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  • Dream Scenario: in una clip parla il regista Kristoffer Borgli

    A sei giorni dall’arrivo nelle sale diDream Scenarioil distributoreI Wonder Picturespubblica una breve clip con una intervista al regista e e sceneggiatore del filmKristoffer Borgli.

    Interpretato da Nicolas Cage, Julianne Nicholson, Lily Bird, Jessica Clement, Dylan Baker, Michael Cera, Dream Scenario – Hai Mai Sognato Quest’uomo? è il primo film in lingua inglese diretto dallo scandinavo Borgli del satirico Sick of Myself.

    La trama:

    E se all’improvviso un terzo della popolazione mondiale sognasse proprio te? Paul Matthews (Nicolas Cage), anonimo professore universitario e padre di famiglia, trova la sua vita stravolta quando inizia ad apparire in sogno a milioni di perfetti sconosciuti. Da un giorno all’altro, è famoso, uno status che potrebbe permettergli forse di realizzare ogni suo desiderio. Ma la fama, si sa, è una cosa effimera, passeggera. E dopo l’inaspettata, travolgente celebrità, Paul scoprirà presto che basta un attimo per trasformare ogni sogno nel suo opposto.

    Nella clip pubblicata daI Wonder PicturesKristoffer Borglidice:

    Ho sempre voluto girare un film sui sogni. Una volta stavo leggendo Carl Jung e trovai che la sua idea di un inconscio collettivo e la nozione che esistono dei personaggi che tutti vediamo nei nostri sogni fossero concetti estremamente interessanti. A partire da qui, il pensiero ha iniziato a concretizzarsi in un film che parla anche della cultura contemporanea e di come siamo sempre iperconnessi e di come abbiamo reso realtà l’idea di un inconscio collettivo vivendo continuamente l’uno nella mente dell’altro grazie a questa iperconnessione.

    Coprodotto daAri Aster(Beau ha paura),Dream Scenarioarriverà nelle nostre sale il 16 novembre.

    Potete guardare l’intervista integrale sottotitolata in italiano qui in basso.

  • Henry Selick (Coraline e la Porta Magica) si racconta in una video intervista

    Henry Selick, esponente di spicco della tecnica d’animazionestop-motion, con la quale ha firmato le regie diNightmare Before Christmas,James e la Pesca Gigante,Coraline e la Porta Magicae del recenteWendell & Wild(per Netflix), si racconta in una video intervista pubblicata ieri sul sito deadline.

    La clip fa parte di una serie dal titolo “The Film That Lit My Fuse” cioè “Il film che ha acceso la mia miccia”.

    E la lunga (30 minuti) intervista comincia proprio dai film e dagli artisti che hanno influenzatoHenry Selick. E non si poteva che principiare dalle animazioni stop-motion realizzate dal maestro dei maestriRay Harryhausen.

    “Quando ho visto a cinque anniIl 7° viaggio di Simbadcredevo che il ciclope gigante fosse vero.”, dice Selick nel video.

    Dopo aver parlato diFantasiadella Disney,Henry Selicksi è poi soffermato su animatori-registi meno noti come la pionieraLotte Reiniger, co-regista diLe avventure del principe Achmed(1926).

    Lo hanno influenzato ancheCaroline Leaf, regista del cortoThe Street(1976,link per vederlo),Ryan Larkin(Syrinx, 1965) eNorman McLaren(Neighbours).

    Citazione obbligatoria per il celebre regista-animatore cecoJan SvankmajerdiJabberwocky(1971) eAlice(1988).

    Nella seconda parte del video si parla più della personale carriera diHenry Selicke di molto altro: daTim Burtonfino a sfiorare personaggi comeDavid Fincher.

    L’intervista in inglese adHenry Selickla potete vedere a questo link.

  • [INTERVISTA] Alex Lucchesi e l’Odissea “Derico”: «Un film pazzo fatto da pazzi»

    A due mesi dallaconclusione del settimoAbruzzo Horror Festival, abbiamo contattato il regista, sceneggiatore, produttore e interprete dellungometraggio in concorsoDericoAlex Lucchesiper un’intervista a proposito della sua fatica.

    Termine che in questo caso è quanto mai azzeccato, perchéDericonon è il tipo di film indipendente che sceglie la strada della sottrazione: poche location, pochi attori, trama lineare. No.

    Dericoè un film folle nella sua determinazione di mettere insieme una storia e una realizzazione che includono Dante Alighieri, H. P. Lovecraft, nazisti, spionaggio, licantropi, storia di Cristo, stop motion, cartoni animati, inseguimenti a cavallo, numerose location, poliglottismo, parecchi personaggi e altro ancora.

    Tra i volti più noti dell’indipendente italiano di genere, in particolare horror e d’azione,Alex Lucchesiper realizzare al meglioDericomette su un cast e una troupe in parte presa dalla sua precedente regia, il corto westernThat Dirty Money Bag(2013), ma che si è allargata nel corso degli anni, complici anche altri set comeOur Nice Saturday NightseThe Iced HunterdiDavide Cancilanei quali ha pertecipato come attore.

