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  • [RECENSIONE] Suffering Bible (Davide Pesca)

    Composto da 5 episodi, più un racconto cornice che rielabora il peccato originale attraverso dei moderni malridotti Adamo ed Eva che paiono fuggiti da un esperimento medico-scientifico, Suffering BiblediDavide Pescaragiona intorno ad alcuni princìpi violenti che stanno alla base del cristianesimo e del cattolicesimo.

    I personaggi delle storie che compongono il film sono sofferenti, tormentati interiormente. Stati d’animo sfocianti in una sanguinaria follia verso gli altri oppure autolesionista. Anzi: la violenza e l’afflizione sono la malata e giusta risposta ai problemi dei personaggi.“Ama il prossimo tuo come te stesso” vale anche per l’odio.

    Una brutalità primordiale, talmente antica e radicata nel DNA umano che non ha bisogno di parole per esprimersi: dei 6 frammenti che compongono il film la maggior parte sono completamente senza dialoghi, solamente in due vengono pronunciate pochissime parole, tutto sommato anche inutili.
    Di più: la violenza è, grazie alla religione, una risposta ai problemi e alle domande fondamentali che affliggono l’uomo.

    InSuffering Biblesi rielaborano le figure di Cristo e di San Tommaso (che doveva vedere e toccare per credere), il concetto di comunione, le tentazioni diaboliche, i dieci comandamenti, accentuando il sadismo -se non addirittura l’estasi- di chi la violenza la esercita.

    Va da sé che il film sia abbastanza sanguinolento e disturbante, con toni a volte dissacranti, psichedelici e surrealisti che ricordanoJean Rollin,Ciprì e Maresco. A dare al tutto un’aria malsana e strana ci pensano anche le musiche diOky e una fotografia sporca ed essenziale divisa tra il bianco e nero e il colore.

    InSuffering Bible (in uscita a settembre in DVD perHome Movies) non tutto funziona benissimo ma è la prova che in Italia ci sono artisti sotterranei (purtroppo ma è meglio di niente) comeDavide Pescache se ne sbattono delle mode e vanno avanti per la loro solitaria e indipendente strada fatta anche di argomenti scottanti per le masse. Tabù che ci fanno arrossire, girare lo sguardo dall’altra parte, ci obbligano a riflettere contro la nostra stessa volontà su contraddizioni, convinzioni sciocche e inclinazioni violente che ci portiamo dietro da sempre.

    Pesca è l’autore anche dei cortiFeed Me More, presente inDeep Web XXX, e Taste of Survival(contenuto inAfter Midnight).

  • [SPECIALE] I 10 horror esteticamente più belli. (2/2)

    Sei donne per l’assassino.

    Diretto daMario Bavanel 1964, è considerato un film estremamente importante per il cinema italiano di genere, perché codifica definitivamente le regole del giallo all’italiana.Sei donne per l’assassinoè stato anche l’ispiratore inconfessato dei primi film di Dario Argento. Il killer vestito di nero, senza volto e con i guanti sarà uno dei topoi del genere giallo italiano. Il film ottenne buone critiche alla sua uscita nelle sale cinematografiche. I commenti si soffermarono sull’uso della fotografia e sul sadismo dei delitti, ritenuto però eccessivo.Alla fotografia un fedele di Bava, Ubaldo Terzano, che è stato operatore (guarda caso!) anche per Argento.

    In compagnia dei lupi.

    Fra i film del regista diIntervista col vampiroeLa moglie del soldatotroviamo il poco diffuso In compagnia dei lupi; stiamo parlando di quel genio che èNeil Jordan, che meriterebbe di stare in questa lista anche per il magnificoBizantyum.

