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[RECENSIONE] Dellamorte Dellamore (Michele Soavi)

Il titolo è uno di quelli che farebbe esclamare a Castellari un bel -Me’ cojoni!-. A differenza però di quei film che di indovinato hanno solamente il titolo DellaMorte DellAmore è interessante per davvero. Merito dell’intuizione della produttrice Tilde Corsi (qui al suo primo film) di adattare il libro omonimo di Tiziano Sclavi affidando il lavoro a Gianni Romoli.

Merito anche della regia di Michele Soavi (l’ultima – per ora – nei territori horror), della scelta azzeccata di scegliere Rupert Everett (è arcinoto che i lineamenti di Dylan Dog – il personaggio più celebre inventato da Sclavi- si ispirano a quelli dell’attore) come interprete del protagonista Francesco Dellamorte becchino del cimitero di un paese che si chiama Buffalora.

Il suo lavoro sarebbe tranquillo se non fosse che da un po’ di tempo a questa parte i morti sepolti nel cimitero non abbiano iniziato a risorgere con intenzioni aggressive. Per fronteggiare l’epidemia (come la chiama lui) Francesco Dellamorte fa più affidamento sulla sua pistola piuttosto che sul suo assistente muto e ritardato (ma ne siamo poi così sicuri?) Gnaghi, interpretato da uno straordinario François Hadji-Lazaro.

I ritornanti (sempre parole sue) vengono affrontati con successo dal becchino fino al giorno in cui nel camposanto arriva una giovane e bella neo vedova per la quale Dellamorte perde la testa. Da quel momento in poi la situazione per lui precipita sfuggendogli di mano.

Dellamorte Dellamore è una storia di formazione in cui, come suggerisce il titolo, morte e amore vanno a braccetto come accade nelle migliori tradizioni romantiche e horror. Per atmosfere, luoghi e situazioni Dellamorte Dellamore omaggia un cinema che già all’epoca era estinto: quello di Antonio MargheritiRiccardo FredaMario BavaLucio Fulci e lo fa attualizzando quei temi che hanno fatto grande la stagione del gotico italiano. Attualizzate grazie anche all’utilizzo di una buona dose di humor, vedasi le scenate isteriche del sindaco (ad interpretarlo Stefano Masciarelli) per le imminenti elezioni o l’indagine condotta dal commissario Straniero. L’aggiornamento dei temi continua poi anche sul piano visivo con alcune trovate originali come quella che vede i morti viventi fusi con le radici del sottosuolo e privi di eccessivi liquidi interni, come dimostrano le varie teste che si spaccano nel corso del film.

A detta di Gianni Romoli (nell’intervista contenuta nel doppio DVD uscito per la cinekult e curato da Manlio Gomarasca di Nocturno) la storia è anche una metafora delle turbe adolescenziali. Francesco Dellamorte è un eroe solitario: tutti in paese lo scanzano o lo sfottono, cosa che a lui va anche bene tant’è che mette in giro voci sul suo conto assolutamente false con lo scopo di allontanare ancora di più gli altri, ma anche di stare al centro dell’attenzione, proprio come farebbe un adolescente. La stessa donna senza nome per la quale perde la testa è il prototipo di topa ideale dell’adolescente tipo. Ad interpretarla una giovane Anna Falchi).

Alla sua uscita nelle sale Dellamorte Dellamore fu un flop (in sala eravamo pochissimi me lo ricordo bene), solo con il tempo si è ritagliato il suo posto tra i cult di nicchia (e dunque da riscoprire), meritato perché Dellamorte Dellamore è davvero l’ultimo grande horror del cinema italiano. Certo, non voglio dire che è un film perfetto, perché di difetti ce ne sono (non tanti ma ce ne sono), però dopo il canto del cigno di Dèmoni e Phenomena, entrambi guarda caso del 1985, Dellamorte Dellamore quasi dieci anni dopo è stato un vero e proprio inaspettato risveglio di un genere sempre più morto.

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