    Come è nata l’idea?

    Alex Lucchesi: Il prototipo dell’indagatore dell’occulto nasce nel 1998 dove recuperai il nome diFrank Derekpseudonimo che utilizzavo come nomignolo in alcuni videogame del pc, e adattandolo a questo ipotetico investigatore italoamericano realizzando su di lui (con i mezzi scarsi dell’epoca) un primo promo in animazione di circa 2 minuti con la complicità di alcuni amici disegnatori.

    Il background sul personaggio della prima versione era leggermente diverso, l’ambientazione del 1938 invece rimaneva la stessa e già allora volevo che in un qualche modo ricorresse nelle sue avventure anche il personaggio di Lovecraft.

    Derico è un film parecchio ambizioso. A cominciare dalla storia articolata, ma anche per la sua realizzazione che miscela tecniche diverse realizzate sia “sul posto” che in post-produzione. Come è stato possibile organizzare il tutto? Hai incontrato difficoltà nel tenere insieme tutto questo?

    A. L.: Mettere insieme tutta una serie di tecniche è stato possibile solo grazie all’affiatamento del teamFalange Oplitae di tutti i collaboratori che con le loro “Arti” hanno reso possibile molti aspetti interessanti di questo progetto volutamente artigianale.

    Le difficoltà sono state moltissime alcune alla stregua del termine fantascienza. Volevo che nel film le condizioni climatiche fossero una costante dell’ambientazione diDerico(sindrome da Kurosawa) e solo di per sé questo fatto ha spalmato le riprese su circa tre anni di lavoro, per avere pioggia, neve e quant’altro.

    Non sono un amante della computer grafica all’interno di un film e volevo che il tutto fosse il più artigianale e prostetico possibile, volevo lavorare con i modellini e volevo appunto omaggiare tutta una serie di autori da Leone, Kurosawa, Tarantino (e chi più ne ha più ne metta) fino alla realizzazione di effetti in puro stile Harryhausen solo per il gusto di farlo. Senza se e senza ma, e senza nessun compromesso.

    Un film pazzo fatto da dei pazzi. (Ulisse volle condurre la ciurma oltre le colonne d’Ercole e per giusto o folle che fu soltanto il tempo gli sarà tosto giudice.).

    Quindi semplice non è stato, i più avrebbero mollato ma noi non lo abbiamo fatto e già questo è di per sé una bella storia da raccontare.

    Una cosa che mi è piaciuta parecchio è il parallelismo tra l’argento dei 30 denari di Giuda Iscariota e quello utilizzato per ammazzare i licantropi. Dicci qualcosa.

    A. L.: Mi piace che ti piace. Durante una ricerca che stavamo facendo su miti e leggende da utilizzare per i vari background dell’universoDerico,Alessio Cherubini, l’interprete dell’agente 220 (nonché curatore insieme aCamilla Daldossdella fotografia del film), mi tirò fuori un aneddoto veramente interessante legato al fatto che l’argento acquisisce certe proprietà benefiche e risolutive proprio perché legate al mito della crocifissione e dei 30 denari ricevuti da Giuda. Scrissi la scena e subito fummo pronti a girarla per inserirla nel film a supporto della parte con il licantropo. Questo perchéDericoè un film che si evolve. Se un’idea è buona e interessante perché non metterla. Mi piace avere collaboratori operativi.

    Parlaci delle cicatrici. Un segno distintivo non solo di Derico ma anche di altri personaggi.

    A. L.: Le cicatrici sono il segno della nostra esistenza e ognuno porta le sue. Ogni cicatrice rappresenta una storia: qualcuno le tiene ben celate dentro i confini del cuore mentre altri le mostrano come fossero i vessilli di un glorioso clan di appartenenza. Accettare ciò che si è vuol dire anche cominciare a scrivere la storia del proprio destino.

    Nel film sono esasperate e grottesche, volevo che il tutto fosse come un cartone animato anche per omaggiare tutta una serie di anime che fanno parte del passato della mia generazione. Con classici che vanno daCapitan Harlock,Kiashan: il ragazzo androidefino ad un più ben sconosciutoBem il mostro umano. Ho amato il film diWarren BeattyDick Tracyche ancora oggi lo reputo uno dei più riusciti cinecomics mai fatti dove il makeup* era grottesco quanto spettacolare. Nel film ci sono anche rimandi aIndiana Jones, altro film che ho amato (una silhouette con il cappello e sei già nel mood). Così anche perDericoche va a miscelarsi strada facendo con classici nel campo dei video game comeAlone in the dark,DoomeWolfenstein.

    ForseDericoè un prodotto troppo artigianale e obsoleto per far breccia nel cuore di una generazione tutta digitale ma chissà che il tempo (che spesso è un gran signore) non sia proprio dalla nostra.

    È un lavoro che, come hai anche sottolineato in una delle domande, vuole essere (nel suo tratto indipendente) molto ambizioso. Un connubio di idee basato su ciò che mi ha ispirato nel passato, mi ha formato nel tempo e che (a mio modo) ho cercato di omaggiare anche spudoratamente, senza tuttavia dover copiare.