    TRAMA: In sintesi, la fiaba diCappuccetto Rosso, come mai è stata raccontata, ricca di pulsioni sessuali e sottotesti. Rosaleen è una ragazzina dalla fervida fantasia, figlia di una famiglia ricca, e che vive in una grande casa al limitare di una brughiera. Un giorno la ragazza si addormenta nella sua stanza e comincia a sognare. Nel sogno si ritrova in epoca medioevale, e vive con i genitori e la sorella in un paesello al limitare di un bosco fiabesco infestato dai lupi, che attaccano spesso il paese uccidendo bestiame e, talvolta, anche qualcuno degli abitanti. Una notte la sorella, avventuratasi nel bosco, viene assalita e uccisa da un branco di lupi. Dopo i funerali della ragazza, Rosaleen decide di trascorrere la notte a casa della nonna, un’anziana signora eccentrica.

    Il film, del 1984, è ispirato alle storie sui lupi mannari presenti nella raccolta di raccontiLa camera di sanguediAngela Carter(La compagnia di lupi, Lupo-Alice e Il lupo mannaro). La stessa scrittrice collaborò con il regista alla stesura della sceneggiatura; il film e fu girato interamente in Inghilterra negli Shepperton Studios. Vincitore di festival quali SITGES, FANTASPORTO, AVORIAZ. Agli effetti speciali (indimenticabili)Christopher Tucker(Il quarto uomo, Elephant man, Il senso della vita) eRodger Shaw(Dark Crystal, Indiana Jones e il tempio maledetto) ealla fotografia Bryan Loftus(indimenticabile quella del gioiello drammaticoIl giardino indiano, l’horrorAntisociale vari videoclip di Madonna).

    Le orme.

    Angosciante, sperimentale, diverso.
    Footprints on the Moonè un film del 1974, scritto da Mario Fenelli e Luigi Bazzoni, coerentemente sviluppato tra psicodramma e fantascienza, e diretto daLuigi Bazzoniregista purtroppo poco attivo, scomparso nel 2012.

    TRAMA: Alice (Florinda Bolkan) trascura il lavoro e gli amici ossessionata da un improvviso sdoppiamento di personalità che le fa credere di vivere contemporaneamente due vite diverse e di essere minacciata da un misterioso assassino. La donna tenta di sfuggire all’angoscia abbandonandosi alla droga e viaggiando, ma, durante una vacanza in Turchia, crede di riuscire a far luce in se stessa mettendo assieme labili indizi e seguendo strane premonizioni. Causa del suo malessere sarebbe il trauma per avere assistito ad un filmato nel quale un cinico scienziato (Klaus Kinski) sottoponeva a dolorosi esperimenti un astronauta atterrato sulla Luna. Ma l’equilibrio psichico è ormai compromesso e per Alice, macchiatasi dell’omicidio di un uomo che forse intendeva aiutarla, si aprono inesorabilmente le porte di una clinica per malati mentali.

    La bellezza glaciale della Bolkan incarna alla perfezione il personaggio bipolare di Alice. Tutto in questo film è un estraniante BIANCO, tutto è LUCE… quasi in una anticipazione/ispirazione per il FILM BIANCO di Kieslowki.

    Alla fotografia c’è un nome che non ha bisogno di presentazioni:Vittorio Storaro. Suggestiva l’ambientazione geometrico/metafisica romana (quartiere EUR) contrapposta alla bellezza manieristica e “morbida” di Garma, in Turchia.

    Il quarto uomo.

    Indubbiamente uno dei miei film preferiti di sempre, questo misconosciuto (ai giorni nostri, ahimè!) film diretto dal regista olandesePaul Verhoeven(RoboCop) è uno di quei film che non dovrebbero mancare nella collezione di ogni appassionato. Questo spietato e fatalista thriller del 1983 è tratto dal romanzo omonimo di Gerard Reve, ed è interpretato magistralmente da Jeroen Krabbé (Il fuggitivo, Ocean’s Twelve) e Renée Soutendijk.

    TRAMA: Gerard è un giovane scrittore di successo, omosessuale, con gravi turbe psichiche di tipo paranoide. Invitato a tenere una conferenza in una città olandese, conosce Christine, misteriosa ed affascinanto donna, della quale accetta la corte serrata. Invitato a trascorrere con lei tutto il fine settimana, Gerard accetta ma non tanto per le insistenze della donna, quanto perché vuole conoscere un altro amante della donna, da lui casualmente incontrato il giorno prima alla stazione, e dal cui fascino era rimasto turbato.

