In un umido agosto di parecchi anni fami trovai a fare il turista a Hollywood.Girando in auto sulle colline aride di quella zona di Los Angeles, era facile imbattersi in messicani di ogni età che agli incroci vendevanola mappa delle case delle stelle del cinema. La guida della città le sconsigliava (avrebbe portato, sosteneva, solo davanti a muri invalicabili e cancellate chiuse) così non la comprai.
L’ultimo film diDavid Cronenberg(premiato nei Festival soprattutto per la prestazione di Julianne Moore, ricca di eccessi)Maps to the Starsci suggerisce invece un modo ben più drastico per rintracciare questi personaggi dalla fama universale: quello diseguire i fantasmi che le loro vite generanoin continuazione, in modo insostenibile.
Il successo tramuta in spettrigli affetti più stretti, i conoscenti, i collaboratori e anche i fan e gli sconosciuti incontrati per strada. Spettri, il cui dolore scaturisce dall’impossibilità di una relazione con persone fatte (di) immagine. Il successo rende impossibileogni più semplice quotidianità, finché non rimane che solo una cosa cui pensare: come alimentare il successo stesso.
Inevitabile che questo loop di ossessioni porti aun finale poco consolatorio.
Qui stanno leuniche pecchedel film di Cronenberg: le pochissime scene di azione e di sangue, un po’ impacciate, macchinose, come se la vecchia abitudine nel girarle fosse andata persa.
Ma è un peccato veniale, perchéMaps to the Stars è un capolavoro di dialoghi e situazioni a incastro.

Il cinema ci allena a guardare il mondo con distacco, eppur col massimo coinvolgimento. A immaginare, potendo pur tornare alla realtà. A giocare col fuoco, bruciandoci quel tanto che basta a farci sentire vivi. Sono un formatore in competenze relazionali, appassionato di racconti e di sviluppo personale.
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