    Dericonon è stato un film semplice da realizzare, le idee che girano intorno al suo universo sono tuttora molte.

    Volevo che fosse anche un grande esperimento nel quale fondere tutta una serie di arti che partono dall’universo della poesia fino a giungere a quello dell’animazione.

    Detto con una frase sempre ambiziosa: creare una linea di continuità tra passato, presente e futuro attraverso il genere e il fantastico.

    Volevo creare una sorta di criptica indagine dove spingere la curiosità dello spettatore a soffermarsi anche su dei singoli frame per scoprirne i misteri.

    Purtroppo questa scelta controcorrente e anomala trova di per sé molti ostacoli, uno su tutti che il film difficilmente sarà apprezzabile ad una sua prima visione. Anzi è molto più plausibile restare interdetti la prima volta che lo si vede. La struttura irregolare non lo rende un prodotto molto fruibile e lo relega ad un più probabile “o lo ami o lo odi”.
    Detto questo però resta un lavoro importante per me perché oltre ad aver messo in scena una fantasia personale, mi ha dato l’onore di collaborare con molti professionisti del settore.

    Il brano di Alex Fusaro ti entra in testa!

    A. L.: Tutta la colonna sonora inDericoinsieme alla fotografia sono le parti del film che amo maggiormente. Fusaro è un grande professionista oltre che un buon amico e ha scritto il pezzoDerico: l’indagatore dell’occultobasandosi proprio su alcune sonorità tipiche delle sigle dei cartoni animati anni ’80/’90.

    Come si sono divisi i compiti Alessio Cherubini e Camilla Daldoss, i due curatori della fotografia?

    A. L.: Era importante che ogni membro del team Falange fosse in grado di rivestire più ruoli visto la natura odisseiana dell’intero progetto.

    Nella scelta delle luci e nell’utilizzo delle ottiche più adatte ad ottenere ciò di cui avevo bisogno (budget permettendo) sono stati entrambi super operativi. Hanno la capacità di saper scegliere con un ottimo gusto estetico i tagli sull’inquadratura che uniti ad i miei storyboard ci hanno permesso di ottenere immagini molto ricercate creando allo stesso tempo la giusta sinergia del team. Per quanto riguarda il lato attoriale Alessio era già un attore navigato con il quale avevopiù volte collaboratooltre ad essere anche un ottimo macchinista di scena all’occorrenza. Insomma uno che non si risparmia.

    Camilla invece, oltre ad avere un occhio eccezionale nella cattura di momenti unici grazie al suo innato istinto fotografico, si è rivelata una scelta vincente per la capacità di costruire e risolvere tante delle soluzioni di cui il film necessitava. Dai modellini ad alcuni dei dipinti all’interno del film, dalla sigla con i titoli di testa (seguendo il suo character design) fino alla stop motion della creatura…

    Una super donna a tutti gli effetti tanto da rivelarsi una colonna portante dell’intero progetto. Animazione, scultura, cantante e all’occorrenza attrice…che si può chiedere di più!?

    Due persone dalla resistenza eccezionale anche nelle situazioni più estreme… i 300 di Leonida!

    *: i due truccatoriJohn Caglione Jr.eDoug Drexlervinsero il premio Oscar per il filmDick Tracy(n.d.r.).

  • [INTERVISTA] Identità e memoria: il cinema di Federica Pontari

    Trai dieci cortometraggi selezionati per la settima edizione dell’Abruzzo Horror Festivalc’era ancheMarzia. Il racconto di una tragica separazione. Una storia che si svolge in un appartamento e in una testa, quella della protagonista Marzia, sospesi in un altrove in cui i personaggi si sdoppiano e il tempo segue le strane regole di un sogno-incubo. Un prodotto strano, particolare, che aveva catturato l’attenzione di noi selezionatori.

    La regista e sceneggiatrice del corto,Federica Pontari, era presente quei giorni e ho colto l’occasione per chiacchierare un po’ con lei sul lavoro in concorso e sulla sua carriera.

    La prima domanda riguarda l’origine della sua passione per il cinema e per l’horror.

    Federica Pontari: Il primo film horror che ho visto è statoSuspiriadiDario Argento. Mi è piaciuta l’ambientazione, il mood, la fotografia. E in più c’era il fatto che aveva come argomento la scuola di danza che genera questo connubio tra innocenza e horror.

    Alle elementari iniziai a scrivere sceneggiature horror. Alle medie frequentavo una videoteca e andavo lì a cercare film sempre più estremi nel bisogno di emozioni forti.

    Quali sono i tuoi registi di riferimento?

    Amo il cinema d’autore: Tarkovskij, Ingmar Bergman, Gaspar Noé. Mi piace spaziare ma come forma mentis tendo a scrivere horror.

    Attualmente le mie fonti ispiratrici sonoSion Sono: Strange Circus, Love Exposure. Mi piacciono le sue tematiche che hanno a che vedere con le pulsioni, tant’è che ho anche scritto un libro che si chiamaEros & Thanatos: il cinema di Polanski, von Trier e Sion Sono.