    La fotografia è di Jan de Bont, che oltre aver firmato la fotografia di cult comeCujooBasic Instinctha anche diretto film comeSpeedeTomb Rider: Cradle of life.

    Il nido del ragno.

    Curioso, originalissimo e sottovalutato film del 1988 diretto daGianfranco Giagni, regista che dopo aver diretto la serie erotica fantasy per la TVValentinaconDemetra Hampton, si è dedicato alla regia di documentari.

    TRAMA: Alan Whitmore è un professore di religioni orientali incaricato di andare a Budapest per indagare sul perché il suo collega, il professor Roth, non fa più avere sue notizie. Withmore riesce a raggiungerlo e a parlargli poco prima che il professore venga ritrovato impiccato nella sua camera. Da quel momento Withmore si ritrova invischiato in una serie di affari loschi con al centro una misteriosa setta segreta.

    Echi “lovecraftiani” in questo horror-fantastico di difficile reperibilità home video, in cui spiccano i notevoli effetti di Sergio Stivaletti (qui in uno stato di grazia).

    La fotografia è del maestro Nino Celeste, che ha lavorato nella sua carriera – tra gli altri – nei film di Pier Paolo Pasolini, Damiano Damiani, Carlo Lizzani, Lucio Fulci, Mario Bava, Roberto Faenza, Liliana Cavani, Umberto Lenzi. Celeste gioca con luci colorate ed atmosfere rarefatte che costruiscono una Budapest magica.

  • [RECENSIONE] La Stregoneria Attraverso i Secoli (Benjamin Christensen)

    La stregoneria attraverso i secoli(Häxan) è un film Svedese del 1922 diretto dal registaBenjamin Christensen; egli alterna (soprattutto nella ricca introduzione) sequenze di taglio documentaristico – l’iconografia diabolica, i vari tipi di sortilegio, il rapporto tra stregoneria e isteria – ad episodi basati prevalentemente sull’azione drammatica. La storia centrale (e la più nota del film) è ambientata nel XV secolo e inizia da un’accusa di stregoneria lanciata contro una vecchia mendicante. Interrogata e fatta torturare dai frati inquisitori, la donna confessa di aver preso parte al sabba e ne descrive tutti i particolari.

    Se pensiamo all’epoca del muto, dobbiamo riconoscere che si è trattato di un momento di grandissima libertà creativa, soprattutto in Europa. L’espressionismo, nato all’inizio del ‘900 come corrente soprattutto della pittura, della letteratura e del teatro, trovò una grande eco anche nel campo del cinema che in quegli anni era appena nato e i cui protagonisti spesso provenivano dal mondo del teatro. Gli artisti appartenenti al movimento dell’espressionismo, che assunse un fisionomia precisa tra il 1910 e il 1924, sostituivano alla descrizione oggettiva della realtà la comunicazione di sentimenti soggettivi, facendo ricorso a modalità stilistiche esasperate, spesso deformate per suscitare nel pubblico intensi effetti emotivi. Queste caratteristiche dello stile erano anche espressione di una ribellione alle certezze e al materialismo della borghesia liberale.

    Estremamente innovativo per la sua struttura, Häxan è interessante anche per il tentativo di ri-costruire la storia della stregoneria nel Medio Evo, stabilendo una connessione tra i casi di possessione demoniaca e la malattia mentale. Virato al seppia nelle scene di interni, e al ciano nelle scene notturne in esterni,nell’uso degli intensi e realistici primi piani anticipaLa passione di Giovanna D’Arcodi Dreyer, ma sicuramente è stato anche fonte di ispirazione perI DiavolidiKen Russell– vedasi le scene di possessione nel convento, rese anche qui con una sorprendente audacia.

