[RECENSIONE] Black Phone di Scott Derrickson

[RECENSIONE] Black Phone di Scott Derrickson
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Avviso: questa recensione su Black Phone contiene spoiler.

Sarebbe bello poter interpretare Black Phone di Scott Derrickson eliminando tutta la parte sovrannaturale. O meglio, giustificarla come un parto della psiche di Finney, il giovane protagonista. I fantasmi dei ragazzini uccisi che gli parlano attraverso il telefono, suggerendogli cosa fare (e non fare) per uscire vivo da lì sotto, come espressione del suo spirito di sopravvivenza che si attiva.

Purtroppo la teoria non regge, fa acqua da tutte le parti. Il motivo è che in Black Phone, l’aspetto fantastico-irrazionale è una componente concreta e importante. E non solo per questa comunicazione tra il ragazzino protagonista e gli spiriti dei suoi coetanei ammazzati. C’è anche la sorella Gwen, con i suoi sogni rivelatori fondamentali per trovare la casa dello stronzo. Che poi, l’attrice che la interpreta Madeleine McGraw (classe 2008) è davvero brava.

Se i due fratelli sono indovinati, con Finney (Mason Thames) che ricorda nell’aspetto, nell’età e per altre cose Michael di Fantasmi, in Black Phone non funzionano i due personaggi maschili adulti principali.

Il padre (Jeremy Davies) degli orfani Finney e Gwen, nella solita versione patetica, distrutta, alcolizzata, violenta, che alla fine si redime. E poi c’è Il Rapace, il rapitore di bambini Ethan Hawke con le sue maschere (disegnate da Tom Savini e Jason Baker), la sua aria minacciosa, le sue frasi a volte sconclusionate, i suoi palloncini neri che fanno da contrappunto a quelli rossi di Pennywise di It*. Due personaggi pericolosamente dentro la zona degli stereotipi che trascinano il film, di conseguenza, in situazioni scontate e prevedibili.

Ethan Hawke nel film Black Phone di Scott Derrickson.

In questo senso a volte la regia di Scott Derrickson pare quasi farsi gioco del pubblico, ad esempio anticipando rivelazioni con movimenti di macchina mascherati da semplici abbellimenti.

Black Phone sa però come mantenere la tensione in tutta la prima parte, con la minaccia del mostro sempre presente: i volantini con le foto degli scomparsi, i discorsi su di lui dei due fratelli, il suo furgone pronto a sbucare per dissolversi in nero. E ricostruisce in maniera coinvolgente gli Stati Uniti di fine anni ’70.

Ma stiamo comunque parlando di un film pensato per incassare (Blumhouse e Universal), spaventare ma anche rassicurare lo spettatore con una storia che tutto sommato da subito si capisce come andrà a finire. Il doppio binario, la doppia natura, è evidente proprio nell’epilogo in cui trionfa la giustizia e tutto ritorna a come era prima, come se niente fosse mai successo. Una chiusura consolatoria ma anche a suo modo truce, ambigua, che rappresenta bene il diventare adulti.

Se il film avesse osato un po’ di più non si sarebbe beccato la sufficienza stiracchiata che si dà all’intelligente svogliato che non si applica come potrebbe.

Chiudiamo questa recensione su Black Phone di Scott Derrickson mostrandovi il trailer italiano.
Più giù una immagine tratta da The Tingler, film del 1959 (uscito da noi come Il Mostro di Sangue) diretto da William Castle che il protagonista Finney guarda in tv.

*: il film scritto da C. Robert Cargill è tratto da un racconto di Joe Hill, figlio di Stephen King.

The Tingler (1959) di William Castle.
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Roberto Junior Fusco

Fondatore e amministratore del sito. Contatto: robertojuniorfusco@klub99.it Collabora con klub99.it.

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