    Mi piaceLars von Trierperché si ispira a Tarkovskij.MelancholiaaSolaris. Mi piaceAntichrist, in generale la trilogia della depressione, mentre di Polanski la trilogia dell’appartamento.

    E arriviamo a “Marzia”, il corto che presenti all’Abruzzo Horror Festival. L’appartamento dove si svolge è importante. Diventa quasi

    Un contenitore.

    Una prigione, una rappresentazione della sua testa.

    Come Kubrick con l’immagine cervello in Shining.

    La perdita dell’identità.

    Come la definiresti Marzia, il personaggio?

    Il corto è incentrato sullatematica della perdita dell’identità. Lei, breve sinossi, arriva a casa e trova il suo compagno che si è siucidato per amore, perché lei lo aveva lasciato. E non riesce a liberarsi di lui fino a credere di essere posseduto dal suo fantasma in cerca di vendetta. Lei si dissolve attraverso l’alterità assente ma sempre presente di questo maschile. Il corto può essere interpretato anche come una sintesi junghiana tra maschile e femminile. L’identità di Marzia si dissolve in queste pulsioni di Eros e Thanatos dove lei è divisa.

    E sul tempo che è sospeso? Che va indietro, va avanti come col sangue nella doccia che scorre dentro lo scarico e poi fuori?

    Quel momento anticipa quello che avverrà successivamente: il momento rituale in cui lei si traveste da lui. Lei è sempre lui da un certo punto in poi: quando inciampa sulla ciotola del gatto, quando si ubriaca. Come in un eterno ritorno di Nietzsche da cui non si può scappare.

    Spero che il suo sguardo anche se sempre allucinato rappresenti questo.

    Il tuo interesse per la filosofia e la psicanalisi?

    All’interno del DAMS abbiamo studiato molta filosofia. Il DAMS di Cosenza è a indirizzo fortemente filosofico e abbiamo quindi studiato molta filosofia legata al cinema.

    Dopo il DAMS frequenti la scuola di cinema Sentieri Selvaggi.

    Ho studiato di tutto: recitazione, sceneggiatura, regia, montaggio. Ho fatto dei workshop di aiuto regia con Tiziana Luna Forletta, un altro con Mimmo Calopresti sulla messa in scena. Preso il diploma a Sentieri Selvaggi mi hanno chiamata per un videoclip aReggio Calabria, la mia città: si intitolaLa Città del Re. Lo si può vedere sul sitoTurismo Reggio Calabria.

    La Città del re di Federica Pontari.

    Lì ho capito che sarei rimasta. La Calabria ha una bellezza intrinseca e nascosta che ha influenzato i miei lavori.

    Marzia e la Calabria?

    Può esserci attinenza per la questione dei rituali ancestrali dell’essere umano.

    I progetti, le tematiche.

    Ho scritto un videoclip suScilla, in provincia di Reggio Calabria. Il bando della Film Commission è valorizzare il territorio e indagare la cultura antropologica della Calabria. Il tema è ilritornoe parla di Ulisse. La canzone è della cantanteFrancesca Prestia. Lui compie un viaggio regressivo nella sua memoria.La memoria, il sogno, la psicanalisisono argomenti che privilegio.

    Anche il progetto mio e dell’Associazione Culturale Rhegionper un lungometraggio dal titoloMemoria di una strageha come tema quello dellamemoria. La necessità di ricordare la Storia affinché non venga perduta. Il film vuole indagare le esistenze dei personaggi legate tra loro da un tragico destino comune.

    È ispirato a fatti reali?

    Al libro dello storicoAntonino Catananti Teramodal titoloLo sbarco in continente. Il bombardamento tedesco del 6 settembre 1943sullastrage nazista di Rizziconi. Gireremo il teaser trailer per promuoverlo e raccogliere fondi attraverso sponsor e crowdfunding.

    Ogni personaggio rappresenta un tassello che sviluppa questa storia. L’obiettivo dei personaggi, e in particolare diDon Francesco Riso, che è un prete che non scappa durante il bombardamento ma soccorre i feriti e dà l’estrema unzione ai morti, è quello di salvare questo mondo che stanno perdendo attraverso il legame con questa terra e le altre persone al di là della morte. Ecco perché si chiamaMemoria di una strage: è come se il protagonista fosse rimasto sospeso tra la vita e la morte ed è come se loro vivessero attraverso di lui.Che è come avere a che fare con una storia di fantasmi. Dovremmo realizzare il teaser alla fine di novembre, sto preparando i casting.

    Lepulsionisono sempre qualcosa diregressivo, di ancestrale. Nel videoclip che ho scritto perScilladiFrancesca Prestiail protagonista è intento nella pesca di un pesce spada. Il pesce gli sussurra in greco antico. Questo con riferimento alla Magna Grecia quando i greci avevano colonizzato il sud Italia. Le parole del pesce spada fanno entrare il protagonista in un mondo fantastico in cui vede il mostro Scilla. Compie così un viaggio regressivo non solo nella suamemoriama anche in quella storica collettiva in cui vede e scopre l’identità di questa regione.

    Sull’aspetto regressivo e antropologico delle pulsioni ho scritto una serie a puntate che ho inviato alPremio Solinas.