    La visionaria scena del sabba, oltre a presentare nudità e costumi di mostruosità goffamente inquietanti che ci richiamano certe “figure” ri-viste inShiningeLord of Salem, ha sicuramente ispirato De Martino per il suoAnticristo, anticipando di ben 50 anni perfino la scene delle streghe che baciano l’ano del demonio.

    Un po’ lento forse per lo spettatore odierno, ma capace di rapire ad ogni inquadratura per la cura dei dettagli, la fotografia e la scelta dei volti dei protagonisti che trasformano tutto in una vera e propria pittura in movimento.

    Il finale diLa stregoneria attraverso i secoli, dove si paragona il medioevo al mondo moderno degli anni ’20 dove le streghe non esistono più, ma dove le donne continuano a rivolgersi alle cartomanti, è un tema tristemente attuale anche nel 2017… E la frase riferita ai malati di mente rinchiusi negli istituti, poiché figure psicologicamente indefinibili e poco comprensibili chiude il film con una vena di tristezza e crudeltà cinica che ricorda quasi i mondo movie di Jacopetti:

    «Non bruciano più i poveri e i vecchi… ma non li lasciamo soffrire ugualmente? E quelli che chiamiamo “insani”, soli ed infelici, non sono ancora un disturbo per noi? Li chiudiamo in moderni istituti mentali, e ci consoliamo con l’idea che le tiepide docce delle cliniche han rimpiazzato i barbari metodi medievali.».

    Häxan – La stregoneria attraverso i secolifu rieditato nel 1941 e nel 1968, nel primo caso con cambiamento di sottotitoli, nel secondo con un accompagnamento musicale jazz e voice-over diWilliam Burroughs.

  • [RECENSIONE] Agli ESTREMI del cinema indie: Sacrifice di Poison Rouge

    Prefazione:
    Da quanto ho appreso dai report in “diretta”, durante ilSadique Master, il festival francese punto di riferimento del cinema estremo, quattro spettatori son svenuti e uno ha dato di stomaco durante la proiezione di Sacrificeil film esordio diPoison Rouge. Non solo: per la prima volta nella “storia” del festival, il film si aggiudica sia il premio del pubblico che quello della critica… I commenti del pubblico francese sulle pagine del fest e degli organizzatori son unanimi:Sacrificeè un piccolo capolavoro italiano.

    AGLI ESTREMI DEL CINEMA INDIE: SACRIFICE di Poison Rouge.

    Sono onorata di ricevere un’altra anteprima, e così dopoScarecrowddiGeorge Nevada, passo in rassegnaSacrificeil film che vede “l’esordio” alla regia (mozzafiato, in tutti i sensi!) diPoison Rouge.

    Come è facilmente intuibile dal titolo del mio articolo, ci troviamo di fronte ad un’opera estrema. Ciò che è meno intuibile, senza vedere il film, è che la definizione di “estremo” a quest’opera calza sotto diversi aspetti e non solo per il senso di appartenenza ad uno specifico filone cinematografico (la produzione non ha mai fatto mistero di aver voluto omaggiare la serie, nipponica prima ed americana dopo,Guinea Pig).

    Recentemente presentato in anteprima mondiale al festival franceseSadique Master, il festival punto di riferimento europeo per il cinema “estremo”, il film ha riscosso commenti entusiasti dagli addetti del settore:

    Definito come un film che “offre senza compromessi violenza esplicita, ma supportata da un clima ansiongeno e un rapporto corporale fra i più singolari” e “un film che sembra uscito direttamente dal filone gore anni ’80 e ’90 con una poetica dark e glamour“,Sacrificepresenta alcune scene, disturbanti al punto (ed io non son di certo una ragazza sensibile) che ho dovuto distogliere lo sguardo almeno tre volte prima di riprendere la visione.

    Non si tratta solo di una funzionale riuscita degli ottimi, iperrealistici effetti speciali: il film prende allo stomaco per le modalità in cui è registicamente impostato, mescolando in giuste dosi i drammi indicibili che tormentano l’anima del giovane protagonista forse più delle rituali torture auto-inflitte al corpo. C’è un che di mistico in tutto questo, ed in fondo è una conferma a quanto sosteneva Bataille: “il sacrificio non è niente altro che la produzione di cose sacre”.

