale. Sono i suoi lavori più famosi e riusciti nonché quelli, appunto, più personali. Nel mucchio vogliamo far rientrare anche il coevoLuca il contrabbandiere, che non è un horror ma che ha delle evidenti influenze legate a quel periodo per quei momenti di una violenza incredibile di cui il film è ricco.

    Paura nella città dei morti viventi,L’aldilà,Quella villa accanto al cimitero(la cosiddetta trilogia gotica) sono film che a differenza di tanti altri di quel periodo, ma anche di altri più recenti, non sono per niente invecchiati e fanno ancora benissimo il loro sporco lavoro di inquietare. Perché sta qui in fin dei conti la grandezza di questi titoli. Non si accontentano di spaventare, del salto dalla sedia. I film di Fulci volevano disturbare, mettere a disagio lo spettatore in un modo molto più profondo di un normale horror. Non ci sono solamente scene di una violenza mai vista prima, c’è la costruzione studiata sin nei minimi dettagli di un non ritorno, l’entrata in un vicolo cieco dove regna il nichilismo più nero.

    Paura nella città dei morti viventiè un film fondamentale anche perché costituisce una sorta di prova generale di quelli che poi saranno i risultati degli altri due film del trittico onirico-gotico.

    Quest’anno poi spegne 35 candeline e non potevamo che festeggiarlo a partire dalla notte di ognisanti, visto che è in quella notte che la pellicola si conclude.
    Per omaggiarlo senza altre parole inutili ho interpellato qualcuno che ci ha lavorato e/o che lo ha studiato approfonditamente.

    Cominciamo con una intervista adAntonio Tentori.