    Come si chiama la serie?

    Mythos. È ambientato sia in una città X che in Calabria. È una serie che mira alla rivalutazione del territorio calabrese. Fondamentalmente questi Miti calabresi li ho resi come proiezioni di ferite ed errori dei personaggi principali. Loro per salvare il territorio da un disastro nucleare causato dal protagonista principale, un avido scienziato, dovranno sconfiggere e superare dei mostri e guarire le loro ferire. L’idea è di rappresentare una connessione tra l’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande attraverso il montaggio parallelo, quelle che sono le ferite individuali, intime e segrete, e il destino di tutta l’umanità, di un territorio intero.

    Il destino dell’umanità non è che una serie di scelte piccole che facciamo e che determinano la nostra interiorità. Ognuno dei tre personaggi è protagonista di un episodio. Ogni episodio rappresenta uno sbaglio, un errore, un atteggiamento scorretto. Il primo è chiamatoAvidità, il secondoAnimalità, il terzoCollera. In ogni episodio i protagonisti dovranno sconfiggere quelle che sono le loro proiezioni, i mostri mitologici che hanno ma che sono oggettivamente presenti perché legati sia al territorio che a loro. Ogni mostro è legato a questo tema.

    È una serie legata agli archetipi, al Viaggio dell’Eroe, agli studi di Joseph Campbell.

    Autore fondamentale!

    Per me la bibbia è“L’immagine-Tempo” di Gilles Deleuze. È il libro che mi ha più formata ai tempi dell’università.

    Il drago che custodisce un tesoro nel primo episodioAviditàesiste davvero come leggenda in Calabria ed èLa Rocca del Dragoa Roghudi. Lì abbiamo realizzato anche un documentario sulla sospensione dell’incredulità da parte dello spettatore. C’è un passaggio in cui dal ricordo si passa all’immaginazione. Abbiamo intervistato persone di Roghudi, tra queste una vecchietta di cent’anni, che parlano come se questo drago esistesse davvero o che nella Grotta diMontebello Jonicoci sia davvero Lamia. È bello quando il cinema diventa credenza, il legame tra uomo e territorio su cui si basa poi la serieMythos.

    Mi piace molto rappresentare la vita dei personaggi più che la realtà. Ecco perché mi piace moltoSion Sono.

    Parliamo del tuo cortometraggioFeeling Blue?

    È un thriller psicologico horror ad argomento sociale. Parla di un mostro blu, feeling blue significa sentirsi tristi, che nasce dall’impulso distruttivo di un pittore. È anche questo claustrofobico e ambientato in un appartamento.

    Il mostro nasce come senso distruttivo e come inMarziac’è il tema del doppio. Il doppio che nasce da lui potrebbe sopraffarlo e divenire lui. Nella lotta contro questo mostro cerca di evadere attraverso un ricordo che lo vede insieme a sua sorella che è invece una persona allegra, innocente, e vestita sempre di bianco. Se non che sua sorella entra nell’appartamento quando il mostro sta per raggiungerlo.

    È pronto?

    Stiamo finendo il montaggio di un piccolo flash back. Poi inizierò a mandarlo per festival.

    I miei prossimi progetti sono incentrati sull’horror sperimentale e sull’horror politico. Ora mi sto concentrando sul tema del tempo. Sull’effetto farfalla su cui si basa pureMarzia. Il filmThe butterfly Effectè molto americano, è più interessanteSliding doors.

    Ultimi film visti?

    Madredi Bong Joon Ho,La casa di Jack. Lars von Trier è un provocatore e non ho sopportato molto questa sua provocazione sulla morte.Nymphomaniacera un discorso anche sul consumismo, sulla società liquida. Considerare però l’omicidio come un’opera d’arte non l’ho accettato. Lars von Trier poi utilizza uno stile molto d’impatto e scioccante e voleva rappresentare la violenza attuale che viene spettacolarizzata. Poi ho vistoEternity, sulla reincarnazione ma non mi è piaciuta l’insieme di argomenti all’interno del film.

    Mi è piaciutoStella Stregacon questo orrore che arriva e si incarna in figure mostruose. Mi ha ricordatoSolaris: un pianeta che emana le sue radiazioni, la sua elettricità, la sua energia pulsionale in cui la protagonista precipita che si trasforma in pulsione di morte.

    Il trailer diMarzia, cortometraggio scritto e diretto daFederica Pontari.

  • [ESCLUSIVA] Blue Sunset e il ritorno del cyberpunk

    [ESCLUSIVA] Blue Sunset e il ritorno del cyberpunk

    DopoThe House Guestil regista romanoDomiziano Cristopharosi affeziona alla “clausura” e al distanziamento sociale come forma di sperimentazione (e in un mondo dove quasi tutti han la tendenza a piangersi addosso, questo è davvero lodevole) e, sempre affiancato dal suo oramai collaudato coinquilinoDaniele Arturi, inizia a girareBlue Sunset.

    Blue Sunset - Daniele Arturi
    Un irriconoscibile Daniele Arturi. Copyright: Enchanted Architect.