    Se estremo è ciò che rappresenta il termine ultimo sul piano spaziale o temporale, questo film va oltre anche – e soprattutto – perché sperimenta senza aver paura di cercare somiglianze o paragoni per com-piacere a tutti i costi, affidandosi a sensazioni di ricerca visiva che avvolgono tutto di una poetica, sovrannaturale bellezza.

    Se estremo è quel cinema che rompe con i tabù e cliché, qui abbiamo anche questo aspetto.

    La lenta sequenza con cui il protagonista tenta di aprirsi un foro nel cranio son sicura resterà impressa a molti e per molto tempo dopo la visione…

    La trapanazione (o Craniotomia) è una pratica che non è stata rimossa da alcune culture, nonostante sia stata cancellata dalla pratica medica ufficiale. Dalla metà del 20esimo secolo, le trapanazioni autoinflitte sono aumentate con costanza. E a quanto pare Ippocrate (nel suo famoso trattato), ha consolidato l’idea che scavare un buco nella testa di un paziente fosse il modo migliore per alleviare la pressione creata da sangue, follia o… demoni.

    Straordinaria davvero l’interpretazione dell’esordienteRoberto Scorzache viene calato in una prova recitativa claustrofobica, affidata “solo” ad un corpo seminudo costretto nello spazio ristretto di un bagno, in compagnia di taglienti e di pensieri più affilati delle lame che scintillano sequenza dopo sequenza. Noi spettatori questi pensieri li ascoltiamo in “voice over” e a volte li osserviamo in sporadici flashback color seppia.

    In Scorza ho amato il senso della misura: sarebbe stato facile scadere nel grottesco, nel mimico, nell’overacting… invece ogni gesto, espressione è stato calibrato, trattenuto, sofferto con dignità al punto di riuscire a farci credere davvero al suo dolore.

    Nonostante non ci sia risparmiato nessun dettaglio, qui la rappresentazione dell’osceno (ob-sceno ovvero: tutto ciò che dovrebbe essere rinnegato fuori dall’inquadratura) è in grado di provocare davvero una frattura tra l’opera d’arte “chiusa” e il resto del mondo nella quale essa viene fruita, seppur concedendo ampi margini alla fantasia dello spettatore e alla recitazione dell’attore, senza diventare solamente una gratuita e ripetitiva “pornografia della violenza”.

    Rivelare i dettagli della esile – ma efficacemente bizzarra – storia, sarebbe “spoilerare”: mi limito a dire che qui tutto è essenziale, senza fronzoli, affidato ad un rituale preciso che si delinea man mano che si consumano questi serratissimi 60 minuti. Lo script è diSamuel Marollagià autore di romanzi cupissimi comeImago Mortis(EdizioniAcheron Books) o del romanzo thriller a fumettiNotturno Newyorkeseedito da Bonelli.

    Se la musica nel cinema horror occupa sempre un ruolo predominante,Alexander Ciminiè indubbiamente uno dei più premiati e riconosciuti autori italiani all’estero in questo campo. Il suo stile ricco ed orchestrale è facilmente riconoscibile, eppure qui vira verso minimalismi carpenteriani quasi spiazzando, con echi di strumentazioni mediorientali e chitarre distorte che incidono sui nervi di chi guarda/ascolta.

    Poison Rougeè invece una ragazza che ha un legame molto particolare col suo corpo: Modella, Attrice, Tatuatissima Performer di Sideshows, Tatuatrice, Pittrice, campionessa di Thai Boxe, Bodybuilder… insomma, parliamo di una persona abituata a stare in scena, a sfruttare la sua immagine e giocare con essa al punto di modificare pesantemente il suo aspetto! Per anni ha fatto da assistente alla regia e ha studiato, cosa rara di questi tempi, prima di lanciarsi in un debutto difficile come questo. Il risultato è lodevole: non poteva che essere un personaggio così a trasportare in immagini uno script così carnale e sanguigno.

