[RECENSIONE] Charlie Says

Quando una persona frustrata, delirante, disturbata mentalmente ma dotata di un certo inspegabile carisma ne incontra altre dalle personalità meno forti ma altrettanto problematiche escono fuori cose orribili. La storia di Charles Manson e della sua setta ne è un esempio, e Mary Harron, regista di American Psycho, la racconta in modo piuttosto efficace.

A cominciare dal titolo, quel Charlie Says, “Charlie dice” , che le ragazze del suo entourage non fanno che ripetere quando parlano tra di loro, ai visitatori esterni della loro comune, e nella galera californiana dove alla fine finiranno le tre protagoniste.

“Sono passati tre anni da quando hanno avuto l’ultimo contatto con lui. Ma tutto quello che fanno è parlare di lui e ripetere le sue cazzate.” . Lo dice a un certo punto Karlene Faith (Merritt Wever), la psicologa che segue le tre plagiate Lulu (Hannah Murray), Katie (Sosie Bacon) e Sadie (Marianne Rendón).

Ripetono ogni suo delirio, ogni sua farneticazione e ossessione, senza rendersi conto del lavaggio del cervello subito, delle vaccate pronunciate, della negatività di Manson (Matt Smith) dietro quelle parole, della sua follia che abbraccia elementi biblici, razzisti, fissazioni per i Beatles, in un minestrone vaneggiante e insensato che può far presa solo su altre menti disturbate. Se noti le contraddizioni per Charlie non sei pronto e fine della discussione. In questo è bravo e furbo Manson: nel selezionare accuratamente i membri del suo piccolo personale esercito. Solo i deboli sono ben accetti, se al contrario hai personalità e una testa pensante viene scartato, cacciato, escluso, picchiato, umiliato, invitato ad andartene. Il suo progetto, tramite il condizionamento, è quello di creare dei mandatari che obbediscano ciecamente ai suoi ordini sanguinari figli di un suo malcontento irrisolto.

Questa almeno la teoria del film scritto da Guinevere Turner (American Psycho) basandosi sul libro The Family di Ed Sanders e Karlene Faith. La realtà a quanto pare è molto più complessa. Il processo, le inchieste giornalistiche, hanno fatto emergere che le uccisioni compiute dalla Family, compresa quella di Sharon Tate, non possono attribuirsi con assoluta certezza a Manson come mandatario. Forse, e la cosa sarebbe ancora più inquietante, il gruppo ha agito in autonomia, spinto dalle sue oscure parole.

Comunque sia, dando retta al punto di vista del film, Charles Manson ricorda personaggi a noi coevi che sfruttano le debolezze altrui dando così sfogo alle proprie, creano caos, vomitano odio, si prendono una rivincita dalle batoste ricevute nella vita esaltando la loro mediocrità e instabilità mentale. Personaggi da bar ma anche (con incarichi) pubblici che si contraddicono, mettono in risalto la loro ignoranza sulle cose e sul mondo ogni volta che aprono bocca riuscendo a trovare seguaci altrettanto ignoranti e avvelenati col mondo.

Chissà cosa avrebbe combinato Charles Manson ai giorni nostri con internet che tutto diffonde globalmente alla velocità della luce?

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