    Il regista lo ha definito una rilettura pop e anni ’80 del cyberpunk asiatico, quello quindi lontano dai barocchismi visivo/letterari diBlade RunneroNaked Lunchper andare verso il minimalismo di un futuro prossimo e molto inquietante.

    Arturi in una gustosa scena del film. Copyright: Enchanted Architect.

    Scritto sempre a 4 mani col fedeleAndrea Cavaletto, nel cast son presenti ancheChiara Pavoni(Demonium) eCiro Antonio Cerretaal suo debutto, ma anche le “incursioni”virtualidiIrene Jones Baruffetti(Nightmare Symphony),Alessio Cherubini(Iced Hunter),Elisa Carrera Fumagalli(Re-Animator).

    Le musiche saranno affidate a diversi gruppi electro/sperimentali del nord europa, mentre gli FX del sempre bravoAthanasius Pernath(che oramai sappiamo essere Cristopharo stesso) che ci garantisce una bella dose di gore. Per gli effetti di CGI e le animazioni, Cristopharo si avvale nuovamente diAlessandro Bassocon cui aveva già co-diretto nel 2014 il videoclip del gruppoStage of RealityNext Generation.

    Una immagine evocativa daBlue Sunset. Copyright: Enchanted Architect.

    Non so se dovremo aspettarci dei tramonti Blu, sicuramente il titolo gioca anche col significato americano di “Blue” (triste) perché si sa che gli artisti (e oramai anche noi), il futuro non lo vedono piú tanto rosa.

    Andrea Cavalettoin merito a questa nuova esperienza diBlue Sunsetci dice:

    “Non amo molto la fantascienza. Non è tra i miei generi preferiti, e per questo motivo non avrei mai pensato di scrivere qualcosa a riguardo. Ma, nella vita, mai dire mai. E, soprattutto, se la proposta arriva da quel vecchio (si fa per dire, eheheh) filibustiere del cinema indi extreme italiano che corrisponde al nome di Domiziano Cristopharo, è difficile per me dire di no. Quando mi ha spiegato il suo progetto per il filmBlue Sunset, mi ha subito conquistato. Anche perché se c’è una cosa che mi interessa del genere fantascientifico è proprio la sua deriva più pessimista, psichedelica, ribelle, antisociale che è caratteristica del sottogenere propriamente detto cyberpunk.

    E così, seguendo le indicazioni del mio amico regista e il trattamento da lui fornito, mi sono divertito e appassionato a sviluppare una sceneggiatura con rimandi a William S. Burroughs, William Gibson, Warren Ellis, Grant Morrison, Shynia Tsukamoto e molti, molti altri, usando le suggestioni dei loro romanzi, film e fumetti per creare come sempre (almeno, lo spero) qualcosa di mio, che rispecchi il mio personale modo di vedere le cose, con lo stile diretto, sporco e cattivo che mi contraddistingue. Il mio sesto senso mi dice che verrà un gran bel film!”

    Ciro Antonio Cerreta in una inquietante scena daBlue Sunset. Copyright: Enchanted Architect.

    Attendiamo per saperne di piú e nel mentre, godiamo assieme di questefoto esclusiveper klub99.it.

    Ammetto che questa svolta stilistica mi attira molto… il cyber è un genere che amo, e che ha avuto il suo massimo picco negli anni ’90: corrente letteraria sci-fi e artistica nata nella prima metà degli anni ottanta, di cui è divenuto un sottogenere del filone pessimistico.
    Il nome si fa derivare da cibernetica e punk e fu originariamente coniato daBruce Bethkecome titolo per il suo raccontoCyberpunk, pubblicato nel 1983. Il cyberpunk tratta di scienze avanzate, accoppiate con un certo grado di ribellione o cambiamento radicale nell’ordine sociale.

    Oltre ai citatiBlade RunnerePasto Nudo, non si puó non citare la trilogia diTetsuodi Tsukamoto oRubber’s Loverdi Fukui.

    Questo rispolvero dai colori “baviani” è sicuramente un qualcosa da tenere sotto radar… se non altro per la voglia che ha l’autore di non ripetersi mai e continuare a sperimentare anche dopo oltre 20 film!

  • [ESCLUSIVA] The House Guest: parlano regista e attore

    DiThe House Guestse ne è davvero parlato molto nelle scorse settimane, in quanto, assieme al godibile cortoBiancadiFederico Zampaglione, è stato il primo lungometraggio girato interamente durante il lockdown daDomiziano Cristopharoin collaborazione col suo coinquilino!

    Ci son stati sicuramente altri registi impegnati a filmare (e a “documentare”) in quei giorni (inclusoCorona Zombie, scivolone di pessimo gusto dellaFull Moon). Quello che accomuna il lavoro di Zampaglione e Cristopharo è l’aver usato la quarantena e le limitazioni obbligate dallo “stare in casa”, come un espediente narrativo a se stante che nulla ha a che vedere col virus ed i suoi risvolti.

    Cristopharo non è nuovo a girare in condizioni difficili e limitate (o limitanti, su tutti:Red KrokodileDoll Syndromeper citarne un paio a caso).