    Sacrificeè un film profondamente disturbante, un bagno di sangue “rappreso”, un viaggio emozionale/visivo fra visioni oniriche, suoni e musiche, fra dolore e ricerca disperata di un “altro da sé”, sospeso fra autolesionismo e poesia.

    Questo è anche il film che inaugura la “trilogia della morte”, i tre film “estremi” prodotti daDomiziano Cristopharodi cui è in post produzione già il secondo capitolo intitolatoTorment.

    InSacrificeho trovato ben 3 diverse chiavi di lettura (che amaramente non posso approfondire per non svelare troppo) e mi vien da pensare che in fondo il “sacrificio” è il percorso più ovvio – sebbene il più sofferto – se si vuole diventare ciò che sogniamo di essere, no? Metaforicamente anche il progresso di un artista è un continuo sacrificio, in una continua estinzione della personalità.

  • [RECENSIONE] Scarecrowd: The Musk (George Nevada)

    La Euroobscura mi passa in anteprima (!) questo film indie italo/americano in occasione della prossima release con la labelCult SRS cinemadi Ron Bonk, un autore noto ed apprezzato in USA (e non solo), per aver contribuito con la sua etichetta alla ri-scoperta di grandi classici introvabili in edizioni prestigiosissime, ma anche per aver prodotto gioielli comeNight of something strangee aver diretto film comeShe kills.

    Inoltre Euroobscura sempre attenta alle novità internazionali, porterà il film al Berlinale, assieme ad altri gustosi titoli (di recente son stati promotori del cattivissimoIdyllche presto recensirò!). Di questoScarecrowd(originariamenteThe Musk) si era parlato tantissimo la scorsa estate su blog e siti nazionali ed internazionali, e ora finalmente potremo gustarcelo in tutta la sua dirompente follia!

    George Nevadaè il figlio di un migrante Italiano, che giovanissimo si barcamenò come potè per sbancare il lunario, facendo anche la comparsa ed il tecnico in vari film horror del periodo d’oro (inclusi i primi film di Bava a quanto pare) decidendo poi di trasferirsi a Boston nei primi anni ’60.

    Qui aprì un ristorante che fu la sua fortuna.George Nevada(pseudonimo di George Dimitri) ancora gestisce il ristorante del padre, da poco deceduto, che glielo ha lasciato in eredità assieme a una piccola somma. George decide così di investire l’eredità per vedere finalmente l’Italia e omaggiare il Padre (ed i suoi racconti fantastici) dirigendo un film che sia una summa di tutte le sue più belle memorie.

    Nasce così l’idea diScarecrowd, un film divertentissimo, volutamente sgangherato che rimanda daBlobaCreepshow, daiVenerdì 13aIl mago di Oz… eppure non è niente di tutto ciò.

    Nel cast recitano attori americani ed attori italiani (fra cui Frances Williams, attrice di Z-movies USA tanto cari a Nevada che l’ha voluta fortemente in un cameo, convincendola ad accettare nonostante lei avesse abbandonato le scene) che inizialmente non capiamo se sono bravi o semplicemente pessimi. Recitare ruoli così sopra le righe senza dubbio agevola il mestiere dell’attore, ma è nell’inatteso Twist finale che si rivelano tutti artisti di indubbio talento, che fino a quel momento han usato in una chiave burlesca ed onirica solo per metaforizzare situazioni, e sviare i sentimenti dello spettatore.

    Il twist finale è per l’horror un obbligato clichè, ed in questo il film è prevedibile; quello che non mi aspettavo è la chiave stilistica con cui è stato affrontato, perché questa scelta trasforma il film da una farsa ad un dramma, in cui dopo aver riso (o almeno sorriso), ci si commuove. Bravissimo Fabrizio Occhipinti nel ruolo del contadino “mutante”, un bel volto camaleontico che speriamo di vedere più spesso… e magari anche sul grande schermo.