    Quindi non sorprende che non sia rimasto con le mani in mano avendo a disposizione un bagaglio di talenti che lo vedono (oltre che regista) anche effettista, attore e direttore fotografia.

    Quello che sorprende è che sia riuscito con tutte le limitazioni a noi note, a realizzare un prodotto estremamente professionale avvalendosi poi di un attore “improvvisatosi” (o “scopertosi”) tale suo malgrado: il suo coinquilinoDaniele Arturi(che devo dire oltre che bello, è pure bravo e regge benissimo sulle spalle questi 83 minuti di film!!!).

    In una spassosadiretta diIngenere CinemaZampaglione e Cristopharo si son mostrati molto affiatati e spiritosi (e Zampaglione ha speso davvero belle parole verso quello che possiamo dire è un regista fin troppo spesso volutamente adombrato) raccontando aneddoti divertenti sul making of di queste due opere.

    Quindi incuriosita dall’uso che Cristopharo ha fatto della polenta dibavianaispirazione (Mario Bavausò polenta per ricreare lava e zolfo inErcole al Centro della Terrae nella diretta Cristopharo ha rivelato di averne usata per realizzare una scena molto particolare), ho colto occasione per fare 2 chiacchiere – virtuali – col regista e l’attore e ottenere uno screener del film.

    Devo dire che, seppure ho visto solo un premontato, son rimasta entusiata.

    È un Cristopharo molto diverso dagli standard estremi che conosciamo… che si avvicina più alle atmosfere di film comeTransparent Woman, The ObsessedeShock: My Abstraction of Death.

    Una storia classica di fantasmi; psicologica… sì, ma che non lesina su sangue e visioni da incubo con bizzarre citazioni molto personalizzate ai classici cliché del cinema anni ’80, arricchito da una fotografia strepitosa.

    Ho fatto quindi qualche domanda al regista e all’unico protagonista (che però faanchealtri ruoli bizzarri… come i mostri, i demoni ed il suoantenato spagnolo) Daniele Arturi.

    AM –Ènato davvero tutto per gioco?

    Domiziano Cristopharo –Decisamente. Non era proprio nei miei pensieri girare nulla, anzi… mi era stato proposto di collaborare ad un collettivo internazionale dove dalla mia finestra avrei dovuto raccontare la quarantena eccetera, ma ho rifiutato.

    Dopo la prima settimana però, il peso della privazione delle abitudini si sentiva e anche vedere un film perdeva la sua spontaneità… sembrava quasi piu un obbligo, un dover passare il tempo. Così ho pensato di girare qualcosa, qualcosa che potesse essere un “diversivo” divertente per riempire le nostre giornate.

    Ma con mia sorpresa Daniele si è rivelato estremamente bravo, così ho pensato che sarebbe stato un peccato non sfruttare la situazione per fare qualcosa di serio!-.

    AM – Quando Domiziano ti ha chiesto di fare il film cosa hai pensato? Conoscevi già i suoi lavori?

    Daniele Arturi –Sono rimasto molto stupito, perché il mio mestiere è un altro, non sono mai stato dietro una macchina da presa. Ho pensato: “Davvero vuoi far recitare me, senza un minimo di esperienza sul campo?”, “Saprò recitare?”.

    Sì, conoscevo alcuni suoi lavori, li ho anche visti, un genere di film che non è mai stato tra i miei preferiti. Tuttavia, vedendo alcune sue opere, ho iniziato ad apprezzare anche questa tipologia. Prima di recitare in questo film come protagonista, ho partecipato ad altri suoi due lavori come comparsa.-.

    AM – A cosa (o a chi) fa riferimento il titolo del film?

    D. CristopharoThe House Guestè tradotto letteralmente come “l’ospite”. In inglese come in italiano vale il doppio senso della parola: “ospite” è – a seconda del contesto – sia colui che viene ospitato, che colui che ospita.

    In questo caso, in questa casa stregata il nostro protagonista Daniel è l’ospite di una dimora che non lo vuole, in quanto già “abitata” da altri ricordi e ombre… oppure, sono queste ombre, ad essere gli “ospiti” in casa di Daniel?-.

    AM – Ho trovato riferimenti ai racconti di Maupassant, in particolare “L’Horlà”, ma nei titoli viene citata come curiosa fonte di ispirazione “Malombra” di Fogazzaro…

    D. Cristopharo –Maupassant è un autore che amo. Sono da anni al lavoro su uno script molto complesso ispirato a dei suoi racconti e finalmente son pronto ad iniziare la preparazione del film.

    InThe House Guestc’è molta atmosfera alla Maupassant devo dire… ho sempre amato come il sovrannaturale irrompesse nel reale nei suoi scritti, semplicemente stravolgendo poche piccole regole dell’ordinario.In questo lo trovo molto simile alla letteratura Giapponese.

    Malombraè un altro dei romanzi che mi han segnato quando ero adolescente. Questo concetto della reincarnazione che diventa quasi un plagio mentale, una auto-convinzione generata da qualcuno che però è vissuto anni – se non secoli – prima, l’ho sempre trovata una soluzione non solo plausibile, ma anche altamente affascinante. -.

    AM – Ma anche qui c’è lo zampino di Cavaletto…

    D. Cristopharo –Che fra l’altro ilCovidse lo è preso, fortunatamente senza conseguenze drammatiche. Dovendo – a maggior ragione – anche lui stare più “isolato” degli altri, ho pensato bene di coinvolgerlo in questo “gioco” e ci si è buttato a capofitto.

    Fra mail e messaggi, la sceneggiatura ha preso la forma definitiva. Le sue idee deliranti stanno sempre bene assieme alle mie e come dice lui “il Cardinale della sabbia, spacca”! -.

    AM – Quanto è stato difficile e quanto è stato divertente? La tua scena preferita?

    D. Arturi –Per me alle prime armi è stato complicato e strano, durante tutte le riprese. Alcune sono state abbastanza semplici, altre un po’ più complicate.

    Ho imparato che si può recitare bene o assumere atteggiamenti il più naturali possibile, ma tutto deve essere rapportato alla macchina da presa. Tutte le azioni, i movimenti, i gesti devono essere ben visibili in camera, quindi la difficoltà maggiore ritengo sia stata questa.

    La mia paura più grande è stata quella di non riuscire a rendere bene le scene in camerain termini di espressioni facciali, gesti e movimentiper la mia inesperienza a livello recitativo.

    Più che una singola scena preferita, per me tuttoThe House Guestsi è rivelato un’avventura pazzesca!

    Se proprio devo dirne una, è quella in cui inizio a sputare sangue in bagno e inizio a sanguinare anche dagli occhi, semplicemente stupenda, davvero ingegnoso il modo in cui Domiziano è riuscito a realizzare tutto questo.

    Ma ne avrei anche altre. È stato bello vestire i vari costumi, anche se per me un po’ difficoltoso per la respirazione. -.

    AM – Ho molto apprezzato la tua apparizione in veste di postino, personaggio che appunto porta la novella ed instilla ulteriori dubbi…

    D. Cristopharo –Non amo assolutamente stare nei miei film come attore.

    Quando l’ho fatto (Hyde’s Secret Nightmare, Museum of Wonders) è stato sempre per necessità (sostituire attori/attrici che han dato forfait last minute). Qui è doverso in quanto non avevo proprio altra scelta, ma devo dire che mi son molto divertito a costruire quel personaggio.-.

    AM – In questo film firmi addirittura le musiche!

    D. Cristopharo– Colpa di Zampaglione. È’ stato lui in quella diretta a dire che avrei dovuto fare pure quelle… mettendomi il tarlo in testa. E inoltre condivido pienamente il suo pensiero (fra l’altro detto da un musicista, non solo regista, e quindi ha un peso particolare) quando dice che l’horror non necessita di musiche, ma di atmosfere sonore.

    Oggi i musicisti sembrano piu intenzionati a sfruttare i film per fare un demo delle loro possibilità/capacità piuttosto che cucire il giusto “abito” alle immagini che gli vengono affidate. Non è un caso che dopo tanti anni collaboro sempre con gli stessi.

    Però in un prodotto come questo, aveva davvero senso che facessi tutto il fattibile. C’è anche un brano pop anni ’80 (come quasi oramai di rito in tutti i miei film da Museum Of Wonder in poi) di Giovanna Nocetti, con la quale ho stretto un sodalizio artistico e di amore puro irreversibile! -.

    AM – Come riassumeresti questa esperienza?

    D. Arturi –Un po’ come se mi trovassi tranquillamente seduto su un aereo a godermi il viaggio verso la mia meta e improvvisamente mi invitassero ad aprire il portellone per buttarmi giù a causa di un’avaria ai motori.

    È stato qualcosa di totalmente inaspettato, ma, grazie alla notevole esperienza di Domiziano, ho ricevuto un enorme paracadute. È stato davvero strano recitare in un film, ma anche elettrizzante. Ho pensato: “Io attore in un film? Wow”!

    Ho capito che esiste uno stretto rapporto tra attore, regista e macchina da presa e che alcune scene vanno girate più volte per parecchi motivi, chiarificatori poi in fase di montaggio.

    Quando ho rivisto le scene montate ho pensato: “Ma questo sono davvero io?”. -.

    AM – Su molte scene porti un trucco davvero complesso, è stato impegnativo affrontare per la prima volta quelle sedute di make up?

    D. Arturi –A dire la verità, no. È stata un’assoluta passeggiata tutte le volte, stavo tranquillamente seduto, sdraiato o in piedi, a seconda delle esigenze, e venivo truccato.

    Ho avuto un po’ di difficoltà nelle scene della doccia, più che altro per via dell’acqua che non era mai a temperatura ambiente, e la scena in cui mi taglio la faccia è stata di gran lunga la più complicata da gestire proprio a causa dell’enorme trucco presente. -.

    La vostra Masina vi saluta e vi lascia con unaazzeccatacitazione da Erasmo da Rotterdam: ” Le idee migliori non vengono dalla ragione, ma da una lucida, visionaria follia.”