    La trama, senza svelare troppo, racconta di un contadino si trasforma in un orrendo mutante dopo essere entrato in contatto con i fluidi scaturiti da un meteorite. Il mostro, celando le sue nuove e orrende fattezze con l’abbigliamento di uno spaventapasseri, sembra colto da impulsi omicidi incontrollabili che lo spingono – apparentemente senza motivo – a a fare mattanza di chiunque incontra sul suo cammino.

    Curatissima e coloratissima la fotografia (a cura “dell’italianissimo”Domiziano Cristopharo), belli e buffi gli effetti speciali artigianali, funzionali le maschere così come i costumi (di Luana Iacovissi); ho trovato anche divertenti perfino gli effetti visivi che sfruttano intelligentemente la computer grafica, facendola assomigliare quasi a dei cartoni animati, ricordando così gli interventi/inserti “visivi” tipici dei film anni ’60 e ’80.

    Come se non bastasse, ogni tanto dei disegni (tavole dell’italiano Paolo Zandon) fanno capolino al posto delle transizioni fra una scena e l’altra richiamando un po’ i 3 Creepshow (e c’è anche una sorta di Zio Tibia/The Creep… che rimanda molto a Dan O’Bannon, ma non dico nulla di più!) o facendoci forse presagire l’intenzione di farne un fumetto?

    Altra menzione speciale va al commento sonoro (fra il vintage ed il minimale) a cura di Antony Coia, che sottolinea il film restando sempre presente, ma in modo MAI invadente. Varie eccellenze italiane insomma, per una produzione piccola e umile partita dagli USA, e che si è affidata a mani esperte per non rischiare di esser fagocitata dall’inesperienza dell’ego.

    In una intervistaGeorge Nevadaha dichiarato di non aver intenzione di continuare a fare film, e che questa esperienza era una cosa a sé… Io mi auguro, che il suo mondo visionario e la sua passione gli permettano invece di continuare a sognare… e far sognare così anche noi, con lui!
    DA VEDERE!

  • [RECENSIONE] Source Code (Duncan Jones)

    Alla sua seconda regia nel lungometraggioDuncan Jones affronta in qualche modo lo stesso tema che è quello della ricerca dell’identità ma lo fa abbandonando il pessimismo che aveva caratterizzato il suo primo Moon(link alla recensione).

    Colter Stevens (Jake Gyllenhaal) è un pilota di elicotteri che si risveglia su un treno davanti ad una bella ragazza (Michelle Monaghan) che lo chiama con un altro nome. Il tempo di capire che si trova effettivamente nel corpo di un’altra persona (la sua immagine riflessa negli specchi è quella di un altro) che il treno su cui viagga esplode. Il militare si ritrova dopo l’esplosione in una strana cabina dove alcuni militari (Vera Farmiga, Jeffrey Wright), tramite un monitor, gli comunicano che fa parte di un esperimento chiamato Source code che gli permette di vivere gli ultimi otto minuti di una persona deceduta. Lo scopo del Source code è di trovare l’attentatore del treno per evitare che faccia altre stragi, ma in nessun modo è in grado di cambiare il corso degli eventi passati che si vanno a rivivere.

    Colter Stevens con la sua nuova identità del professore universitario Sean Fentress torna più volte indietro nel tempo rivivendo quei disgraziati ultimi otto minuti prima della deflagrazione cercando di capire chi sia l’attentatore ma trova anche il tempo per scoprire che cosa sia successo al suo vero sé, al pilota di elicotteri in missione in Afghanistan.Cosa gli sia successo è fin troppo facile immaginarlo, come finisca questa storia, troverà il terrorista, riuscirà a disinnescare la bomba salvando il treno passeggeri?, idem: siamo ad Hollywood e non ci si può aspettare mica un finale depressivo.

    Duncan Jones (figlio di David Bowie, ricordiamolo) rispetto a Moon non è anche autore della storia, qui si limita solamente a girare la sceneggiatura di Ben Ripley cercando però di dargli uno stile più personale possibile. Il risultato è un film d’azione davvero ben fatto con un buon ritmo che poteva spaccare se solo avesse avuto un altro finale, ma magari così la penso solo io.